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Da Via Cialdini in via Angelina Romano, La Vittima spodesta il carnefice

Non è solo una grande conquista di verità, ma un segnale di svolta.
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“Sembra poco, è un’enormità: a Lamezia Terme (complimenti al Sindaco Paolo Mascaro), “via Enrico Cialdini” da ieri è diventata “via Angelina Romano”. La vittima spodesta il carnefice. Non è solo una grande conquista di verità, ma un segnale di svolta.

I nomi delle vie sono l’equivalente delle vetrate e degli affreschi nelle chiese rinascimentali: una sintesi estrema di quel che c’è da sapere della storia. Quindi, se il maggior numero di strade è intitolato a Garibaldi, si capisce che lui doveva essere molto importante, il più: c’è pure la statua, c’è! E così a scalare. Naturalmente, chi ha il potere di dare i nomi alle cose, tende ad attribuirsele. In tal modo, le strade, con i loro nomi, ricordano a tutti chi comanda.

E, altrettanto naturalmente, la storia che le strade raccontano, non solo con la varietà dei loro nomi, ma soprattutto per la quantità di alcuni, è quella che giustifica ed esalta le azioni di chi può dettare quei nomi. Dirla così, può essere fuorviante, perché se ne trae l’idea di un potere che detta e impone, direttamente.

No; la norma è che il potere “desideri” e altri si affannino per prevenirne il desiderio, perché assecondarlo è già una manifestazione di disattento, tardivo omaggio. In uno degli eccellenti libri di Edoardo Spagnuolo, si racconta degli amministratori comunali di Montefusco che stanziarono una somma perché fosse eretta una statua di Vittorio Emanuele II, appena pochi mesi dopo che avevano fatto lo stesso per Francesco II di Borbone e la regina Sofia: gli amministratori erano gli stessi, il re era cambiato…

“Alzare il nome” è un atto di libertà, o di affetto, o di sottomissione. Mi chiamo Giuseppe, per l’amore di mia madre verso suo padre. E se Ferdinando è un nome così diffuso, al Sud, non è un caso. Il papa che deve darsi un altro nome, dichiara la rinuncia a se stesso come individuo, per divenire una funzione, altissima, ma impersonale. Frati e suore fanno altrettanto e “si consegnano” alla nuova vita, cancellando con il nome che avevano, la precedente. Quando il Mediterraneo era un mare civile, agli ospiti si poteva chiedere il nome solo dopo averli accolti, rifocillati e ascoltata la storia. I cavalieri della chanson de geste potevano ambire a dire il proprio nome, soltanto dopo aver dimostrato di poterlo onorare.

Persino un intero paese può decidere di dismettere il proprio nome e la propria identità quale atto di sudditanza (basta non avere rispetto di sé, della propria storia). Dopo la rivolta lealista repressa con uno spaventoso massacro dai mercenari filo-piemontesi a Carbonara, in Irpinia, i possidenti locali cambiarono il nome alla propria cittadina, ribattezzandola Aquilonia, quale punizione per non aver accettato di sottomettersi al nuovo re. E un paese della Lucania dal nome bellissimo, Salvia, per servile decisione dei suoi maggiorenti filo-sabaudi, nel 1879 storpia quel nome in Savoia di Lucania, per emendarsi dall’aver dato i natali all’anarchico Passanante, che aveva attentato alla vita di Umberto I, a Napoli, l’anno prima.

I nomi sono impegni presi con la comunità e con se stessi. E i nomi delle vie sono i capisaldi della storia locale offerta al forestiero. A volte, invece, sono la camicia di forza che il maggior potere impone a chi quella storia deve subire, perché ricordi chi è e chi non è, chi conta e chi non conta, chi vinse e chi perse.

Per questo è così importante che da Mestre a Palermo (lì già fatto, nell’isola quasi) le “via Cialdini” spariscano dalle strade. Già a Biccari, nel Foggiano, si era avuto qualcosa di analogo: “via Nino Bixio”, il massacratore di Bronte, è diventata “via Martiri di Pontelandolfo”. E ora, a Lamezia, “via Cialdini” viene intitolata a una bambina di 9 anni fucilata insieme a due settantenni, una cieca di 30 anni, uno storpio di 45, una zoppa di 50, da invitti patrioti, per fare l’Italia.

Nel 2012, mi chiamarono a presentare “Giù al Sud”, a Lamezia Terme, e Alessandro Malerba, Presidente dell’Osservatorio delle Due Sicilie nel Lametino, mi chiese di sottoscrivere la petizione (cosa che, ovviamente feci), per intitolare una strada al “brigante” Giuseppe Villella. L’anno dopo, Roberto Longo, di Unione Mediterranea, presentò (ricordando la precedente) la proposta di cambiare il nome alla via Cialdini.

Saremmo un Paese davvero unito, se potessimo darci appuntamento in via Cialdini, angolo Via Angelina Romano, perché la storia non puoi tagliarla a fette e negarne parte. Siamo figli di quelle vittime e di quei carnefici.

I nomi delle vie che cambiano sono un segnale forte, fortissimo, di un nuovo potere che sorge dal basso e che non può più essere ignorato. E vuol vedere la sua storia raddrizzata.

Dai muri, la verità occultata rimbalza già nei libri di scuola, a riprova che le cose, qui, sono state fatte all’incontrario… Mentre la targa veniva scoperta (…“vittima a nove anni dell’esercito piemontese dopo l’Unità d’Italia”), Vanessia Cantafio, “strinara” di Marcellinara, accompagnata alla chitarra da Maurizio Scerbo Sarro, cantava “Angelina”.

Commento di Pino Aprile sulla pagina Fb dell’Osservatorio delle due Sicilie


poi è seguita la presentazione del libro “cento citta contro il museo Cesare Lombroso” scritto da Domenico Iannantuoni, di fronte ad un nutrito gruppo di persone nell’auditorium del Parco Peppino Impastato .

ha aperto i lavori il Presidente dell’Osservatorio delle due Sicilie, Dr. Alessandro Malerba per poi seguire un saluto dei Sindaci patrocinanti l’iniziativa, per Lamezia Paolo Mascaro e di Motta S. Lucia, Amedeo Colacino.

ha moderato i lavori Franco Gallo, per poi assistere ad una lectio magistrale del Dr. Luigi Maffia , Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme che ha dialogato con l’autore del libro.

ha concluso i lavori Salvatore Cittadino, segretario dell’Osservatorio.

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