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La fattoria degli animali di Simone Miletta

La mostra "Animals" dell'artista lametino presso Because Art Space
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Simone Miletta descrive un mondo che potrebbe essere davvero la carcassa, la carogna d’una civiltà in sfacelo

Ne La fattoria degli animali di Orwell gli animali di una fattoria vivono una miserabile ed esecrabile esistenza, sotto l’opera di umiliazione e sfruttamento del padrone.
In Animals, una mostra personale e non un libro, ma tant’è l’arte non si scrive solo a gettito d’inchiostro, gli animali si raccontano sul legno come fossero esseri umani, o meglio gli umani sono un corrispettivo a pieno titolo degli esseri animali, perché qualcuno ha deciso di dare rappresentazione di un dramma facendo leva sulla propria capacità artistica. E il dramma sta proprio nella frase che conclude quel racconto: “Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due”.
Simone Miletta è l’artista che in questi giorni sta indagando sulla metamorfosi uomo-animale, protagonista con le sue opere di una personale presso Because Art Space di Lamezia Terme. Un artista vicino all’immaginario di delicatezza pop dell’’illustratrice Ofra Amit di Tel Aviv, ma dai risultati meno calorosi, meno rassicuranti insomma, mentre lui personalmente ci confida questo suo fondamentale riferimento: “Io sono prettamente uno scultore, dunque non posso prescindere da Marino Marini”. A cui si sente vicino, continua, per l’interesse verso il rapporto con gli animali e la natura.

Così uno dei rapporti più letterari e inestricabili, il rapporto che s’instaura tra gli esseri umani e gli animali, è rappresentato in Animals tramite una serie di interventi per lo più su tavola, in cui figurano musi e volti della stessa natura, come se l’intento fosse stato quello di far sentire le loro anime perdute dietro l’illusione della mutazione genetica, di spingerli a urlare nell’intaglio e dietro il vetro il delirio di un altro corpo.
“Ho voluto indagare anche su ciò che è sempre stata l’arte – ha spiegato Miletta – perché da sempre, dai geroglifici nelle caverne passando per l’arte sacra, l’animale è stato oggetto di rappresentazioni”.
E se anche nella pittura c’è posto per queste figure, con i destini di uomini incastrati con quelli di animali, Simone Miletta descrive un mondo che potrebbe essere davvero la carcassa, la carogna d’una civiltà in sfacelo, uno spazio espositivo nel ventre della balena, nell’atmosfera surreale di personaggi sospesi in un caos biologico a un tempo lucido e confuso.
Un numero di musi, di espressioni che se fosse parte vivente di quest’inferno civile chiamato società toglierebbe il respiro, come in un racconto secco, piuttosto cattivo, ma che oggi vuole risvegliare nei visitatori la voglia di mettersi in gioco e di essere parte del cambiamento. Perché c’è un altro quesito ancora: “Sono ancora animale o sto diventando qualcos’altro? – si chiede l’artista conscio della graduale perdita d’istinto animale – perché ormai si comunica senza utilizzare i sensi, l’olfatto, il tatto, stiamo perdendo l’animale che è dentro di noi”.
C’è infine un tramite espressivo in più nell’arte di Miletta: l’ironia. Sì, perché ci s’immagina che ad ogni pennellata, mentre magari compariva sulla tela l’oltre uomo e il cuore ne soffriva, il pensiero andava sempre a Peppa Pig e alla sua ostinata umanità, per questo raffigurata dall’artista accanto ai suoi peggiori incubi. Il processo di umanizzazione comprende anche queste pozzanghere.

Simone Miletta