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Consueto avvio in sordina del festival

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Ritardi, spostamenti di orari e location, nonché l’assenza del principale ospite, Nicola Gratteri che giungerà a Lamezia Terme solo oggi. La prima giornata del festival dei libri sulle mafie è stato caratterizzato, dunque, da qualche difficoltà. Nell’attesa dell’inizio  l’attenzione l’ha calamitata il cane dell’unità cinofila della Polizia che ha perlustrato le location dei dibattiti.

IL FESTIVAL 

Una quarta edizione aperta dall’installazione di Renzo Bellanca, una serie di mattonelle che, nello specifico, hanno riportato frasi e parole significative del mondo della legalità. Il via viene dato dal lancio in aria di fogli A4 su cui son state scritte le parole chiave del festival. Un’apertura sobria dove in molti hanno notato l’assenza di rappresentanti dell’Amministrazione Comunale. Solo nel terzo appuntamento, infatti, arrivano a Trame il sindaco Speranza e l’assessore Piccioni. L’importanza dei volontari la si denota sin da subito nei dibattiti del primo pomeriggio dove, per garantire un folto uditorio, è fondamentale la presenza dei ragazzi in maglietta arancione. Pur  essendo un festival di risonanza nazionale, come rilevato nelle scorse edizioni, l’affluenza alla manifestazione non e’ tale da garantire pubblico per due dibattiti che si svolgono contemporaneamente. Questo ha causato alcuni ritardi. Non sono mancati, infatti, consegne di bigliettini ai relatori per concludere il dibattito (prolungatosi oltre il previsto) e consentire così l’avvio ad altri incontri previsti nel programma. Gli spostamenti degli spettatori da una location all’altra son stati accompagnati dalla musica dell’inno ufficiale di Trame, nonché dai messaggi volti a ricordare la raccolta fondi on line, ancora aperta alla ricezione di finanziamenti. Un po’ abbandonati a se stessi, e non molto incisiva, la presenza dei writer nei parcheggi di piazza Mercato Vecchio impegnati ad abbellire il proprio furgoncino parcheggiato accanto a quello del’ unita artificieri della Polizia di Stato. I lametini, dunque, aspettano i “vip” dell’antimafia. Non poche sono state, infatti, le persone che chiedevano informazioni sull’arrivo di Gratteri e Travaglio.

 

 

I CONTENUTI

“Non sono un magistrato antimafia, ma mi occupo di tutti i reati che passano sul mio tavolo. Non ho avuto la percezione della forte presenza sul territorio lombardo di organizzazioni mafiose fin quando non sono incappato in una indagine di mafia” sono le parole del magistrato Giuseppe Gennari nel primo incontro di giornata dedicato a “La ndrangheta oltre la linea del Po”.  Gennari ribadisce che “solo entrando in queste vicende capisci di come la ndrangheta fa parte del tessuto sociale ed economico della Lombardia” . Il magistrato intervistato da Paolo Pollicheni denuncia la profonda sottovalutazione della pericolosità dei soggetti con cui interloquiscono alcuni imprenditori “rispetto alla maggior compattezza che ha in Calabria” spiega Gennari “la ndrangheta in Lombardia ha allargato la sua struttura familistica aprendosi a relazioni esterne, derogando così a delle norme tradizionali”.  Una nuova ndrangheta, quindi, costituita dalle nuove generazioni che, però,  non hanno il passo di quelle vecchie.

 

 

 

Del ruolo della donna all’interno delle organizzazioni mafiose, invece, se ne è parlato nell’incontro “Fimmini”.  La giornalista Iati’ ha introdotto il dibattito ricordando il fenomeno del femminicidio per poi lasciare la parola a Francesca Incandela, autrice del libro “Donne di mafia, Donne contro la mafia”, la quale spiega l’evoluzione della conoscenza del ruolo della donna all’interno della mafia. “Se negavano la presenza della mafia negli anni 80” afferma l’autrice “pensate se si poteva immaginare che era la donna a trasmettere questi disvalori. C’era un rifiuto psicologico a vedere la donna come mandante, la donna come complice degli uomini. Se riconosciamo il ruolo della donna nella mafia” conclude Incandela “siamo sulla strada buona per sconfiggere queste organizzazioni criminali”. Il magistrato Alessandra Cerreti, successivamente, pone l’accento su una sorta di maschilismo nell’antimafia “fino a pochi anni fa erano pochi i magistrati, gli investigatori o i professori universitari donne che si occupavano di antimafia. Lo studio del fenomeno era completamente demandato agli uomini che hanno sottovalutato il ruolo della donna nella mafia”. Ruolo che lo stesso magistrato passa ad illustrare “ recentemente più di una indagine ha consentito di costruire un puzzle del tutto diverso in cui è emerso il ruolo importante della donna. La ndrangheta è indubbiamente un ambiente maschilista, questo e’ innegabile. Allo stesso tempo, però, e’ innegabile che la donna svolge dei ruoli importantissimi ed insostituibili, uno su tutti la postina. Un ruolo che garantisce alla cosca di continuare le sue attività illecite anche quando i suoi uomini sono finiti in carcere”.

