Notizie, cronaca, sport, eventi della Città di Lamezia Terme

Cittadino Agricoltura

2 Agosto 1980: Strage di Bologna

La pista palestinese, il “Lodo Moro” e i “Segreti di Stato”
,
1.51K 0

Due agosto 1980, ore 10.25, una potentissima  esplosione, nella sala d’attesa della seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna, causa 85 morti e 200 feriti. È uno dei più infami ed orribili attentati della storia dell’Italia Repubblicana.

Nonostante nella quasi immediatezza della strage, l’allora ministro degli Interni, Virginio Rognoni, avesse ricevuto dal suo omonimo tedesco, Gerarth Rudolf Braun, suggerimenti che lo invitavano a consultare sull’accaduto il capo dei servizi segreti libici, gen. Belgassen, e, nonostante numerosi erano gli elementi di indagine che potevano  portare ai libici, ai palestinesi, ai servizi segreti dell’est e di altri Paesi e che, nel corso degli anni, oserei dire dei decenni, sono venuti con più insistenza alla luce, nessuna pista alternativa a quella “neofascista” fu mai seguita.

Pertanto, Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, allora rispettivamente 22, 21 e 17 anni, appartenenti ai N.A.R. (Nuclei  Armati  Rivoluzionari) e all’epoca latitanti, sono stati accusati e condannati per la strage, dopo una serie di 5 processi  tra la Procura di Roma, che li aveva assolti, e quella di Bologna che li ha condannati all’ergastolo con sentenza definitiva, il 23 novembre 1995. I condannati, rei confessi di altri omicidi, hanno sempre dichiarato la loro estraneità alla strage.

A distanza di 34 anni rimangono, alla luce dei fatti e da quanto emerso, i dubbi  e gli interrogativi su chi siano i reali autori dell’eccidio, gettando un’ombra inquietante sui servizi segreti italiani e l’opera di depistaggio da essi svolta pur di affermare la colpevolezza dei soggetti condannati.

Le accuse nei loro confronti, infatti, si basano sulle testimonianze, senza riscontri, di due testimoni chiave, due pentiti ritenuti inattendibili dalla Magistratura romana, ma attendibilissimi per quella bolognese. Uno è Angelo Izzo, “lo stupratore e assassino del Circeo” che, una volta uscito dalla galera, si è reso responsabile di duplice omicidio; l’altro, Massimo Sparti, sulle cui accuse poggia la condanna di Fioravanti, Mambro e di conseguenza, di Ciavardini, è stato più volte smentito in fase processuale, tra gli altri, anche dalla moglie, dalla suocera e infine anche dal figlio.

Sparti, delinquente comune di piccolo calibro nell’orbita della Banda della Magliana, amava autodefinirsi “nazional-socialista”, arrestato nel 1981 e subito pentito, esce dal carcere dopo meno di un anno, nel marzo dell’82, per  fantomatici “gravissimi motivi di salute”. Gli era stato diagnosticato un “cancro al pancreas” in fase terminale, ma qualcuno aveva sostituito la sua cartella clinica con quella di un altro. Così il “miracolato”, una volta libero e guarito, prima ritratta, poi accusa di nuovo. Morirà 23 anni dopo da quando gli erano stati diagnosticati due mesi di vita.

Il clima di “guerra fredda” e di blocchi contrapposti sono elementi imprescindibili per comprendere quel momento storico e i luttuosi avvenimenti che li hanno caratterizzati. L’Italia è un grande campo di battaglia: est-ovest; atlantisti filoamericani e israeliani; filoarabi e filosovietici; terrorismo palestinese e presenza del più forte partito comunista del mondo occidentale. A ciò si aggiunge la debolezza “cronica” e storica dell’Italia in politica estera.

In questo scenario si inserisce una pagina di storia poco conosciuta e importante del nostro Paese e dalla cui lettura si può ipotizzare una diretta responsabilità nella strage di Bologna e che porta al terrorismo palestinese. Una pagina imbarazzante, coperta da tutti i governi di ogni colore che si sono succeduti dal 1980 ad oggi: l’azione del terrorismo palestinese in Italia che, dal 1973 al 1986, in una serie di attentati, ha ucciso 83 persone e ne ha ferite 270. Una pagina oscura, tra le tante, e sulla quale mai una trasmissione televisiva, mai un articolo sui giornali, mai nessuna commemorazione è stata fatta per ricordarle.

