Notizie, cronaca, sport, eventi della Città di Lamezia Terme

Cittadino Agricoltura

32 anni fa una bomba fece saltare in aria Bashir Gemayel

Un esempio di coerenza e resistenza cristiana
,
1.39K 0

In ogni secolo della sua lunghissima e durissima storia il cristiano del Libano, e in modo particolare il maronita, si è sempre trovato di fronte a una scelta drammatica: riconoscere il Corano oppure sfoderare la spada e difendere il Vangelo e, con Esso, la propria libertà, la propria dignità, il proprio onore.

La guerra degli altri sul suo territorio, dal 1975 al 1990, ha causato centinaia di migliaia di morti, feriti e profughi con il massacro di intere comunità cristiane. I circa 600 mila palestinesi, che erano stati accolti come fratelli, in Libano, ma strumento ideologico dell’URSS, la Siria, l’Islam, Israele e Stati Uniti, erano gli agenti destabilizzanti del piccolo Paese dei Cedri.

Il progetto della Grande Siria e del Grande Israele passava attraverso la spartizione del Libano e la cancellazione del mosaico di convivenza pacifica delle 17 confessioni religiose di cui il Cristianesimo ne era il collante.
L’elezione a Presidente del Libano, il 23 agosto 1982, del giovane capo, cristiano-maronita, delle Forze Libanesi Unificate, Bashir Gemayel, incarnazione della lotta e resistenza cristiana, era un ostacolo per i progetti dei suoi nemici e di quelli del Libano.

Erano le 14.45 di martedì 14 settembre 1982, Festa dell’Esaltazione della Croce. Il presidente eletto, Bashir Gemayel, si trovava a Deir El Salib, per assistere alla cerimonia organizzata dal convento ogni anno in quello stesso giorno. Nessuno pensava che quello sarebbe stato il suo ultimo discorso che si sarebbe tramutato nel testamento di quello che la Nazione Libanese si era da poco dato come presidente e che era già, agli occhi del mondo intero, il salvatore del Paese. Ma subito dopo, alle 16.10, veniva dilaniato da una carica di circa tre quintali di tritolo.

Si riportano, di seguito, ampi stralci di quel discorso, nella consapevolezza della straordinaria importanza che riveste il non ignorare, il non vendere e il non rinnegare una testimonianza di cristiano coraggio portata avanti,con estrema determinazione, con la resistenza armata della comunità cristiana, unico strumento per salvare la propria esistenza e quella dei valori spirituali della cristianità dagli “ingiusti aggressori”.

Un esempio del passato, ma di una formidabile attualità, in quello stesso Medio Oriente dove, ieri come oggi, è sempre in primo piano il “genocidio” dei cristiani e il progetto degli stessi attori di eliminare da quella parte del mondo ogni traccia di cristianesimo.
Il profetico discorso di Bashir Gemayel, poco prima di essere assassinato è, altresì, un atto d’accusa verso quei poteri internazionali che, allora come oggi, sono indifferenti, se non complici, della tragedia dei cristiani in Medio Oriente.E, allo stesso tempo, ricorda che la difesa della propria vita e della propria fede, è un dovere morale per ogni cristiano.

“Il Libano non è un focolare nazionale cristiano, ma è una patria per i cristiani, per quanti, oltre a noi, lo vogliono, ma sicuramente è una patria per noi. Dobbiamo proteggerla per poter costruire le nostre chiese come lo vorremo […] vogliamo essere sempre presenti in questo Oriente, affinchè le campane delle nostre chiese suonino quando lo vorremo […] vogliamo praticare le nostre tradizioni e i nostri riti, la nostra fede e le nostre convinzioni […] testimonieremo il nostro cristianesimo in Libano, testimonieremo il nostro cristianesimo in Oriente, testimonieremo il nostro cristianesimo nel mondo, in un’epoca in cui questo mondo ha di cristiano soltanto il nome o qualche simbolo.[…] E’ certo che sono il presidente di tutto il Libano […] le istituzioni del Paese sono libanesi. Esse non sono nè cristiane nè musulmane. Ma non dobbiamo dimenticare che io, all’età di 34 anni, esco dalle fila della Resistenza Libanese, che, ad un certo punto, è stata una Resistenza Cristiana per 8 anni e che è riuscita oggi a diventare una resistenza autenticamente libanese.Oggi si chiede a ciascun libanese di resistere a ogni straniero, di resistere ad ogni occupante, di resistere ad ogni aggressore, che cerchi, da vicino o da lontano, di falsificare gli aspetti della civiltà, del patrimonio, delle convinzioni sulla terra libanese. Infatti il Libano, per essere autenticamente come lo vogliamo, deve necessariamente restare la patria della libertà e della civiltà. I nostri martiri hanno difeso la nostra causa, i nostri martiri hanno difeso la nostra libertà e la nostra presenza in questo Oriente.

