Notizie, cronaca, sport, eventi della Città di Lamezia Terme

Cittadino Agricoltura

“All’imbrunire. Poesie, Preghiere, Canzoni”

Il nuovo libro di Filippo D’Andrea, con la recensione di Tea Mirarchi
1.09K 0

Accogliendo il delicato invito di Chiara D’Andrea, splendida coautrice di una parte dell’opera, l’ho letta al tramonto, nel silenzio, in solitudine, d’un fiato. E così ho preso la penna….

Il mio “ racconto” vuole trasmettere semplicemente ciò che queste Poesie, Preghiere e Canzoni mi hanno lasciato….

Mi lega a Filippo D’Andrea una stima profonda, un’amicizia iniziata proprio qui, a Lamezia, a scuola, e cresciuta gradualmente nel tempo su  “affinità elettive” scoperte quasi per caso, a partire da un “disarmante” scambio di battute prima del suono della campanella… La scuola!…. quel luogo che è un po’ il nostro secondo nido! La scuola, maestro tempio, Altare del domani, dove si consacrano vite e sogni, si forgiano intelletto e volontà. La scuola che ci ha regalato e tolto una collega e amica, Bruna, le cui ali di luce di farfalla sono state spezzate una triste mattina, correndo, spinta dal profondo senso del dovere e dalla missione che attende il docente. La scuola dove sempre più spesso si entra annoiati, lenti, indolenti, con gli occhi spauriti e sarcastici.  Quella stessa scuola che deve ritrovare l’anima e il suo senso nutrendo le rare fiammelle di sogno, che risplendono in occhi di luna.  “Piacere, sono un semplice Docente di religione! …”, mi disse quell’uomo, rassicurante nell’aspetto e nei gesti, sorridente e “quasi” familiare, seduto in Sala professori, intento nel suo lavoro “da intellettuale” interrotto improvvisamente dalla mia silenziosa e un po’ imbarazzata presenza. Da allora è trascorso qualche anno … Dietro quella rara semplicità ho scoperto un uomo che in sé racchiude un “mondo” fatto di piccole e grandi cose; di gesti semplici e “genuini”; di parole sincere e rassicuranti; di valori radicati e concreti; di grandi saperi interiorizzati e in continua evoluzione e ricerca; di idee che oltrepassano l’apparenza dell’essere e proiettano oltre, nel divenire; di un Credo che guarda costantemente al Cielo.

Perché questo mosaico di versi, in parole e musica, che compone All’Imbrunire è Filippo D’Andrea, è la sua essenza: è l’uomo  in quanto fanciullo, figlio, nipote, marito, padre, amico, fedele, docente, teologo, filosofo, storico, saggista, musicista e tanto altro…

Un uomo “avido” di cultura e dalle alte doti pedagogiche e psicologiche che lo caratterizzano in quanto studioso la cui ricerca non è fine a se stessa e al proprio solitario arricchimento ma crescita  da condividere con “l’altro”, un percorso in divenire che lascia un solco di attesa e di speranza in chi  legge le sue opere. Un uomo che guarda costantemente alla finalità del suo operato, vissuto quasi come dovere, patrimonio fruibile, comune e da tramandare. Un uomo maturo che, sulla base del suo vissuto, ha scelto di donare agli altri, attraverso queste poesie, preghiere e canzoni, un “Inno alla vita” che è al tempo stesso ricerca dell’intelletto,   impulsi del cuore, abbandono  in Dio.

Filippo D’Andrea è un uomo innamorato!!! E’ un uomo innanzitutto innamorato di Dio! Lo testimoniano le toccanti preghiere presenti in questa raccolta. In lingua natìa o italiana, musicate…. non importa! Hanno tutte lo stesso filo conduttore: quello di un Animo orante[1] che, pur nella piena consapevolezza delle debolezze e dei limiti umani (“Un sacciu”[2] rivela il cantore!),  invoca il Dio del Cielo perché scenda tra gli uomini a svelare l’ipocrisia e la menzogna[3], perché non consenta che il dolore lo scalfisca, perché lavi il cuore e la mente[4], perché canti la melodia della speranza e del vento[5]. Solo il Cercatore, colui che ha il coraggio di orientare la propria vita in Dio,  camminerà libero verso le vette più alte dove il dolore non avrà più voce…e avrà ceduto il “passo” alla speranza!