 

 

Interessante, anche se un po’ ripetitivo nell’argomento, il dibattito che si è sviluppato all’interno dell’incontro dal titolo “Giornalisti di frontiera in Calabria. Cronisti a confronto”. Tra i relatori Paolo Pollicheni che ha sin da subito attaccato la categoria di cui fa parte “ la Calabria ha una cattiva stampa, sia perché non riesce a far emergere ciò che c’è di buono in questa regione sia perché ci sono cattivi giornalisti”. Per il direttore del Corriere della Calabria questa bassa qualità fa si che i giornalisti, quelli bravi, non riescono ad emergere e molto spesso emigrano. “Qui ci sono giornalisti che non hanno un padrone, però se lo vanno a cercare, o giornalisti che sono essi stessi portatori di conflitti di interesse” conclude Pollicheni. La vicenda di Calabria Ora, lo scontro con l’on. Gentile, e la successiva chiusura del giornale viene raccontata dal suo ultimo direttore, Luciano Regolo. “Quello che dice Saviano a commento della famosa telefonata e’ vero” afferma Regolo “quella chiamata è un esempio di sub cultura mafiosa. Per alcuni la libertà di stampa è un semplice prurito anale. Non parlo dal punto di vista giudiziario, vado aldilà delle responsabilità penali, giacché ci sono forti responsabilità morali”. Alessandro Banfi , direttore del Tgcom24 tenta di spiegare il disinteresse dell’informazione nazionale sulle vicende calabre “abbiamo 19 ore al giorno di diretta, diamo spazio alle notizie serie, quelle più importanti. È vero della Calabria ci siamo occupati della Sa-Rc, di Rosarno o dei Bronzi di Riace”. Per il dipendente Mediaset questi tre esempi fanno capire di come l’Italia la si capisce meglio se guardata dalla periferia, dalla Calabria “capiamo infatti che è un Paese senza infrastrutture (autostrada), con il problema dell’immigrazione ancora irrisolto (Rosarno). Una Nazione che ha un potenziale enorme (Bronzi) ma che non lo riesce a sfruttare. È come se la benzina c’è ma il motore non si riesce ad accendere”

 

 

“Rivoluzionari in terra di mafia” è il dibattito in cui si è intravista un po’ di lametinità con la presenza sul palco del giornalista Antonio Chieffallo e Gioacchino Tavella, componente dell’Antiracket Lamezia. Il proprietario della libreria omonima in città si definisce una persona normale “siamo sovversivi solo nella misura in cui cerchiamo di fare il nostro lavoro con competenza e professionalità, senza la presunzione di avere la verità in tasca”. Tavella successivamente rimarca il ruolo fondamentale delle librerie, concepite non solo come negozi, ma come presidi di cultura in cui le varie tematiche si approfondisco e vi è la possibilità di confrontarsi. “Il problema ndrangheta non lo si affronta solo dal punta di vista repressivo” conclude l’esponente dell’antiracket “ ma anche e soprattutto attraverso la cultura, attraverso i libri. Sono i libri, infatti, che forniscono una conoscenza approfondita di questo fenomeno, ed è con tale conoscenza che  si può combattere la cultura mafiosa”. Giuseppe Catanzaro della Confindustria Sicilia  ripercorre le vicende che hanno portato la sua organizzazione ad adottare il famoso codice etico che tanto clamore suscitò “un codice etico volto sia ad aiutare l’operatore economico, per prenderlo e portarlo dalla parte dei semplici, accompagnarlo nel percorso che porta alla denuncia” spiega Catanzaro “ma al tempo stesso uno strumento che consenta di adottare delle sanzioni”. L’incontro viene concluso dal lungo ed appassionato intervento del magistrato Fabio Regolo che, nel raccontare la sua esperienza lavorativa di Vibo Valentia, si rivolge principalmente ai giovani “non lasciatevi scoraggiare da chi vi dice che non cambierà mai nulla, che siete nati in un posto sfortunato. Non e’ vero. Se vi impegnate riuscirete a realizzare quello che desiderate”

 

L’Incontro con Calopresti per discutere del film “Le mani sulla città” di Rosi, infine, ha risentito dell’assenza di quest’ultimo, impossibilitato a venire a Lamezia, ma intervistato da Savatteri e trasmesso in tre spezzoni video all’interno di Palazzo Nicotera. “Saluto con molta gratitudine il festival” afferma Rosi “ci vuole coraggio e serietà in questa innocente voglia di essere utili contro la criminalità organizzata, non bisogna lasciare soli né i magistrati né le forze dell’ordine”. Il folto pubblico, un centinaio di persone, ascolta con interesse il novantaduenne regista “è molto preoccupante di come la criminalità organizzata sia entrata nel mondo economico e abbia ripulito la propria facciata. Son gli stessi mafiosi” dichiara Rosi “ che si sono avvicinati a quella cultura che si è sempre occupata di mafia. Loro, infatti, si sono documentati su se stessi attraverso i libri sulla mafia”. Il regista alla fine svela che “ è la storia di Salvatore Giuliano che mi ha spinto a realizzare un film sulla mafia, è stato un incentivo, mi è venuto facile in quanto quella storia spiega in che cosa consiste la mentalità mafiosa, come son fatti i mafiosi, i più pericolosi tra i criminali. I mafiosi, infatti, si nascondono, non si rivelano”