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Agricoltura, sburocratizzazione e difesa del made in Italy

Il CCI di fianco ai produttori. Franco: Governo e Regioni pianifichino attività lungimiranti
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Se solo si riuscisse a far ripartire il settore agricoltura, sfruttando a dovere e senza più vergognose speculazioni l’ultimo treno della Programmazione comunitaria (Psr 2014-2020), allora si potrebbe innescare un meccanismo virtuoso per il rilancio di tutti gli altri settori strategici del Paese. Non solo quelli primari, ma ne trarrebbe beneficio l’industria della lavorazione, della distribuzione e del marketing. Il filo rosso che parte dalla valorizzazione tout court dell’agricoltura, in tutti le sue declinazioni, anche e soprattutto quelle legate alla ricerca e alla sperimentazione, si incatena perfettamente nell’assolvimento di un’altra esigenza che è quella del lavoro. Maggiore produttività equivale, ovviamente, a più occupazione. Finora i governi, così come la maggior parte delle Amministrazioni regionali italiane, sono stati impassibili ed inermi davanti ai problemi di questo settore: incapaci di trovare soluzioni e di frenare l’avanzata, sui nostri mercati, dei prodotti internazionali che stanno uccidendo la categoria dei produttori Made in Italy.

 È questo, in sintesi, il messaggio del presidente nazionale del movimento Il Coraggio di Cambiare l’Italia, Giuseppe Graziano, e del responsabile del dipartimento nazionale Agricoltura del CCI, Giuseppe Franco, intervenendo sulle questioni aperte del comparto agricolo all’indomani della mobilitazione generale promosso dalle principali associazioni di categoria, tenutasi lo scorso giovedì 5 maggio a Roma, Bologna e Catanzaro.

Se il Governo, d’accordo con le Regioni – dichiara Giuseppe Graziano – riuscisse a creare politiche innovative e di valorizzazione del settore agricoltura, si riuscirebbe a dare un input alla catena del benessere. E di riflesso si riuscirebbero ad abbattere i costi per l’assistenzialismo, che ad oggi tra i capitoli di spesa degli enti pubblici rappresenta l’uscita più gravosa. D’altronde, se i produttori, piuttosto che le piccole medie imprese fossero messi nelle condizioni di trarre profitto dal loro operato, riuscirebbero a far girare l’economia e a creare posti di lavoro. E se un cittadino lavora, sta bene. E se sta bene non ha bisogno di continua assistenza dall’apparato pubblico.

Come raggiungere questo risultato? Innescando – spiega Giuseppe Franco – un processo radicale di cambiamento. Innanzitutto varando una riforma che preveda la sburocratizzazione per il comparto agricolo. Ogni anno un coltivatore diretto, al pari di un’azienda, è costretto a dimenarsi tra gli uffici pubblici per adempiere alle funzioni burocratiche producendo una quantità infinita di documentazione. È inammissibile. Inoltre, servono politiche più restrittive per bloccare la concorrenza dei paesi esteri dove, al contrario dell’Italia, si producono beni primari di qualità standard ed in quantità tali da creare esorbitanti squilibri nella concorrenza dei mercati. Non basta, ad esempio, agevolare il biologico che, considerata la produzione di qualità, ha prezzi più alti rispetto alle merci ordinarie; quindi bisogna renderlo competitivo agevolando e sostenendo i costi per la produzione. D’altra parte anche a questo sono servite e servono le programmazioni economiche comunitarie, concesse alle regioni italiane proprio per azzerare il divario dei servizi e delle produzioni rispetto agli altri stati membri.

Questa volta, per la programmazione 2014-2020, alla politica chiediamo un impegno: quello della serietà. Affinché – concludono Graziano e Franco – i fondi comunitari vengano spesi tutti e per intero a sostegno delle imprese e dei produttori.  Senza rischiare di creare vergognosi buchi neri, come lo furono le quote latte, piuttosto che gli aiuti sull’olio. La cui assegnazione dei premi, ogni anno, subisce inspiegabili ritardi a causa di appesantimenti burocratici.