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Don Saverio Gatti raccontato dall’avvocato Gennaro Anania in uno storico documento :”L’uomo come fine”:

”Tante persone, nel ricordarlo, raccontano un Uomo”
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“ Ciascuno ha una storia . Ciascuno ha ritenuto di essere l’unico e più importante per lui, perché questo era quello che Don Saverio dava.

Ma è venuto fuori con la sua storia; e il fatto di richiamarlo anche a distanza di parecchi anni della sua scomparsa , e sentire che c’è bisogno ancora di parlare di lui, è perché niente è scomparso; anzi di qualcosa si è arricchito, è mutato, è cresciuto in ciascuno di noi. E sono quelle esperienze per le quali- come il seme che cade nella terra e poi comincia a crescere, dal frutto diventa pianta- , così diventa per l’esperienza di un uomo che è entrato nella vita di ciascuno di noi.

Alcuni sfiorandolo, altri conoscendolo più da vicino, altri ancora vivendo addirittura con lui esperienze, partecipazioni, sofferenze, gioie, dolori e vita spirituale.

L’uomo come fine perché tutta l’esperienza di Don Saverio Gatti è stata quella di stimolare, valorizzare, fare scoprire -attraverso un’opera di auto formazione ai singoli che lo hanno conosciuto, alle persone che con lui hanno avuto contatto- la capacità personale di progredire, di migliorare, di crescere.

Una forma di autoeducazione che con lui è diventato l’educatore stimolante, la persona che è riuscita a gettare seme.

E questo uomo è il segno che questa persona, questo sacerdote, questo missionario dell’uomo ha manifestato e  testimoniato con la sua esistenza i valori fondamentali della persona.

Quando un uomo riesce a dare agli altri valori indimenticabili che hanno contribuito a far crescere centinaia, migliaia di persone, a quell’uomo bisogna dare la U maiuscola, perché si è distinto rispetto agli altri per l’opera di donazione, di capacità di formazione, di generosità che in lui si sono distinti.

Don Saverio, in 61 anni, ha svolto questi ruoli. Li ha svolti fin da ragazzo, al seminario; li ha svolti perché la sua prima vocazione è stata quella- appena  ordinato sacerdote- di diventare educatore dei giovani; prima da vice parroco della Cattedrale, poi man mano da educatore nelle scuole, da fondatore degli scout e poi da persona che si è dedicato ai colloqui personali.

L’opera fondamentale di Don Saverio è stata quella di poter consentire- attraverso il dialogo- l’ascolto, la capacità di ricevere, molte volte con una semplicità e con un intuito da grande educatore; la capacità agli altri di crescere e diventare partecipi.

Ricordo una volta che a Don Saverio avevano posto una domanda :

”ma, dato che tu ci hai parlato tanto della capacità di avvicinarci al Signore, qual è la strada giusta per noi?”-

Era , poi, la domanda che era stata fatta ad altri educatori spirituali.  “Dobbiamo dedicarci ai monasteri, al cilicio, alle catenelle, diventare monaci, o i nostri compiti sono nel mondo?”-

E la risposta di Don Saverio è stata semplice :

”Non cilizi, né catenelle per fustigarsi, ma impegnarsi nel lavoro, nella propria professione, da amare e  da bene usare la penna, il libro, la mazza, la vanga. Sono santificanti quanto le catenelle.

Restate vicino ai fratelli, attenti e premurosi per i loro dolori, capire i loro appelli, lenire le ferite, combattere l’avidità del potere, del denaro, della passione.

Restare in mezzo agli uomini per dimostrare che si può vivere con Dio in mezzo agli affari e alle occupazioni della vita”.

Ecco perché c’è una U maiuscola dinanzi alla persona-uomo. E ciò l’ha dimostrato sino alla fine della sua vita, nei vari campi in cui ha lavorato : la scuola, gli scout, l’A.C., le attività in mezzo agli operai, le sue visite all’estero in mezzo agli emigrati; l’esperienza personale del suo dolore, della sua malattia, del tumore che ha caricato nella sua vita un elemento santificante e dando esempio agli altri per far capire che la sua malattia e la sofferenza sono strade che aprono porte verso Dio e fanno realizzare le realtà dell’uomo con la U maiuscola : senza lamenti ma col coraggio di chi sa impegnarsi e proseguire. E ciò fino all’ultimo.

Per cui, accanto alla sua figura di alto valore spirituale e alla sua figura dell’uomo dal grande valore umano (tanto che, talvolta, in ricordo di Don Lorenzo Milani e di altri sacerdoti come lui viene da pensare come gli ultimi anni della sua vita, quando ormai con la sofferenza e il dolore la morte era vicina) non era altro che un coniugarsi tra la sua esperienza umana e la sua esperienza spirituale. Il suo inno finale è stato:

Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla”, parole che sono state incise sulla sua tomba, erano per dire : la mia vita è stata bella così. La cosa più importante è avere sempre conosciuto il Signore ed esserGli stato vicino.

 Concludo richiamando un passo che ho citato in un’altra convocazione e che mi è sempre caro : la settimana scorsa, nel Vangelo della Messa, c’è stato l’episodio di Emmaus. C’erano questi due giovani che camminavano per la strada di Emmaus e si è avvicinato ad essi un altro viandante. E, quando Lui parlava, quei due giovani di Emmaus sentivano che -mentre parlava- il loro cuore si apriva e sembrava di riconoscere quella voce, ma non sapevano chi fosse. Era il Signore che camminava con loro e raccontava loro – attraverso la Scrittura- come attraverso quei passi della Scrittura si fossero rivelate le realtà : la Sua Morte, la Sua Resurrezione, il Suo ricomparire dinanzi ai suoi discepoli; e, solo quando -seduti al tavolo dell’osteria- il Signore ha spezzato il pane, lo hanno riconosciuto. E il commento è stato : ma quando Lui parlava, quando Lui ci diceva quelle cose, il nostro cuore non sentiva di palpitare?

Io porto questo episodio per dire che ,quello che -come esperienza- tutti coloro che abbiamo conosciuto Don Saverio portiamo in modo forte, vibrante, intenso, è quanto che ogni volta che parlavamo con lui, ogni volta che ci raccoglieva, e la parola è proprio quella : come la chioccia che raccoglie i pulcini, da ragazzini, e parlava con noi, era come se il cuore ci si traboccasse di qualcosa.

Dentro di noi si recepiva qualcosa che faceva traboccare il desiderio di amare Dio, di avvicinarci al Signore, di leggere la Parola, di ascoltare, di pregare, di ricercare il nostro angolo personale per fare il cammino personalissimo verso Dio. E la cosa che è più importante, che tutti abbiamo ricevuto da Don Saverio”.

Ci sono persone che lo hanno conosciuto come una tangente : lo hanno incontrato due volte e poi basta. Ma sono state quelle due volte perché in quella persona sorgesse questa esperienza  di Emmaus; qualcosa che arricchisce il suo cuore e lo faceva avvicinare a Don Saverio.