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A che cosa serve la Nato

I nuovi “nemici” di questa lega militare guidata dagli Usa sono in realtà gli avversari strategici dell'America, i Paesi che in un modo o nell’altro insidiano la sua supremazia globale.
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La Nato (acronimo dell’inglese North Atlantic Treaty Organization, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) compie 70 anni, età che invoglia ai bilanci. E infatti moltissimi li fanno. Si passa dall’ormai famoso “la Nato è in uno stato di morte cerebrale”, copyright Emmanuel Macron, presidente della Francia, al non meno drastico “la Nato è l’alleanza di maggior successo nella storia” di Jason Stoltenberg, non a caso segretario generale della Nato stessa.
Tra l’uno e l’altro tutte le possibili sfumature positive e negative.
Il giudizio, ovviamente, dipende dalle attese, l’unico parametro su cui possono essere misurati i risultati. E allora sarà meglio ripercorrere brevemente la nascita dell’Alleanza, il cui trattato costitutivo fu firmato a Washington il 4 aprile del 1949, preceduto però da due momenti decisivi, quelli che poi avrebbero dato il tono a tutta la storia successiva.
Il primo fu la costituzione, nel 1948, dalla cosiddetta Unione Occidentale, un patto cinquantennale tra Francia, Regno Unito, Belgio, Lussemburgo e Olanda per la mutua assistenza, politica e militare, “in caso di ripresa aggressiva della Germania” o di qualunque minaccia contro la pace. L’Unione, poi allargatasi a molti altri Paesi, Italia compresa, è stata sciolta solo nel 2011.
Il secondo, forse ancor più importante, fu la cosiddetta Risoluzione Vandenberg, approvata dalla Commissione esteri del Congresso Usa nel 1948. Essa dava il via libera all’associazione degli Stati Uniti d’America a trattati collettivi che fossero basati su impegni di mutua assistenza e, soprattutto, che risultassero utili alla sicurezza nazionale degli stessi Stati Uniti.
In buona sostanza ciò vuol dire che la Nato sorse inquinata alle radici da un’ambiguità di fondo. Mentre gli europei pensavano alla propria storia e all’incubo di un terzo, disastroso conflitto sul continente dopo quelli del 1915-1918 e 1939-1945, gli americani avevano uno sguardo assai più globale e pensavano ai propri interessi di potenza dominante su scala planetaria.
Non a caso, ancora oggi, i fan europei della Nato ripetono spesso che l’Alleanza ci ha garantito settant’anni senza guerre, dimenticando di precisare “senza guerre in Europa”, perché in Afghanistan e in Libia, per fare solo due esempi, la Nato c’era eccome. Mentre gli americani non si fanno problemi in proposito e semmai, come fa Trump un giorno sì e uno no, chiedono più impegno, più soldi, più armi.
Per cinquant’anni ci pensò l’Unione Sovietica a tenere insieme le due pulsioni, quella europea e quella americana. L’avversario strategico degli Usa era insediato, attraverso una serie di Paesi satelliti, in un’Europa ancora popolata di partiti comunisti forti e influenti in Francia, Spagna, Italia.
Non era poi troppo difficile, in quei decenni, mettere d’accordo le esigenze europee e americane, come la crisi degli euromissili dimostrò negli anni Ottanta. Anche a dispetto di qualche mal di pancia come quelli dei nostri neo-atlantisti, da Fanfani a Mattei, da La Pira a Moro, che pur nel rispetto dell’Alleanza e del rapporto strategico con gli Usa avevano chiesto per l’Italia una maggiore libertà d’azione, soprattutto nel Mediterraneo.
Con la fine dell’Urss, in un certo senso, salta tutto. Per quanto riguarda l’Europa è chiaro: come si può temere la Germania se acconsentiamo alla riunificazione tra l’Ovest e l’Est? Che senso ha l’incubo di un terzo conflitto se l’Unione Europea ormai ingloba quasi tutti gli ex satelliti dell’Urss e li trasferisce dritti dritti nella Nato stessa? Ma per gli Usa, a ben vedere, non cambia niente. Dopo qualche brindisi per il crollo sovietico, a Washington è business as usual: c’è sempre un mondo da controllare, la democrazia da esportare, i Balcani da smontare e ricostruire, il Medio Oriente da influenzare. Nella visione americana per la Nato non cambia nulla.
