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ALA, Antiracket: gli smemorati di Lamezia Terme

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Chiunque abbia avuto modo di seguire una delle tante udienze dedicate agli interrogatori delle parti offese del procedimento Perseo ha avuto, come noi, netta la percezione che sul banco dei testimoni non fossero seduti uomini liberi.

Secondo noi, comunque, non in tutti i casi si può parlare di condizionamenti o di pressioni, del resto ampiamente prevedibili ma, almeno davanti ad alcune “testimonianze”, è più forte il sospetto che si tratti di vecchi rapporti di “vicinanza”.

E’ stucchevole, addirittura paradossale, continuare a giustificare questi comportamenti con il timore, la paura, la potenza delle cosche alla sbarra.

O vogliamo far credere che quel che rimane delle cosche lametine può condizionare così tanto la nostra città, mentre nel regno di Bernardo Provenzano, a Bagheria, decine di imprenditori hanno compiuto una rivoluzione epocale, denunciando decine di mafiosi estorsori?

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Purtroppo bisogna constatare, anche alla luce di quanto emerge da tutte le ultime indagini e dai processi conseguenti, che è grande, molto, la percentuale di attività economiche i cui interessi si intrecciano con quelli delle cosche mafiose, traendone di conseguenza benefici di diverso genere.

E naturalmente sono gli imprenditori, i commercianti e i professionisti che a queste “regole” non vogliono sottomettersi, a pagarne economicamente gli effetti.

Questa è la parte sana che deve segnare un cambio di rotta deciso dando prova realmente di voler cambiare registro. Finora solo pochi lo hanno dimostrato.

Deve essere chiaro che lo smarcamento da queste logiche che fino ad ora hanno guidato e condizionato gli imprenditori lametini è una operazione che non può prescindere dalla loro volontà e convinzione. Non si può continuare a mantenere atteggiamenti ambigui e la presa di posizione deve essere chiara e decisa.

Le storie di chi lo ha fatto sono oramai patrimonio di tutti e dimostrano come siano solo patetiche scuse quelle di chi continua invece a subire.

Per tutto questo plaudiamo alle frasi pronunciate dal dott. Romano nel corso delle tante udienze “Perseo” e siamo certi che il Tribunale, nell’applicazione della legge utilizzerà, come ha già fatto, tutti gli strumenti processuali per accertare la verità.

Crediamo che questa sia la strada giusta da percorrere in questi casi e a ciò uniamo i nostri ringraziamenti per l’immane sforzo col quale stanno conducendo questo processo.

Emblematico del clima di “confusione” anzidetto è poi è l’altro fatto riferito da  “Il Quotidiano” in data 05.10.2015 che racconta la storia di una imprenditrice lametina. Tra le tante cose di cui la Signora si duole, parla anche di mancate risposte da parte dell’ALA.

L’associazione antiracket ha incontrato la Signora molto tempo prima che emergessero i fatti oggetto dell’indagine e, all’epoca, si rifiutò di denunciare e di collaborare con le forze dell’ordine, come le veniva suggerito di fare. Del resto, altri modi o altre possibilità per supportare chi ha questi problemi, noi non ne abbiamo. Da allora la Signora non ha mai più contattato l’associazione antiracket. Peraltro come ben evidenziato dall’articolo, la sua collaborazione arriva solo alcuni anni dopo, a fronte delle evidenze emerse dalle indagini. E neanche per la presentazione della domanda al fondo antiracket la Signora in questione ha contattato la nostra associazione.

Per ciò che concerne le altre lamentele, è utile ricordare che la norma prevede che la Prefettura, per la quantificazione dei danni subiti, si basi normalmente sulle rilevanze investigative, determinando così l’entità del danno subito che nei casi di usura viene concesso a titolo di mutuo decennale. Questo prevede la norma ed evidentemente null’altro è emerso. Per le altre tutele di cui parla la Signora, siamo convinti che le istituzioni hanno sempre dimostrato grande attenzione alla sicurezza delle vittime e quindi ove necessario questa attenzione non sarà certo fatta mancare anche a Lei.