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Cortale: l’antico “lavatoio” del Fondaco Pellegrini diventa Museo

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A circa tre kilometri dal centro abitato di Cortale (CZ), in una suggestiva località di campagna denominata “Abbadia”, sorge una struttura alquanto singolare, poco diffusa nell’Italia Meridionale, che oggi si candida a polo d’attrazione culturale grazie ad un interessante progetto museale.

L’edificio in questione è un antico “lavatoio” di sanse la cui destinazione -molto particolare-  era quella di separare, attraverso un lavaggio continuo della sansa e un sistema di vasche, le bucce dalla parte legnosa del nocciolo delle olive.

Il “lavatoio” risale al 1874 e rimase operativo all’incirca fino agli anni ’30.

È importante ricordare che esso fa parte, tra l’altro, di un’area di notevole interesse storico, di dominio –a partire dalla seconda metà del ‘700- della notabile famiglia Pellegrini-Venuti sul cui ceppo si è innestato, con una combinazione di matrimoni, quello degli attuali proprietari Agosteo. In questa possidenza rientrano anche –e sono da segnalare- i ruderi dell’originaria cappella dei Santi Anargiri (Cosma e Damiano), quella attuale ricostruita dopo il terremoto del 1783 e un suggestivo casale fortificato, eretto dal medico Francesco Pellegrini verso la fine del XVIII secolo sulle vestigia di un monastero basiliano edificato a sua volta nel 1070 dal nobile Cristofaro Bono di Maida e che costituì il fulcro delle origini di Cortale. Da fonti risulta che fu un certo Don Gregorio Pellegrini († 1897), dottore in giurisprudenza e nipote di Francesco, a trasformare ben presto il casale in un’importante masseria che divenne nota col nome di “Fondaco Pellegrini” e che oggi è una delle migliori Aziende Agrituristiche del circondario.

Allo stesso Don Gregorio si deve anche la costruzione del magnifico “lavatoio” per l’estrazione dell’olio dalla rilavorazione della sansa. In realtà una sorta di opificio a trazione idraulica (denominato anche “macchina idraulica”, frollo o molino di sanse) che –come già accennato-, attraverso un lavaggio continuo della sansa, operava la separazione delle bucce (puletto) dalla parte legnosa del nocciolo.

Decisamente diverso quindi dai comuni frantoi per l’estrazione dell’olio e dai “frantoi di nocciolo”, che si limitavano a frangere e stringere con acqua calda la sansa. Nel complesso sistema del lavatoio del “Fondaco Pellegrini” le operazioni si svolgevano in corrente d’acqua e consistevano in una frangitura della sansa attraverso una grande ruota di legno azionata ad acqua ed un successivo passaggio nel frollatore o frollo, una conca posta in un piano sottostante dove si procedeva al rimescolamento e battitura della pasta per mezzo di un rastrello ed una “mescia” messi in moto dalla ruota stessa. La frollatura separava le bucce, che affioravano, dal nocciolo. Queste venivano in parte recuperate nel frollo ed in parte in una serie di vasche in muratura, poste a degradare, dove passavano trasportate dall’acqua. Una volta recuperate, le bucce venivano messe a bollire in una caldaia e quindi strette sotto un torchio. L’olio così ottenuto, di minore qualità, veniva usato soprattutto come combustibile o per la preparazione delle lane e dei saponi. Il lavatoio sorgeva a ridosso dei grandi bacini produttivi dei vicini territori di Maida e Squillace e sfruttava le acque sorgive provenienti dalle “grotte” attigue per mettere in movimento la grande ruota di legno che a sua volta azionava il sistema di “lavaggio” della sansa.

Un meccanismo ingegnoso che fa di questo opificio un esempio pregevole di archeologia agro-industriale calabrese e più in generale del Sud Italia, giacché non solo sono stati molto pochi i lavatoi costruiti, ma ancor meno quelli realizzati con impianti così complessi e sofisticati.

La scarsità di fonti non consente di fornire dati precisi sulla presenza dei lavatoi in Italia; tuttavia, da ricerche, si evince che soprattutto la Liguria e la Toscana possono essere considerati i luoghi per eccellenza e di grande diffusione dei molini per il “lavaggio” della sansa (in Liguria è denominato “Bolacco”). Altrettanto non si può dire invece per le regioni meridionali, dove la loro diffusione è stata molto più limitata. In territori carenti di acque come la Sicilia e la Puglia, ad esempio, risulta non siano stati mai costruiti dei lavatoi per le sanse. Per quanto riguarda la Calabria, al momento si è a conoscenza di ruderi di altre “macchine idrauliche” nelle zone di Reggio Calabria e Cosenza, ma pare si trattasse di strutture decisamente meno imponenti e anche con una minore forza idraulica rispetto al lavatoio cortalese che se è uno dei più pregevoli della regione –e in generale del Sud Italia- è invece l’unico attualmente presente nella provincia di Catanzaro, e qui sembra giungessero le sanse  di tutti i frantoi del circondario.

Una valenza storico-architettonica e agricolo-industriale quindi straordinaria, che non è sfuggita alla sensibilità e attenzione degli attuali proprietari (la famiglia Agosteo) e dell’Amministrazione Comunale impegnata dal 2013 in un articolato progetto di recupero e riqualificazione di questa struttura che, sebbene si presentasse crollata in più punti, conservava ancora il locale seminterrato con volta a botte, dove si sviluppa una doppia serie di otto vasche ad “L”.

L’obiettivo è la destinazione museale dell’edificio, così da farne un polo di attrazione turistico-culturale a livello regionale. Un piano che si inserisce nell’ambiziosa ricerca avviata dall’Amministrazione Comunale già dal 2009 e fondata su precisi principi: recuperare, tutelare, valorizzare e conservare le tradizioni locali e le nostre radici.

Questa è la metodologia di pensiero che ha portato al riattamento del vecchio lavatoio, il quale, ceduto dagli Agosteo al Comune di Cortale in comodato d’uso per trent’anni, è stato ristrutturato con i fondi Psr Calabria 2007-2013 e del GAL calabrese.

Gli interventi edilizi -giunti quasi al termine- sono stati condotti nella più assoluta salvaguardia del valore originario e della storicità dell’edificio e hanno riguardato il  restauro delle parti interne ed esterne e il ripristino delle parti degradate. La progettazione e la direzione tecnica dei lavori è stata affidata all’architetto Giuseppe Strumbo.

L’opificio è stato già aperto al pubblico il 25 e il 26 settembre 2016, in occasione dei festeggiamenti in onore dei Santi Cosma e Damiano che si svolgono puntualmente ogni anno nella vicina chiesetta intitolata ai Santi Anargiri.

Ora si attende e si spera al più presto l’inaugurazione definitiva, cosicché l’antico lavatoio possa finalmente riacquistare una sua identità come luogo di storia, tradizione e memoria ed essere valutato come punto di riferimento culturale per la regione e l’intero Meridione; aspetto -quest’ultimo- che potrebbe favorire, con i flussi di turismo culturale che si potrebbero alimentare, lo sviluppo e la crescita sociale ed economica del territorio.