Certo, resta un problema di senso politico. A che serve un’alleanza militare che, stando almeno alle dichiarazioni, è difensiva se il nemico (la risorgenza tedesca per gli europei, l’Urss per gli americani) non c’è più? Col tempo la Nato è diventata una sorta di agenzia militare a guida americana, deriva peraltro inevitabile se si considera che gli Usa (dati 2017) finanziano l’Alleanza con una cifra che è pari al triplo di quanto versano tutti gli altri 28 membri messi insieme (https://fondazionenenni.blog/2018/07/19/chi-e-quanto-paga-per-la-nato/). E gli Usa non hanno alcuna intenzione di rinunciare a questo braccio armato. Quindi la soluzione è: inventare un nuovo nemico.
Il primo della nuova era, quella post-1989 e post-Muro di Berlino, fu la Jugoslavia di Slobodan Milosevic. Poi è toccato alla Russia di Vladimir Putin. Fa persino tenerezza il segretario generale Stoltenberg quando parla di “espansionismo russo nell’Europa dell’Est”. Lui si riferisce all’Ucraina e alla Crimea ma dimentica che per decenni la Russia è stata costretta a ritirarsi sempre più lontano dal cuore dell’Europa, mentre la Nato avanzava sempre più verso Est. Ci sono basi Nato a 120 chilometri da San Pietroburgo, mica basi dell’Armata Rossa a 120 chilometri da Berlino. Sistemata la Russia ora tocca alla Cina, che proprio nel recentissimo vertice di Londra è stata insignita del rango di nuovo avversario strategico.
Come si vede, i nuovi “nemici” della Nato sono in realtà gli avversari strategici degli Usa, sono i Paesi che in un modo o nell’altro insidiano la supremazia globale degli Usa. Quelli che sono impegnati in duri confronti politici (si pensi alla Russia in Medio Oriente) o economico-tecnologici (la Cina) con la potenza americana. I Paesi che sono il bersaglio delle sanzioni economiche Usa. L’Europa, con Russia e Cina, fa da tempo e continua a fare ottimi affari. Dobbiamo prendere le dovute precauzioni, perché si sa, le potenze non hanno ideali ma solo interessi.
Ma qual è, esattamente, il rischio che corriamo nel trattare con Russia e Cina? Siamo così preoccupati dal G5 cinese da aver già dimenticato che era la sicurezza nazionale americana a spiare tutte le nostre comunicazioni, comprese quelle di Angela Merkel, Francois Hollande e Silvio Berlusconi? È davvero un rischio continuare a comprare dalla Russia circa il 30% del gas che consumiamo, quando la Russia vende all’Europa circa il 70% del gas che esporta, e ha quindi più bisogno di noi di quanto ne abbiamo noi di lei? Perché dovrebbe farci la guerra?
La battaglia pro-Nato, infatti, non è una battaglia per la sicurezza in Europa.
In che modo la Nato ci avrebbe protetti dal terrorismo o dall’immigrazione incontrollata, per fare un paio d’esempi? E in che modo la Nato, per fare l’esempio contrario, avrebbe impedito a Francia e Regno Unito di condurre una guerra disastrosa come quella in Libia del 2011 o a Regno Unito e Usa di invadere l’Iraq nel 2003? Al contrario, la Nato ha avuto parte in quasi tutte queste imprese disastrose e sempre a nostro svantaggio.
Questo perché la battaglia pro-Nato è in realtà una battaglia per il dominio in Europa. Attraverso la Nato gli Usa provano a condizionare la politica europea, imponendo condizioni (Donald Trump ci rimprovera un giorno sì e l’altro no perché non versiamo abbastanza soldi), delineando strategie che interessano a loro ma che dovremmo sostenere (anche) noi, persino ricattandoci con la minaccia di ulteriori sanzioni e dazi sulle nostre merci. Non a caso una delle idee più detestate dagli atlantisti è quella di un esercito europeo, di cui è sostenitore il presidente francese Macron, perché renderebbe quasi inutile la Nato.
L’Europa avrebbe tutti gli strumenti per uscire da questa tagliola. È un gigante di 500 milioni di persone che genera il 20% di tutte le transazioni commerciali del mondo.
Ma la Ue, sul piano internazionale, è un nano politico. Non ha visione, non ha decisione. E sconta tutti gli effetti dell’allargamento massiccio del 2004: i Paesi usciti dall’orbita sovietica soffrono di un evidente (anche se comprensibile) revanscismo e per loro la Nato è una pacchia. Pagano poco (la Polonia, per dire, versa alle casse dell’Alleanza meno di metà di quanto versa l’Italia) e possono fare la faccia feroce nei confronti della Russia. Insomma, non cambierà nulla, il “pericolo giallo” cinese permetterà di andare avanti così per chissà quanto tempo. Poi, al limite, si inventerà un nemico nuovo.