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Andrea Tornielli e la rivoluzione semplice di Papa Francesco

Il noto vaticanista ospite del Sabato del Villaggio per discutere sulla figura di Papa Francesco. La cronaca e l'intervista.
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Questo è il Bergoglio raccontato da Tornielli, il papa semplice semplice, padre della Chiesa e fanciullo nella fiducia

Andrea Tornielli è uno dei più autorevoli vaticanisti del globo. E quel globo si fa piccolo piccolo quanto il Teatro Umberto, per contenere le attenzioni dei sempre più affezionati cultori della rassegna “Il sabato del villaggio”, qui al suo ultimo appuntamento per parlare di una figura così importante e rivoluzionaria come quella di Papa Francesco.
Sì, perché Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa, conosce Papa Bergoglio fin dai tempi in cui questi era un cardinale rosso una tacca al di sotto dell’investitura bianca, ed è ormai arcinota l’intervista in cui il giornalista, tra le altre cose, pone la domanda delle domande, su cosa può mai dire – un papa certo ma poi anche un uomo – sull’innocente sofferenza dei bambini.
E quella sera la risposta sta tutta in una lettura decantata dall’attore Giancarlo Davoli: “Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha sempre girato nel mio cuore: perché soffrono i bambini?”. Questo è il Bergoglio raccontato da Tornielli, il papa semplice semplice, padre della Chiesa e fanciullo nella fiducia, che dice ancora: “Davanti a un bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché”.
E pare sempre più bambino un papa “che a ogni incontro personale termina con una richiesta di preghiera per lui”, racconta ancora Tornielli, rimasto sempre molto colpito dalla semplicità di Bergoglio, dal fatto che in lui “lo stile è sostanza, non è un apparire, è quell’approccio di vita e di fede a cui siamo chiamati tutti i cristiani”. E se è semplice lo stile è semplice pure il cammino, fatto di un percorso insolito, dettato da una geografia del cuore “che esprime il pensiero di Bergoglio”, dice il giornalista riferendosi ai viaggi del papa che vanno a toccare mete al di fuori dei riflettori: Albania, Lampedusa e fra un po’ Cassano Jonio, non proprio fra i porti più ragguardevoli in termini di clamore.
E poi ancora le devozioni semplici di quest’uomo salito al soglio pontificio e ancora intento a infilare sotto il dorso marmoreo della sua statua di S. Giuseppe i bigliettini con le richieste di intercessione, o la ricerca spasmodica di una rosa bianca come segno di grazia ottenuta da Santa Teresa di Gesù Bambino.

Perché il papa deve mantenere la distanza con la gente se è un uomo come noi, un battezzato come tutti noi?

Bergoglio semplice, Bergoglio profondo, semplice quanto profondo, perché “la fede battesimale, la fede dei semplici giudica gli scritti dei teologi – si solleva sulla sedia Tornielli, e la sua sembra proprio una vera e propria battaglia – e non è vero che la profondità teologica presuppone l’incomprensione da parte degli altri”.
Eppure il confine con la retorica di un redivivo poverello di Assisi in salsa ecumenica è sempre labile, tra riviste che inneggiano al papa di tutti, ma finché questi tutti non subiscono colpi. Perché poi non c’è solo la carota, ci sono bastonate del papa a destra e a manca; su marxisti e capitalisti; su chi tiene troppo famiglia e su chi la famiglia in senso tradizionale cerca di disfarla; su chi non se la sente di entrare in politica ma dovrebbe, e su chi non se la sente di inseguire il bene comune ma potrebbe; sui mafiosi e sui ricchi prelati, sugli uomini di Chiesa.
Di questi Tornielli racconta del cardinale amico d Bergoglio che in pieno conclave dagli esiti ormai previsti, sussurra nell’orecchio al futuro papa: “Non dimenticare i poveri”; e poi ci sono invece quelli che il papa lo accusano di parlare troppo di misericordia, e qui il giornalista di Chioggia alza le mani al cielo, e ancora con i gesti disegna stupore quando riporta le accuse rivolte al pontefice “di aver tolto sacralità, di aver fatto cadere la distanza tra una figura come il papa e la gente”. La replica è precisa, e affonda nel vangelo delle origini, così come tutte le sue parole che sono dosaggi di quelle pagine: “Io dico che il Cristianesimo è una fede che crede in un Dio fattosi bambino – spiega Tornielli – onnipotente ma fragile; è Dio pertanto che ha eliminato la distanza tra noi e Lui”. E di logica conclude: “Perché allora deve mantenere la distanza il papa che è un uomo come noi, un battezzato come tutti noi?”.
Un uomo in carne e ossa, che invita “a toccare la mano di chi riceve la nostra elemosina, perché quella è la carne di Cristo”. Un uomo che nelle parole di un giornalista così vicino alla sua storia appare come un personaggio da ultima pagina, eppure così profondamente pregnante da rendere cartaccia e macchie d’inchiostro tutto il resto.

