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Doris, la Donna Invisibile

L’intervista alla senatrice sulle problematiche attuali della città, in aperto confronto con altri personaggi della politica lametina.
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Credo che qui ci sia sempre l’incubo di un mio possibile ritorno

Continuano le interviste alle quattro figure di spicco della politica lametina – Franco Talarico, Doris Lo Moro, Giuseppe Galati e Gianni Speranza – invitate a confrontarsi su argomenti importanti per la città e la Calabria, dalla politica alla cultura. Dopo quella a Franco Talarico di ieri, oggi è la volta della senatrice della Repubblica, Doris Lo Moro, che con lo stile e la verve con cui ci ha abituato in questi anni, ci ha rilasciato un’intervista che non definiremmo al fulmicotone, ma in cui non le manda a dire di certo.

La mansarda lomoriana è un posto bellissimo, pieno di opere d’arte dislocate ovunque, appartenenti rigorosamente ad artisti lametini e calabresi; è un posto delle meraviglie e gli occhi ti si posano ovunque, perché è anche una stanza piena di libri, arredata con gusto ed eleganza, e in una stanza piena di libri è difficile scegliere da quale cominciare, o da quale domanda iniziare. Poi pensi che una stanza piena di libri è anche una stanza piena di sogni, e pure un mondo pieno di gente, o comunque ti lascia l’impressione di poterci leggere su quei libri e su quelle sculture e su quelle tele le personalità di chi lo abita quel piccolo mondo in una mansarda; insomma il racconto di un contatto che concede anche risposte. Quelle che raccogliamo da Doris Lo Moro.

La mission del politico è di realizzare il bene comune. In che cosa si è concretizzato il suo impegno per la città?
Il mio rapporto con Lamezia è legato al fatto di essere stato sindaco, è allora che io ho dato tanto, facendomi carico dei problemi della città. Ho vissuto con molta intensità il rapporto con la città, credo di avere dato ma anche di aver ricevuto tantissimo.
Da quando i miei ruoli politici sono diversi, è ovvio che l’attenzione si sia spostata su problematiche diverse. Quando ero assessore alla Sanità, ad esempio, sono stata accusata di non avere avuto cura a sufficienza della sanità lametina, ma io mi occupavo di quella calabrese, e anzi io ero credibile proprio in virtù del fatto che non ho spostato un infermiere, un autista. Io ho introdotto nel piano sanitario delle garanzie per Lamezia. Anche riguardo alla brutta operazione portata avanti dal centrosinistra per accorpare le Asl nottetempo, un’operazione fatta contro di me, che io ho subìto, e che non ho neanche votato: ecco, per questo ancora mi si chiede conto, ma io ancora dico che non era sbagliato in sé il passaggio all’Asp, ma era sbagliato farlo in quelle circostanze, mentre si faceva il piano sanitario, e anche sbagliato farlo per rendere poco credibile l’assessore dell’epoca che era proprio di Lamezia. In quella circostanza ho insistito per restare, proprio per porre degli argini a quello che era successo.

Qual è il suo rapporto con l’informazione e gli organi di stampa locale? Quali sono i limiti e le carenze dell’informazione?
Prima di tutto dico che non aiuta a migliore la società parlare alla pancia della gente, come fanno tanti giornali.
Io leggo i quotidiani regionali, ma a mio parere sono sponsorizzati da qualcuno e sponsorizzano qualcuno, e questo è un prezzo che pago personalmente, perché una notizia che in Calabria vorrei che venisse diffusa, molto spesso non viene pubblicata, perché credo che qui ci sia sempre l’incubo di un mio possibile ritorno.
Con l’informazione locale ho invece un buon rapporto, anche perché io ho questa antica abitudine di non interferire con i giornalisti: non mi piacciono i politici che vogliono giornali amici.

Trame sembra più una vetrina che un luogo di cultura

Quali sono le politiche del suo impegno nei confronti dei giovani?
Il problema della disoccupazione è un problema calabrese e nazionale, ma il fatto che la vivibilità della città si sia ridotta tantissimo, che non ci sia una tenuta sociale, richiama responsabilità dell’amministrazione comunale.