Eppure, quando il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha istituito, nel 2008, la “Giornata della Memoria delle vittime del terrorismo”, che cade il 9 maggio (giorno dell’uccisione e del ritrovamento del corpo dell’on. Aldo Moro), il Quirinale ha pubblicato un grosso volume sull’argomento, vergognosamente, non ha inserito nessuna delle vittime del terrorismo palestinese. Su questi morti è calato il sipario, sono stati rimossi dalla memoria e della storia del nostro popolo .

Di fronte allo “scorrazzare” del terrorismo palestinese che trovava terreno fertile ed attivi collaboratori, le autorità del nostro Paese si avventurano in un accordo non scritto con i rappresentanti delle varie organizzazioni palestinesi che vanno dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) al Fplp (Fronte popolare per la liberazione della Palestina) che rappresenta una delle tante organizzazioni marxiste del mondo palestinese.

L’accordo o “lodo” prende il nome dell’allora Ministro degli Esteri, Aldo Moro. Con il “Lodo Moro” (che non sempre funziona), viene sancito  il libero transito di armi ed esplosivi sul territorio italiano e l’impegno dei palestinesi a non compiere attentati contro i nostri cittadini. Ideatore e garante di questo accordo è stato Stefano Giovannone, Colonnello del Servizio Segreto Militare. Da ufficiale dei Carabinieri, ha fatto parte della scorta dello stesso Moro. Agli inizi degli anni ’70, fu inviato a Beirut come responsabile del SISMI per l’area Medio-Orientale. Morto nel luglio del 1985, ha portato con sé tutti i segreti dei rapporti dello Stato Italiano con il mondo arabo.

La strage di Bologna del 2 agosto del 1980 – scrive Enzo Raisi, ex componente della Commissione Mitrokin, nel suo libro “Bomba o non Bomba” – rientra a pieno titolo nella gestione del “Lodo Moro”. Vi rientra per il clima di minaccia di ritorsione che si era creato un anno prima a causa dell’arresto del rappresentante del FplP in Italia, Abu Saleh, a causa del sequestro di missili “SAM Strela-7”, a Ortona e appartenenti a quella Organizzazione.

I lati oscuri sulla vicenda sono innumerevoli e lasciano spazio a delle considerazioni:

  1. La sentenza di condanna degli imputati ammetteva che il quadro probatorio non era completo e sostanzialmente rinviava ad una “inchiesta bis” il compito di individuare i tasselli mancanti, gli esecutori materiali, origine dell’esplosivo, movente e mandanti: quella “inchiesta bis” non è stata mai fatta perché nulla è stato trovato;
  2. Dopo la scoperta che a Bologna, il 2 agosto dell’‘80, erano presenti due terroristi tedesco-orientali appartenenti alle “Cellule Rivoluzionarie”, organizzazione  filo palestinese, Thomas Kram, esperto di esplosivi e Margot Christa Froelich, nessuno indagò in quella direzione, nonostante un’informativa dell’allora Capo della Polizia di Bologna, Gianni De Gennaro;
  3. Tra le vittime di quel giorno c’era un giovane appartenente all’“Autonomia Operaia” (organizzazione dell’estrema sinistra ) alla quale appartenevano i tre capi arrestati per i missili Sam Strela a Ortona  per conto di Abu Saleh. Nessuno si è chiesto cosa stesse facendo alla stazione di Bologna;
  4. L’ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, aveva più volte ripetuto che la causa della strage alla stazione di Bologna fu un errore di trasporto di esplosivo da parte dei palestinesi. Ma le sue dichiarazioni furono ignorate;
  5. Dal carcere francese di Poissy, dove sta scontando l’ergastolo, il terrorista internazionale, Ilich Ramirez Sanchez, detto “Carlos” lo sciacallo, in diverse interviste ha ammesso che la sua organizzazione (la stessa di Kram) era presente quel giorno a Bologna e che un loro “trasporto” fu sabotato da americani ed israeliani per rovinare i buoni rapporti tra i terroristi palestinesi e i servizi segreti italiani in seguito all’accordo del Lodo Moro. Ma nessuno ha preso in considerazione quanto di importante aveva detto.

Di fronte a questi interrogativi, ogni cittadino, in nome della giustizia e di quanti in quell’orrore” hanno perso la vita, dovrebbe chiedere che sia fatta luce e che emerga la verità, che di sicuro è anche l’auspicio dei familiari delle vittime e dei condannati, che, dopo 34 anni non hanno smesso di manifestare la loro innocenza.

Un Paese autenticamente democratico avrebbe tolto il “segreto di Stato” e rifatto il processo.Se questo non è stato ancora fatto significa che la verità’ che potrebbe emergere  sulla stage di Bologna , e non solo,e rischierebbe di mettere a nudo la debolezza e le complicità’ delle nostre istituzione e di molti uomini  che le hanno rappresentate.