andrea tornielliL’intervista: “Il papa è di sinistra?”

Com’è che si è ritrovato a scrivere di Chiesa, a fare il vaticanista?
La passione mi è nata quando avevo quattordici anni, andavo sempre in vacanza dov’è nato Papa Luciani.
Seguii allora l’elezione di Papa Luciani dopo la morte di Paolo VI, e rimasi colpito, sedotto dalla storia, anche se poi ho studiato Storia della lingua greca e non Storia della chiesa come ci si potrebbe aspettare. Dopodiché ho cominciato a scrivere per i giornali, iniziando con la cronaca nera, la bianca, finendo per scrivere di ciò che per cui ho nutrito sempre interesse: la Chiesa.

Lei da una testata come Il Giornale è passato a fare il vaticanista per una testata invece di solida tradizione laica come La Stampa. Ha mai percepito la linea del giornale non proprio condivisibile con la sua?
No, devo dire di godere di una certa libertà, poi a dirla tutta proprio La Stampa ha fatto nascere questo canale web, Vatican Insider, che io personalmente coordino. (Vatican Insider è un progetto d’informazione del quotidiano La Stampa che si occupa dell’attività del Papa e della Santa Sede, della Chiesa cattolica attraverso i temi religiosi, ndr).

Il pontefice ha chiesto in ginocchio ai mafiosi di convertirsi. È prossimo il viaggio del papa in terra di Calabria, e noi crediamo che quella preghiera quaggiù dovrebbe risuonare ancora più forte. Lei crede che serva più un papa dell’impegno o un papa dello Spirito? Papa Francesco pare venga dipinto come un pontefice particolarmente impegnato.
Il punto è capire che l’essere veramente religioso, essere veramente un uomo di Dio, presuppone l’impegno e la denuncia dell’ingiustizia, non esiste una spiritualità slegata dalla realtà, il cristianesimo non è mai stato così. In Terra Santa ad esempio il papa ha percorso un viaggio “religioso” nei discorsi e nei gesti, eppure le sue preghiere silenziose davanti al Muro sono state considerate dei gesti dirompenti dal punto di vista politico e diplomatico. Papa Francesco predica il vangelo che porta alle origini, laddove c’è la vicinanza agli ultimi e la denuncia delle ingiustizie.

 In una sua intervista lei ricordò al pontefice le accuse che gli fecero alcuni ultra-conservatori americani definendolo “marxista”, a causa di alcune considerazioni economiche di mercato. Pochi giorni fa in un’intervista concessa al quotidiano catalano La Vanguardia, il Papa ha confessato di considerare l’antisemitismo come un fenomeno che si annida meglio nelle correnti politiche di destra che in quelle di sinistra.
Se il Papa fosse stato un laico, sarebbe stato di sinistra?
É difficile dirlo, certo Papa Bergoglio non ha alcuna simpatia per il marxismo, la considera un’ideologia sbagliata.
La vocazione del cristiano è sempre una vocazione di uomo di centro, nel saper raccogliere insieme le esigenze di giustizia e della solidarietà con esigenze di convivenza dell’ordine, perché il cristiano sa che esiste il peccato originale e che servono le carceri e i carabinieri. Ma allo stesso tempo è cosciente che i poveri non sono una categoria sociologica, ma una categoria teologica, che ha a che fare con la fede, dunque da qui l’impegno per i poveri.
E Papa Bergoglio comunque non è certo uomo di destra: tante cose che dice riguardo all’economia di mercato suonano di sinistra a un mondo, anche cattolico, che fa pena, perché ha dimenticato le sue radici. I poveri e la giustizia sociale non sono delle invenzioni di Marx, i poveri sono nel vangelo.