Quali effetti sono stati causati da questa mancanza di responsabilità?
Intravedo una caduta di tono generale. Io sono stato un sindaco molto presente, conoscevo nascite, separazioni e lutti, tenevo un contatto forte con la cittadinanza. Adesso la città mi sembra in preda all’oligarchia, vedo strette cerchie che seguono le varie manifestazioni culturali, vedo una partecipazione guidata e non una partecipazione popolare vera.
Anche la manifestazione Trame, sicuramente apprezzabile, viene vissuta come manifestazione di grande livello dall’esterno, ma in città la partecipazione è rimasta in superficie. Sembra più una vetrina che un luogo di cultura.
E poi anche la scelta del tema: io da molti anni non parlo di antimafia, perché l’antimafia si pratica. In Calabria non abbiamo tutti lo stesso titolo per parlarne. C’è un clima pesante di antimafia di facciata in Calabria, e Lamezia è coinvolta. E l’antimafia di facciata fa tanto male, dà pagelle a chi le promuove, ma sfiora, non fa crescere.
Recentemente vivo con preoccupazione persino la sovraesposizione mediatica di Don Giacomo Panizza – che non c’entra niente con l’amministrazione – perché guardando da Lamezia mi chiedo quanto possa reggere e quali siano le coordinate per creare un personaggio di questo genere. Lo stimo e lo apprezzo, ma non mi piace la sovraesposizione, ecco perché io non mi sovraespongo, e così mi si accusa di non essere presente.

Da sindaco lei avrebbe promosso un evento come Trame?
Sinceramente no, anche perché il fatto che ci sia un genere letterario dell’antimafia, che tutti scrivano di antimafia, neanche mi piace troppo, trovo eccessivo tutto questo, perché ripeto questa sovraesposizione mediatica del prodotto antimafia non la condivido, anche se ritengo che la mafia non si combatta certo ignorandola, e tanti ne hanno pagato il prezzo e anch’io porto delle cicatrici.
Certo in alcuni autori di questi libri, e parlo ad esempio di Nicola Gratteri, è così evidente la disapprovazione che questo rischio non si corre, ma in tanti altri si coglie la ricerca della vetrina.

Lei è stato sindaco di Lamezia sostenuta dal centrosinistra, proprio come Gianni Speranza. Vede questa amministrazione come la prosecuzione della sua esperienza di governo? C’è una sinistra non compatta come allora, sono tante le frange in seno al congresso cittadino costituito da poco? Possiamo parlare di corsi e ricorsi storici?
La mia prima amministrazione viaggiava compatta, i problemi li abbiamo avuti con la seconda, perché avevo portato avanti il tentativo di non ignorare quello c’era di politico nella società lametina: senza coinvolgere i partiti sarebbe rimasto un discorso elitario. Il secondo commissariamento di Lamezia, che c’è stato dopo la mia esperienza, la dice lunga: chi non c’era nella mia amministrazione, dalla parte opposta, ed è poi emerso da quelle elezioni, ha dato luogo a qualcosa di già visto. É come se nella mia fase la città avesse vissuto una parentesi, che la partecipazione fosse stata dei cittadini più che dei politici e dei politicanti.
Comunque non vedo molte affinità tra la mia amministrazione e quella di Speranza, né dal punto di vista dei risultati, né nella linearità della linea politica. Per esempio il fatto che in questa amministrazione figurino assessori, che vengono considerati vicini a esponenti di centrodestra, che neanche vanno in giunta, io questo non l’avrei mai tollerato.

