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Feste popolari e processioni ritorniamo alle radici

Il compianto monsignore Agostino invitava a valorizzare saggiamente questo patrimonio in una vecchia intervista.Intanto il prossimo 17 luglio incontro dei vescovi calabresi sui temi dell'inchino.
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È ritornata d’attualità la discussione sulla natura delle feste religiose con processioni. Un rituale che affonda le radici nella devozione popolare di altri tempi, tramandata e fatta propria dal cristianesimo. Oggi inchini più o meno dovuti, oboli più o meno eclatanti, soldi di carta attaccati alle statue hanno fatto ritornare d’attualità il tema non solo in ambito ecclesiale, ma addirittura coinvolgendo e vedendo parte attiva pure la magistratura.Ma come preparare le feste, come viverle, come farle partecipare,interrogativi che negli ultimi decenni teologi, storici, antropologi si sono posti. Un fine pastore e padre della Chiesa calabrese e meridionale, scomparso a marzo di quest’anno ha scritto testi importanti sulle feste e le processioni già quarant’anni fà. Ma di monsignore Giuseppe Agostino vogliamo riportare alcuni brani di un’intervista che mi rilasciò, per un quotidiano nazionale, proprio su questi temi. Era agosto del 1999. Lo facciamo in vista del prossimo incontro che la conferenza episcopale calabra ha indetto per il prossimo 17 luglio, proprio sul tema delle processioni e l’incidente di Oppido Mamertina su un presunto inchino.

Il compianto presule esordiva dicendo: ”una festa che abbia un’identità precisa, che si apra alla solidarietà, all’autentica gioia. Questa è la festa che io sogno,un’occasione di ricarica, non di rumore”. Poi della pietà popolare diceva “si tratta di un patrimonio che va incanalato. Le forme esterne talvolta non sono espressione dell’interiorità. Uno studioso protestante dice, esaminando questi fenomeni popolari, che a volte si confonde la festività con la festosità, che è confusione e svago. Non si tratta di mortificare le espressioni esteriori ma di vedere la qualità di ciò che si esprime, se realmente traduce un dato dell’interiorità. Un frate, Umile da Redipiano per la festa della Madonna del suo paese organizzò un pranzo in piazza, dove tutti potevano condividere”.

A proposito di tradizioni ben radicate nelle varie manifestazioni religiose, monsignore Agostino diceva:”non dobbiamo smontare le tradizioni, bisognerebbe inserire la pietà popolare in una nuova evangelizzazione che vuol dire la riscoperta autentica della fede. Dobbiamo tornare a riempire di contenuti questi comportamenti, perchè tutta la gestualità della pietà popolare all’origine aveva un preciso significato”.

Il presule consigliava di “non aggredire questi comportamenti. A mio giudizio, vescovo e prete si devono fare popolo, ricavando da un popolo evangelizzato il valore di certi linguaggi e di certe espressioni.” Infine nell’intervista ha parlato del ruolo delle confraternite “nate per sviluppare il culto e per fare opere di bene. In alcuni casi però hanno perso la loro matrice originaria, assumendo un aspetto tradizionalista che a volte si contrappone alla stessa parrocchia. Dovrebbe invece inserirsi compiutamente nella parrocchia, nel piano pastorale e nei consigli pastorali, altrimenti rischiano di essere corpi a sè”.