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Battista Foderaro, traccie della sua storia

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SCELTA DI VITA

Avevo frequentato le elementari a Cortale e le medie a Maida (non c’erano a Cortale) con esame di licenza superato brillantemente e meritando i complimenti del presidente della commissione esaminatrice, il prof. Armando Scarpino, sì proprio lui, il senatore comunista di Nicastro, diventato poi un caro amico malgrado le contrapposte idee politiche che a quei tempi pesavano, e come pesavano!

E proprio a Maida ho avuto il mio primo innamoramento. Mi piaceva una bella ragazzina che corteggiavo, come usava allora, passeggiando davanti casa sua tutti i giorni, ad ogni uscita da scuola, sperando di vederla.

Di tanto in tanto si affacciava dal balcone, aveva capito che le facevo il filo ma di corrispondere alle mie avance nemmeno l’ombra. Una delusione.

Col trasferimento di tutta la famiglia a Nicastro nel 1948, ho iniziato a frequentare il ginnasio.
Al contrario delle precedenti esperienze scolastiche i nuovi e più impegnativi impegni non andavano proprio bene.
Superati faticosamente i due anni con riparazione settembrina, avrei dovuto iniziare il liceo.

Iniziare l’ho iniziato, nel senso che il giorno di apertura dell’anno sono entrato in classe ma dal giorno successivo e per tutto il primo e secondo trimestre non vi ho più messo piede.

Ogni mattina uscivo regolarmente di casa per far credere ai miei che andassi a lezione: in realtà me ne andavo in giro in bicicletta se non con il “guzzino”.

Ah già il “guzzino”. Era l’antesignano dei motorini moderni, fabbricato dalla Guzzi, che io noleggiavo da mastro Genio, un meccanico che aveva l’officina la dove oggi c’è la farmacia Furci (a proposito ricordo con sentimento di tristezza e di rimpianto Nando, che oltre ad essere stato compagno di scuola, è stato uno dei miei più cari, veri amici).

Per tornare al guzzino, come facevo a prenderlo in noleggio? Avevo dei soldi?
Nient’affatto: mi ero inventato il “cambio merce”, ossia un litro di olio motore – che sottraevo in azienda – per un’ora di uso del motorino!

Quello che prima o poi doveva succedere, finalmente accadde: mio padre scoprì che marinavo la scuola da mesi: mi domandò che intenzioni avessi e alla mia sfacciata risposta, quella di non avere più voglia di studiare, non fece una piega.
Ricordo come fosse adesso la scena che ne seguì. Eravamo nell’ufficio-casa di via Milite ignoto, Lui seduto alla scrivania ed io in piedi davanti.

Prima di continuare mi debbo fermare un momento per ricordare come a quei tempi funzionavano i collegamenti telefonici. Intanto a Nicastro c’erano si e non un paio di centinaia di abbonati.

Per fare una chiamata bisognava girare la manovella di cui era dotato l’apparecchio, pesante e di bachelite nera, rispondeva dal centralino – posto in un locale a pianterreno della casa “dell’americano” – una certa signorina Pugliano o il mitico Micuzzo, bastava dava il nome della persona con la quale si voleva parlare – il numero era superfluo – e si veniva messi in comunicazione.

Torno a mio Padre. Chiamò per telefono il capo officina, un omone grande e grosso, tenero e mite, sembrava più un monaco tanto che veniva chiamato “Frate Giacobbe” e gli disse: ”da domani mio figlio viene a lavorare in officina; lo dovete trattare come l’ultimo degli apprendisti”.
La mattina dopo mi presentai, in tuta, in officina e mi misi a lavorare (?!).

Frate Giacobbe, dopo un po’, cominciò a soffrire della mia presenza: facevo sfaceli e casini.

Nell’intervallo pranzo, quando in officina non c’era nessuno, io mettevo in moto il primo autobus disponibile e me ne andavo in giro. Notare: senza patente perché minorenne (allora la maggiore età a 21 anni).

Per caso, un giorno, Frà Giacobbe mi vide e fu la goccia che fece traboccare il vaso. Preoccupato per le eventuali conseguenze si presentò da mio Padre e diede l’ultimatum: “O lui o io”!

E fu così che mi trasferì in ufficio. Sistemata la mia postazione di lavoro pensai bene, per prima cosa, di mettere mano alla vecchia macchina da scrivere – una Royal nera con scritta in oro, originale, portata da mio Padre dall’America – che aveva qualche tasto difettoso.

La smontai tutta e quando provai a rimontarla mi avanzarono diversi pezzi: primo danno e acquisto di macchina nuova.
Man mano, crescendo, mi misi a fare sul serio. Ma di quanto è avvenuto dopo ho già scritto e non ci torno su.

fine 2° parte