Filippo D’Andrea è un uomo innamorato del Creato! Il creato è sublime espressione di Dio che si rivela “tangibile” con la musicalità, i colori, i profumi della natura. E creatura “madre” è la Calabria il cui orgoglioso e “abbarbicato” figlio, osservatore attento del tutto e dei dettagli, ne delinea pregi e difetti, con un unico obiettivo: gridare al mondo il profondo amore che nutre per la sua terra, dolce e amara. Un capolavoro, come Lui stesso lo definisce decantandone la bellezza dalle mille sfaccettature nelle Liriche e nelle Canzoni, che ti duna u cori ma ntu cori si danna,  macchiato dagli avidi interessi e dalla bramosia del profitto. La Calabria ca cerca ‘na luci ma amaramente si rassegna allo status quo. Grembo che attrae e respinge, che nutre, cresce e, spesso, dolorosamente allontana. Terra di geni migranti. La Calabria che può (e deve!) essere ripulita e restaurata con arte dai veri calabresi che sono uomini giusti! Pur consapevole dell’affanno che distingue il respiro del Sud, Filippo rivendica orgogliosamentel’appartenenza alla sua terra e  le struggenti emozioni che trasmette al cuore. E’  un quadro di un grande pittore, il Sommo!, Dio!, che lo ha spennellato di variegati paesaggi,  lo ha animato di scorci di vita quotidiana e tradizioni, lo ha illuminato di uomini grandi per spiritualità e intelletto. E da questo amore viscerale scaturisce la lode e il canto! I paesaggi familiari : Sambiasi di tanti amuri e di tanti duluri  con i suoi colori autunnali e il sole di oro zecchino; gli odori dei campi, della menta, del mosto e del vino. Sambiase che zappa la terra, che racconta aneddoti di vita passata, che tradisce o subisce, che umilmente lavora, chi ‘nduci (che ingoia amaro). Adduru di terra, di cialu e di mari, di pane caldo e appena sfornato. Il rosso del mosto, l’oro dell’olio, le verdi vigne della piana.  Il tocco delle campane. Colori, sapori, odori, rumori, valori di terra natìa in cui riscoprire quotidianamente la dimensione dell’appartenenza… E ancora la consapevolezza dell’essere e del riscoprirsi nelle tradizioni, nei riti, e nelle vecchie e sane abitudini contadine : U prisepiu viventi, dove tutti indistintamente si recano con fede per trovare il Bambinello, vissuto come  scopu ppi campari;  Sambiasi comu na zzita che conta il denaro di nascosto seguendo la sana ritualità del risparmio ma ccu li borzi cchjini; il matrimonio, l’agognata meta e l’incipit di una vita che si rinnova,  con l’invito alla donna perché trovi nu juri (uno sposo) poichè il tempo passa e la giovinezza sfiorisce. E infine il miracolo del divenire… di un processo di crescita spirituale e intellettuale che è avvenuta in Lui anche sulle orme di grandi personalità, “illustri figli di Calabria”: San Francesco di Paola, u Vechjariallu, con la sua fame di Dio; Tommaso Campanella, Gioacchino da Fiore, Corrado Alvaro, Franco Costabile e tutti coloro che sono sbocciati Sotto il cielo di Calabria!

Filippo D’Andrea è un uomo innamorato della sua Vita!

Nipote, figlio, marito, padre… Con versi di pascoliana memoria e il cuore di fanciullino si commuove di fronte al messaggio che gli mandano le cose, anche quelle più semplici e quotidiane.

La sua anima, carpendone il segreto, guarda indietro  struggendosi nella nostalgia e convinta che noi siamo le nostre radici e i nostri germogli. Di fronte alla realtà, spesso triste e inquietante, il passato è un rifugio che  assicura sollievo. Un passato che si anima di quelle “piccole cose” che lasciano un’impronta e danno un senso alla  vita. E così i ricordi riaffiorano e, come antiche foto risorte da dimentichi cassetti, riesumano scene di purezza e di verità. Il nonno, simbolo della saggezza contadina, di quella sana concretezza che si esprime attraverso il duro e pesante lavoro nei campi; dolce e amara fatica che trova sfogo e sollievo nel canto e nel racconto di cui il cuore del piccolo Filippo “si ciba”, prima del ritorno a casa  all’umbruliàta….ìntr’a cista….supr’o ciucciu.

