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“Charta 77” compie 40 anni. La storia dell’iniziativa che contribuì alla caduta del comunismo in Cecoslovacchia

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Charta 77 è stata la più importante iniziativa del dissenso in Cecoslovacchia. Il nome deriva dal documento Charta 77 (Prohlášení Charty 77) del gennaio 1977, redatto da Václav Havel, Jan Patočka, Zdeněk Mlynář, Jiří Hájek e Pavel Kohout, e originariamente sottoscritto da 247 cittadini di diversa estrazione.

Parzialmente motivato dall’arresto dei membri di una band di musica psichedelica cecoslovacca, i Plastic People of the Universe, il documento criticava il governo della Cecoslovacchia per la mancata attuazione degli impegni sottoscritti in materia di diritti umani, tra i quali la Costituzione dello Stato, l’atto finale della conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (1975) e gli accordi delle Nazioni Unite sui diritti politici, civili, economici e culturali.

Il documento, che apparve per la prima volta su un settimanale della Germania Ovest, descriveva i firmatari come “un’associazione libera, aperta e informale di persone unite dalla volontà di perseguire individualmente e collettivamente il rispetto per i diritti umani e civili” in Cecoslovacchia e ovunque nel mondo. Era sottolineato che Charta 77 non era un’organizzazione munita di organi permanenti o di uno statuto, né mirava a costituire la base per un’attività politica di opposizione al regime comunista cecoslovacco. Quest’ultima affermazione era, infatti, necessaria per garantire il rispetto della legge vigente in Cecoslovacchia, per la quale era illegale l’opposizione organizzata. In Cecoslovacchia la cosiddetta “Rivoluzione di Velluto”, che fece seguito alla nascita del movimento Charta 77, ha una guida più collettiva. Il 15 gennaio 1989 vengono represse a Praga le manifestazioni in onore di Jan Palach, il ragazzo ventenne che si era cosparso di etere e si era dato fuoco in piazza Venceslao per protestare contro l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del patto di Varsavia.

“ È morto perché voleva gridare il più forte possibile. Voleva che ci accorgessimo di quello che ci stava accadendo, che vedessimo quello che stavamo facendo e sentissimo quello che stavamo dicendo in quell’epoca di concessioni ritenute inevitabili, compromessi spacciati per atti ragionevoli e tattiche che si volevano far credere intelligenti. Ci stavamo dimenticando che anche quando la pressione aumenta, qualcosa deve resistere, qualcosa di fondamentale, che non può essere merce di scambio e senza il quale la vita umana perde la sua inalienabile dignità.”

Dal documento di Charta 77 in occasione del 20° anniversario dell’auto-immolazione di Palach, 15 gennaio 1989

La reazione del governo cecoslovacco fu dura: la stampa ufficiale descrisse il manifesto come “un documento abusivo, antistatale, antisocialista e demagogico” e i firmatari furono descritti ora come “traditori e rinnegati”, ora come “agenti dell’imperialismo”, ora come “politici falliti” o “avventurieri internazionali”. Essi subirono svariate forme di ritorsione: la perdita del lavoro, il ritiro della patente, il rifiuto della prosecuzione degli studi per i figli, sino alla perdita della cittadinanza, all’espulsione e al carcere. Alcuni membri furono obbligati a collaborare con i servizi segreti comunisti. A loro sostegno, nell’aprile 1978 fu fondato un “Comitato per la difesa dei perseguitati ingiustamente” (Výbor na obranu nespravedlivě stíhaných – VONS), i cui leader l’anno successivo furono condannati alla reclusione da uno a cinque anni per attività sovversiva.

Negli anni ottanta, nonostante la repressione continuasse, la denuncia delle violazioni dei diritti umani da parte dei membri di Charta 77 non s’interruppe. Nel complesso, tuttavia, l’influenza del movimento nel Paese fu modesta, sino a quando l’indebolimento del regime verso da fine del decennio diede modo ai suoi membri di organizzare una più efficace opposizione al regime.

In occasione della rivoluzione di velluto del 1989, i membri del gruppo ebbero modo di negoziare la transizione e il graduale trasferimento del potere dal partito comunista alle istituzioni democratiche, e alcuni di essi assunsero posizioni di primo piano nelle nuove istituzioni. Ad esempio, Václav Havel fu eletto presidente della Cecoslovacchia dall’assemblea federale il 29 dicembre 1989.

Václav Havel nel 1978 con gli occhiali da sole seduto accanto alla portavoce di Charta 77, la cantante Marta Kubisova:

“Eppure, nell’apatia del «mondo dell’apparenza» totalitario, esistevano contemporaneamente economisti, sociologi, storici, ex-politici riformisti, così come sacerdoti, che cercavano da un lato di diffondere nell’editoria clandestina un pensiero non omologato, e dall’altro di superare la vita da borghesuccio socialista: erano i cittadini di quel brulicante mondo costituito da gruppetti di persone di varie tendenze ed estrazione sociale, che la visione distorta dell’Occidente classificava nella categoria più o meno politicizzata di «dissidenti» e «opposizione». «Qualunque sia la loro professione – scrive Havel nel suo saggio – sono uomini di cui in Occidente si parla più spesso a proposito del loro impegno civile o dell’aspetto critico-politico del loro lavoro che non a proposito del loro lavoro specifico». Ma «la dissidenza non è una professione, è invece inizialmente e soprattutto una posizione esistenziale». Questa fu la caratteristica degli amici del futuro presidente della Repubblica Ceca. Il tratto distintivo di quella “polis parallela” che sarebbe risultata decisiva nella cosiddetta “rivoluzione di velluto” di fine anni Ottanta. Non le idee e le rivendicazioni d’intellettuali isolati, determinati a contestare il sistema con gesti eclatanti. Ma, appunto, una «posizione esistenziale» che investì dal basso la società cecoslovacca e determinò la nascita di un ambiente fatto d’incontri informali e momenti conviviali, dove le iniziative nascevano dalle necessità quotidiane: corsi di filosofia, religione e storia per supplire all’indottrinamento ideologico; escursioni, pellegrinaggi, mostre… fino al sostegno materiale alle famiglie di coloro che erano finiti nelle grinfie del potere e che, non essendo noti, non potevano contare sull’appoggio dell’Occidente.”

Fra i testi ora ripubblicati nella nuova edizione de Il potere dei senza potere, è interessante quello di padre Zverina, intitolato “Non vivere nell’odio”, che arricchisce il saggio di Havel attingendo dalla tradizione cristiana e sottolineando che se «scetticismo e disfattismo sono alleati della violenza e dell’odio», la «forza dei senza potere» (Il potere dei senza potere è un libro di Vaclav Havel) è piuttosto quella dei «miti che realizzano la rivoluzione più profonda, generale e duratura. Non conquistano la terra, non la sottomettono ma la trasformano in eredità umana di cui rispondono a Dio e agli uomini».

Fonte:  Tempi.it ; Angelo Bonaguro