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A Lamezia Peppe Voltarelli e il suo “caciocavallo di bronzo”

L'incontro e l'intervista con il cantautore calabrese di Mirto Crosia, in occasione della presentazione del suo romanzo presso la Libreria Tavella
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Si presenta in t-shirt, un po’ provato, come gli adesivi sulla custodia della sua chitarra, rovinati dai vari viaggi tenuti per presentare questo romanzo cantato e suonato

Con un’ora di ritardo, in quanto reduce da un tamponamento sulla A3 – da cui è uscito fortunatamente illeso – ecco arrivare a Lamezia Terme, nella libreria Gioacchino Tavella, Peppe Voltarelli, storico fondatore e frontman del gruppo folk “Il parto delle nuvole pesanti”, che nel 2005 abbandona per dedicarsi con fortuna alla carriera solista, raggiungendo grandi risultati (fra i quali spicca la Targa Tenco, nel 2010, grazie a “Ultima notte a Malà Strana”, primo disco calabrese ad ottenere il riconoscimento di “migliore album in dialetto”).
A Lamezia arriva per presentare le sue ultime “fatiche”: il romanzo “Il caciocavallo di Bronzo” e il disco “Lamentarsi come ipotesi”.
Si presenta in t-shirt, un po’ provato, come gli adesivi sulla custodia della sua chitarra, rovinati dai vari viaggi tenuti per presentare questo romanzo cantato e suonato, come descritto nel sottotitolo. Un romanzo scritto senza punteggiatura, con brani tratti dalle sue canzoni a inframmezzare i racconti. «Una forma di prosa che si presta a farsi cantare, anche se senza rime. Suonato perché diretto, immediato, vibrante, quasi come una performance dal vivo».
Un libro autobiografico che si compone di diciannove racconti: diciannove tappe che vanno a tracciare la mappa di una calabresità irregolare, fuori dai canoni classici.
Cresciuto in un paese di provincia, un paese «lontano da tutti i capoluoghi» e indirizzato poi dal padre all’istituto tecnico per geometri, fece della musica il suo scudo, consapevole che quella stessa musica, prima o poi, gli avrebbe dato una collocazione, cosa che si è effettivamente concretizzata negli anni dell’università, a Bologna, grazie alla fondazione del gruppo. È stata la musica quindi, come lui stesso afferma, a condurlo «altrove dalla solita vita di provincia», a trasformargli il destino.
Il dialetto calabrese si riscopre allora mezzo di aggregazione. Arrivato a Bologna «come un bufalo affamato di vita», facendo del dialetto la propria biandiera, riuscì a circondarsi di estimatori di varie zone di Italia, regalando così l’idea della consapevolezza che la nostra terra fosse portatrice di valori che è doveroso approfondire e tramandare.
Il caciocavallo di bronzo è un monumento che vuol essere costruito sul lungomare di un paese immaginario, al fine di divenire simbolo provocatorio dei valori di quella civiltà contadina che non si arrende.
Ripercorre, nel corso della serata, il concerto tenuto a Lamezia nel 2002 nonché il rapporto con l’allora Presidente di Regione Loiero, e la diatriba con Antonio Albanese per l’uso improprio della canzone Onda Calabra e della sua volontà di non compromettere la propria poetica, di lasciare incontaminate le proprie idee, anche a discapito di un più ampio successo.

Un incontro che è diventato l’occasione per un’analisi disincantata della Calabria e del suo popolo