Che dipinto!…… Alle prime luci dell’alba un bambino, in un cesto, in groppa ad un asinello, che viaggia con il nonno e, facendo capolino, lo spia… Un momento impresso nella memoria di Filippo e vissuto con una tale intensità da essere desiderato tutt’ora : Vogghju essari ‘mpajatu ‘nta cista, ccu lu nonnu a partìri all’ura d’a missa;  un’ “arcaica giostrina”, oggi pura fantasia per i nostri bimbi, il cui ricordo indelebile gli fa rivivere quelle sensazioni di libertà e spensieratezza infantile, ormai patrimonio del passato. Il padre, immolato,  tacito,  sacro,  un’esemplare roccia…. le lacrime delle sue mani. La madre , sorgente che purifica e rinfresca, rasserena ed edifica…  le sue bracci. Elvira, a cui è dedicata l’opera, lacrime di cielo, parole di giustizia, silenzi di verità, grembo di eternità….l’ancor desiderata musa, labbra di sposa. I figli, Chiara e Giuseppe, germogli di vita, “cantati” per dare voce e musicalità ad un amore totalizzante, ad una tenerezza che nutre l’anima e libera d’i duluri, ad un orgoglio che non ha confini…sguardi che dissetano il cuore …iu ti vivu[6](io ti bevo)…..occhietti neri e vispi, che chiamano, profondi, pieni di mare. Tutte le sue colonne di certezza danzano la melodia della mente: note del silente pianto dei ricordi….note della vita che si rinnova…..note di Eterno che ricongiunge. E a questo Canto d’ Amore a Dio, al creato, agli uomini segue la quiete, come il giorno cede alla notte! La passione si placa momentaneamente dalla struggente alternanza di gioie e dolori e lascia il “passo” alla meditazione.

Passo, silenzio, anima: parole chiave che illuminano la solitudine dell’imbrunire. Quando, dopo la fatica, con passo lento, in silenzio,  finalmente l’uomo si può interrogare sul mistero dell’essere e dello scorrere dell’esistenza. E, in questo solco di paziente attesa , alza lo sguardo e coglie la luce,  che avanza sempre, come ogni fine apre un inizio. Il lento incedere di un passo dopo l’altro, il cammino tra i ricordi, lo sguardo verso l’Aurora:  un nostalgico  e sofferto peregrinare in cui il Cercatore di cielo si ferma e riflette …. Vivere/è ricerca dell’intelletto,/entusiasmo dell’anima,/desiderio dello spirito,/impulsi del cuore,/respiro di carezza,/dividere il sonno,/gioire di un sorriso,/specchiarsi in uno sguardo,/riposare nel ricordo,/dissetare la mente,/amare nella carne,

cibarsi d’amore,/cammino nell’armonia,/abbandonarsi in Dio.

Così, finalmente, il Cercatore focalizza nell’essenziale il nettare della vita, leggero filo di sollievo e pasto e rifugio dell’anima.

Con la stessa straordinaria semplicità e leggerezza che lo caratterizzano, Filippo D’Andrea affronta temi filosofico-esistenziali con domande che nascono dal vissuto e dalla meditazione personale  e risposte che non hanno tempo, nè spazio. All’Imbrunire diventa così guida per chi legge all’interno dei propri meandri emozionali, con l’obiettivo di far riflettere sul senso della vita e di ricordare  quanto sia importante ritornare ad ascoltare il proprio cuore!

Il  Canto libero di Filippo D’Andrea  invita ad andare oltre… a rallentare i propri passi… ad ascoltare la voce del silenzio… a percepire i suoni, i colori, i sapori, gli odori…. ad apprezzare le “piccole cose”…. a riscoprire il  passato…. ad accettare i propri limiti…. ad insegnare il senso del dovere…. ad avere il coraggio di andare controcorrente… a camminare nonostante…. ad orientare la propria vita alla verità, alla giustizia, alla speranza… a guardare col cuore!

È una denuncia, addolcita dalla musicalità dei versi e dei canti,  della triste realtà dell’uomo moderno che soffre perché corre , troppo spesso, solo alla ricerca del nulla…

Un uomo che deve ritornare necessariamente all’ESSENZIALE!