Il Comune di Lamezia Terme, nella prima consiliatura di Speranza, ottenne dal governo la possibilità di partire da zero dopo l’esperienza dei commissari. Dal punto di vista finanziario e contabile, in pratica, Lamezia era considerato come un comune di nuova istituzione. È comunque storia recente il fatto che la Corte dei Conti abbia prestato particolare attenzione al nostro comparto economico. Cosa è successo?
Io allora avevo ereditato un’amministrazione in gravi difficoltà, e l’avevo lasciata ricevendo un premio per la buona amministrazione. I sindaci di oggi devono essere anche in grado di osservare il bilancio, di comprenderne i passaggi. Un sindaco come Scopelliti, che non sa cosa combinano i suoi dirigenti, è un sindaco che non apprezzo. Siamo ancora alla cronaca e non siamo ancora alla storia della Lamezia di questi ultimi anni, ci sono difficoltà dappertutto, ciò nonostante mi sento di criticare le nomine dei dirigenti, molto spesso senza qualità, che non hanno dato apporto alla città.

Può fare qualche nome?
Il problema non è questo nome o l’altro, ma il fatto che siano stati molti. Oltretutto ha segnato un punto di contrasto tra il Pd e l’amministrazione comunale il fatto che questi dirigenti sembrassero veri e propri assessori. Ma se un amministratore nomina dei dirigenti, come tali di sua fiducia, e i risultati non ci sono, è colpa anche dell’amministrazione.

Mi auguro che la futura amministrazione riprenda uno slancio in avanti

Anche in Calabria trionfa il Partito Democratico, nonostante la bassa affluenza alle urne. Per quanto riguarda i risultati nel comune lametino, si riconferma il trend nazionale e regionale con la vittoria del Pd. La sua analisi?
Il risultato è dovuto alla leadership di Renzi innanzitutto, e questo vale per tutta Italia.
Io mi occupo di riforme e sono sensibile a questo tema: Renzi ha dato un messaggio chiaro e gli italiani questo l’hanno compreso. L’altra verità è che il partito è stato unito, c’è stata una linea politica scelta: certo molti di noi hanno combattuto Renzi, ma contenti o meno che fossimo abbiamo deciso di essere tutti compatti intorno al leader e alle candidature.
Io appartengo all’area riformista, e Renzi mi sta un po’ stretto rispetto alle cose di sinistra, anche in materia di politica economica, ma non c’era nessun’altra possibilità di sposare la causa del partito che era la causa di Renzi.
Anche nel Pd provinciale e cittadino c’è il tentativo di andare insieme, c’è un momento di coesione. Il limite è proprio l’amministrazione in questo momento, perché ci sono alcuni di noi che vi prestano il proprio impegno e pertanto sono portati a valorizzare quel poco o quel tanto che si fa, rispetto al partito che è molto più critico. Ma questa amministrazione è ormai in una fase finale, e l’unità l’abbiamo trovata fino in fondo, perché l’obiettivo di oggi non è dare le pagelle all’esperienza Speranza, ma creare il futuro.

Di lei è nota anche una certa passione per l’arte, un interesse sempre maggiore per l’estetica. Secondo questa prospettiva cosa si dovrebbe fare di bello per Lamezia?
Io prima da sindaco e poi da assessore regionale ho incontrato tanti artisti, Francesco Antonio Caporale, il critico d’arte Teodolinda Coltellaro, Antonio Pugliese, Antonio Saladino solo per citarne alcuni che mi vengono in mente, artisti di primissimo livello che mi hanno dato tanto e con cui ho avviato un tentativo di miglioramento culturale.
Ad esempio, la realizzazione delle trenta fontane artistiche, per me elemento qualificante per la città, lo assumo come mio risultato. Così come per il Museo Archeologico, le vite di tante persone che in silenzio lavoravano con la loro passione e la loro competenza, hanno trovato in me un sindaco che si è messa in ascolto.
Bisogna tendere all’ascolto di tanti nostri artisti trascurati, che se anche creano associazioni, ma l’amministrazione non dà il giusto valore alla loro presenza, finiscono per incidere nella qualità della vita di poche persone, di chi ne usufruisce, mentre sarebbe positivo valorizzare la loro arte perché diventi un prezioso apporto al patrimonio della città.