Con lo sguardo perso nel vuoto rivivendo le immagini della sua vita, non ha timore di inoltrarsi in racconti riguardanti la sua sfera familiare: l’aggressione subita dai genitori, rapinati e malmenati, e il successivo corteo di solidarietà, al quale quasi nessuno partecipò. «Il concetto di solidarietà in Calabria non esiste, diversamente dalle comunità di calabresi nel mondo»: la denuncia sentita, questa, di un calabrese che non ha mai dimenticato di essere tale.
Mattatore della serata, capace di attrarre su di sé l’attenzione di tutti i presenti, e di descrivere se stesso e la sua opera in modo umile e garbato, utilizzando anche il dialetto, intesificando così ancor di più l’instintiva empatia venutasi a creare con il pubblico partecipante all’evento.
In un passo del romanzo chiamato “Il Ritmo, esserci e scappare”, descrive la SS106, «in Calabria il ritmo è la 106, statale ionica che collega Taranto a Reggio Calabria» e il suo traffico: «dal trattore anni ‘30 col vecchietto alla guida, alla ruspa gigantesca col panzone sudato e maglietta bianca. Ci sono i motocarri, i tre-ruote, le vespette, le api, i maggiolini, i pullman a tre piani ultra veloci, qualche Ferrari del ‘78 e gli immigrati afghani, a piedi, in fila indiana, anche di notte, all’alba i furgoni scassati che portano le donne a raccogliere i mandarini per venti euro al giorno, e la notte, sulla nazionale, sfrecciano i TIR diretti in Sicilia che sembra un gran premio». Simbologia colorita e divertente della pluralità e rumorosità dei caratteri, talvolta contrastanti, che compongono il panorama calabrese.
«…il lamento ci incoraggia, a non perdere la voglia di cercare dei colpevoli, di trovare i responsabili dei nostri fallimenti storici, delle nostre buche in mezzo all’anima…». L’usanza troppo radicata nel patrimonio genetico calabrese del lamentarsi, del compiacersi del dolore è ispirazione per un suo pezzo:“Il lamento è un godimento”, che esegue avvalendosi anche della partecipazione del pubblico per il coro.
La stanchezza iniziale sembra essere sparita. Oratore instancabile, colorito, allegro vivace; intrattenitore frizzante, Peppe Voltarelli si dimostra una persona umile e disponibilissima, pronta a rispondere alle curiosità e a soddisfare ogni richiesta dei presenti.
Finisce così un incontro che è diventato l’occasione per un’analisi disincantata della Calabria e del suo popolo. La serata si conclude con l’esecuzione di altre due canzoni: “La zattera”, canzone d’amore dal profumo di tango, e la toccante “L’anima è vulata” composta insieme a Sergio Cammariere, un verso della quale, «arrobba su minuto / tenimunillo stritto», sembra quasi un involontario invito a far tesoro di quest’ora e trenta di note e parole, di racconti e canzoni, di emozioni vissute e rivissute in una calda serata lametina.

L’intervista

Definisce il suo libro “cantato e suonato”: può spiegarci il perché?
“Cantato” perché il libro è scritto in forma quasi di prosa, che si presta quasi a farsi cantare come una canzone, anche senza rime. È “suonato” perché è un po’ una metafora del fatto che il romanzo è diretto, immediato, quindi è come se fosse una performance, quasi come se fosse vivo, vibrante. Questa è stata un’idea dell’editore, Marcello Maraghini.

Una tappa fondamentale del suo percorso è stata trasferirsi, a soli diciotto anni, a Bologna. Ciò è stato dettato dalla necessità di trovare un terreno fertile per le proprie idee o la voglia di evasione dalla vita di provincia?
Un po’ entrambe le cose, perché quando cresci in un piccolo paese la città rimane sempre un luogo dove poter espandere tutti i tuoi desideri, le tue conoscenze… Quindi era sì un po’ una fuga, però anche un desiderio di continuare quella ricerca nella musica, nella letteratura, che avevo iniziato da piccolo”.

Diciamo quindi che è stato più un perseguire un sogno, un’aspirazione, per avere nuove possibilità…
Sì, un desiderio che in provincia chiaramente è un po’ più difficile da realizzare.