Dopo 8 anni in cui il mondo intero ci ha rinnegato, in cui il mondo intero ci ha ignorato, quando siamo stati vittoriosi tutti sono diventati nostri amici, utti hanno cercato di riavvicinarsi a noi. Per l’avvenire dobbiamo collaborare con tutti senza complessi di sorta […] nessuno ha difeso il suo Paese più di quanto noi abbiamo difeso il nostro. Non abbiamo nessuna lezione di civiltà, di morale o di cultura da ricevere da nessuno. Siamo fieri di quello che possediamo, siamo fieri delle nostre tradizioni, siamo fieri del nostro patrimonio […] Siamo un popolo che è stato minacciato e che ha resistito. Siamo un popolo che è stato minacciato nella sua esistenza stessa ancor più che nella sua libertà. Cinquemila nostri giovani sono morti perchè il Libano rimanga libero e conservi la testa alta. Spero che il morale, la dignità, la libertà che ci sono state date nel corso di questi 8 anni non andranno perduti […] abbiamo mantenuto la nostra scommessa perché era il risultato inesorabile di 8 anni di lotta […] questo ci mostra fino a che punto possiamo avere la meglio quando ci comportiamo come si deve, da cristiani e soprattutto da maroniti […]. L’esperienza che abbiamo fatto in questi ultimi 8 anni, quando gli obici si abbattevano sulle nostre teste, quando non potevamo restare al sicuro nelle nostre case, quando i nostri bambini erano a ogni istante esposti al peggio, quando tutto il Paese era esposto ad ogni sorta di pericolo […] quando attraversammo le peggiori difficoltà, restammo malgrado tutto ciò in piedi, a testa alta, mantenemmo il sorriso sulle labra, conservammo una grande speranza nel cuore […]. Come abbiamo fatto la nostra resistenza, dobbiamo riconquistare tutto il Libano, tutti i suoi 10.452 chilometri quadrati. Riconquisteremo tutto il Paese. Questo Paese deve essere di tutti i suoi figli, con tutte le sue confessioni, fedi e sentimenti mescolati. Ma, essenzialmente, questo Paese deve essere per la società cristiana di Oriente un rifugio sicuro e tranquillo, perché non siamo assolutamente disposti a emigrare negli Stati Uniti o in Europa.

Non abbiamo aggredito nessuno. Non abbiamo attaccato nessuno. Yasser Arafat ci ha sfidati a Beirut e non noi lo abbiamo sfidato in Palestina. Sono i siriani che ci hanno sfidati a Beirut e non noi li abbiamo sfidati a Damasco […]. Non siamo noi a sfidarli a casa loro.

Bisogna che tutto il mondo cominci a capire. Il Libano non è mai stato l’aggressore. Il Libano è sempre stato aggredito.

Ogni volta che siamo stati aggrediti ci siamo difesi. Non credo che Cristo abbia insegnato una cosa diversa: quando qualcuno cerca di liquidarci, o di aggredirci o di cancellarci dall’esistenza. Cristo stesso ci ha chiesto di morire per la causa ed è ciò che è stato fatto in Libano. Spero che tutti questo lo capiscano […]. Non vogliamo più gente che ci faccia la morale, che cerchi di darci danaro e di indicarci quello che avrebbe dovuto essere fatto o no. Noi soli abbiamo saputo ciò che bisognava fare, perché, se non avessimo fatto ciò che abbiamo fatto, non saremmo più qui ora, non ci sarebbero più religiose qui oggi, né croce, né sacerdoti”