Oggi Lamezia è bella?
Potrebbe essere più bella. Mi auguro che la futura amministrazione riprenda uno slancio in avanti, che il futuro sindaco non debba fare ogni giorno i conti con la maggioranza e con i numeri, perché questo non è un modo di governare con un respiro ampio, ma è un modo di vivacchiare. Così non si può fare cultura.
É cambiata la gente persino nelle processioni, non vedo più un afflato comune: ai tempi della mia amministrazione vedevo la gente compattarsi intorno al proprio vescovo, oggi vedo questi rituali come un momento in cui cittadini vivono la propria religiosità ognuno per sé.
La politica è uno strumento per giungere al bene collettivo. Se un’amministrazione non riesce a fare da tramite per un miglioramento collettivo, non produce un bene comune e dunque bellezza, anche se realizza strade e opere pubbliche, ammesso che lo sappia fare e che ci riesca. La bellezza è un bene immateriale che si può cogliere anche nel fatto che si possa camminare e si possa incontrare gente nella propria città in sicurezza, alle tre di notte. Per una città la bellezza è questa, non solo l’opera.

Vorremmo coinvolgere anche lei in un gioco di immedesimazione, chiedendole quale personaggio dei Fantastici 4 riterrebbe più vicino alla sua natura di donna e di politico. Ma in quanto unica donna dei quattro politici intervistati, per diritto di genere lei è la Donna Invisibile, che può rendere invisibili se stessa e gli altri. Come anche lei ha ammesso, qualcuno la considera invisibile oggi, in quanto opera a Roma da senatrice. E più volte in passato colleghi e sottoposti l’hanno accusata di esercitare un certo autoritarismo, rendendo per forza di cose gli altri invisibili, anche se per altri versi alcune sue prove di carattere sono state giudicate un pregio.
Negli anni ho mitigato molto la mia personalità, poi oggi non serve nei ruoli che rivesto, anzi mi viene richiesta una maggiore capacità di sintesi. Ma se tornassi indietro sarei ancora più autoritaria, perché al tempo della mia seconda amministrazione ho cercato di esserlo sempre di meno. Ma se dovessi ancora scegliere tra essere il sindaco che va alla ricerca del consenso di tutti e non costruisce niente, e il sindaco che costruisce qualcosa e aspetta che gli altri capiscano, preferirei quest’ultima opzione.

Un ultimo divertissement, senatrice: dovrebbe anche lei porre una domanda alle altre tre figure politiche coinvolte come lei in questa serie di interviste.
A Franco Talarico chiederei se è consapevole che molti pensano che lui stia dietro la figura del manager dell’Asp di Lamezia. E se questo non è vero, perché non si affretta a smentire. In caso contrario, deve sapere che incorre in un grave errore, perché la sanità dovrebbe stare al di fuori della politica. Sarebbe un brutto episodio per Mancuso, ma soprattutto per Talarico, perché detenere un pezzo di potere nella propria città significa davvero essere un vecchio politico.
A Giuseppe Galati chiederei qual è il suo legame con la Calabria, perché io penso che non ne abbia nessuno.
A Gianni Speranza chiederei invece perché non la finisce di lamentarsi. Siamo stati molto amici, ma oggi ho difficoltà a relazionarmi con lui, perché questo è un tipo di comportamento che è durato troppo tempo: un sindaco, dopo molti anni, o ha l’autorevolezza giusta, o non ha senso che continui. A me dispiace constatare questa parabola. E poi, come fa una persona che si lamenta tanto a candidarsi alle primarie del centrosinistra? Mi sembra ridicolo.

Alla fine sono ben due le domande al sindaco. Sarà pure la Donna Invisibile, però lo sguardo si posa concreto e la personalità è salda su fermi principi. E pare che niente le passi attraverso, se non quella sfuggevole bellezza che non appartiene alle opere senza tempo di cui ama circondarsi.

  • Uuuahahah uuuahahah!! La donna invisibile non interferisce con i giornalisti???!!! Chiedete un pò a Franco Papitto, ex direttore de IL Lametino…