Consiglierebbe oggi ai giovani calabresi di lasciare la propria terra o di rimanere e tentare l’affermazione nel suolo natìo? Crede che ora la Calabria possa dare maggiori possibilità rispetto a quelle che ha dato a lei?
Beh, intanto andare via o partire per un periodo, per tanto tempo, è sempre interessante, perché allarga le conoscenze, gli stimoli, eccetera. L’importante è, secondo me, che se anche uno va via, anche per tanto tempo, è cercare di mantenere vivo il rapporto con la propria terra, e mantenere sempre quell’entusiasmo, quell’amore che c’è verso i luoghi da cui sei nato. Quindi anche se te ne vai comunque il tuo debito lo devi saldare in qualche modo.

Quindi è importante anche il legame col dialetto…
Certo, con la lingua, con l’alimentazione, con la cucina, con la letteratura… Con tutto.

L’uso del dialetto è una peculiarità del suo percorso artistico. Pensa che il dialetto possa avere anche un suo valore intrinseco di comunicazione o è solo legato a un discorso di revival folkloristico della musica?
Assolutamente il dialetto non è soltanto revival; anzi, è quasi una fede, una sorta di pretesto per la conoscenza, uno strumento per approfondire la conoscenza della nostra storia. È uno strumento molto vivo, e quindi bisogna continuare a tenerlo vivo, a parlarlo, a scriverlo, a mescolarlo anche con altri dialetti, con altre lingue, inventare lingue nuove: il dialetto da questo punto di vista è sempre disponibile.

Che opinione ha dell’attuale panorama musicale calabrese?
Direi che è un momento in cui ci sono tante cose belle, sia nell’ambito della world music – e quindi mi riferisco a tutta la scena della gente che canta e scrive in dialetto e approfondisce il discorso della radici: Mimmo Cavallaro, Taranta Project, Fabio Magagnino, Stefano Simonetti… Però anche in altri territori, in quelli magari più indipendenti, ci sono belle cose, autori di canzoni: uno su tutti Dario Brunori. Insomma, esperimenti molto belli, realtà molto vive, molto amate anche… Quindi questa cosa è molto bella.

Non crede che l’attaccamento musicale a queste radici folk, a queste sonorità, sia anche un po’ controproducente per un’evoluzione musicale?
Questo dipende sempre da come questa cosa viene percepita: la radice della world music è secondo me sempre un punto di partenza interessante, che può diventare qualsiasi cosa; però la consapevolezza del proprio ritmo, della propria melodia, è fondamentale. Forse anche per farti evitare di scadere nella retorica o nella ripetizione di cose già fatte. Insomma, dovrebbe stimolarti l’originalità, e sarebbe l’ideale.

Quindi è importante non dimenticare le radici…
Certo, scoprendo l’importanza delle radici nell’attualità, nella modernità.

Lei ha fatto vari concerti, in varie parti del mondo, incontrando quindi anche molte comunità di emigranti calabresi. Trova che ancora l’attaccamento alla Calabria, alle tradizioni calabresi, al proprio paese di origine sia forte o si stia via via perdendo col tempo?
Purtroppo in varie parti del mondo secondo me non c’è molto lavoro su questo, soprattutto da parte nostra, da chi vive ancora in Italia: non c’è ad esempio voglia di andare, di frequentare questi luoghi, le comunità. Dovremmo crederci un po’ di più nel significato delle comunità all’estero. Purtroppo anche a livello governativo non c’è tanto investimento, quindi alcune comunità si ritengono anche un po’ abbandonate.

Spesso Lamezia, anche dagli stessi calabresi, è considerata un po’ una terra di arrivi e partenze, per via dell’aeroporto. Lei cosa ne pensa di Lamezia?
Io ho tanti amici a Lamezia. Ci sono venuto tante volte, e mi piace molto questa visione che c’è da Lamezia sul mare, quando scendi dall’autostrada di Cosenza: si apre questa bellissima pianura, questa spiaggia vicino alla strada… Mi dà un’idea di grande libertà, e di grande ricchezza. Vedo Lamezia come un posto di grande ricchezza, umana, economica; e chiaramente mi fa male quando ci sono le cose brutte, e quando si parla di Lamezia in maniera brutta. Penso sia un posto di una grande bellezza naturalistica, e quindi cerco di difenderla sempre.