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Hiroshima e Nagasaki

Il mattino del 6 agosto 1945 alle ore 8:15
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I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki in Giappone furono due atacchi nucleari operati sul finire della seconda guerra mondiale.

Il mattino del 6 agosto 1945 alle ore 8:15 l’aurenautica militare statunitense sganciò la b”Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno “Fat Man” su Nagasaki. Il numero di vittime dirette è stimato da 100 000 a 200 000quasi esclusivamente civili. Per la gravità dei danni diretti e indiretti causati dagli ordigni e per le implicazioni etiche comportate dall’utilizzo di un’arma di distruzione di massa, si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi.

l ruolo dei bombardamenti nella resa dell’Impero giapponese, così come gli effetti e le giustificazioni, sono stati oggetto di innumerevoli dibattiti. Negli Stati Uniti prevale la posizione secondo cui i bombardamenti atomici sarebbero potuti servire ad accorciare la seconda guerra mondiale di parecchi mesi, risparmiando le vite dei soldati (sia alleati, sia giapponesi) e dei civili, destinati a perire nelle operazioni di terra e d’aria nella prevista invasione del Giappone. In Giappone l’opinione pubblica tende invece a sostenere come i bombardamenti siano crimini di guerra perpetrati per accelerare il processo di resa del governo militare giapponese.

Altri sostengono che essi non potessero essere giustificati solo da una vittoria sul fronte giapponese ormai vicino alla resa, ma che fossero una dimostrazione di potenza verso quello che si profilava come il nuovo nemico, ovvero l’Unione Sovietica che preparava l’invasione all’arcipelago nipponico proprio nei giorni successivi al bombardamento. Altri ancora aggiungono alle motivazioni quella di testare la potenza dell’ordigno costato miliardi di dollari su una città e ciò spiegherebbe i due bombardamenti in cui si usarono le due tipologie di bomba prodotte. Universalmente condivisa è comunque la presa di coscienza della gravità dell’evento, che non è più stato replicato.

Il mese precedente al bombardamento la conquista di Okinawa, che aveva causato la morte di 150 000 civili e militari giapponesi e la perdita di circa 70 000 soldati americani, aveva offerto una base ideale per la conquista del Giappone, ma preoccupava i comandi Alleati, che temevano perdite tre o anche quattro volte superiori, dato l’acceso patriottismo dei soldati giapponesi, crescente a mano a mano che arretravano verso la madrepatria.

Il presidente degli Stati Uniti d’America Harry Truman, che venne a conoscenza dell’esistenza del Progetto Manhattan solo dopo la morte di Franklin D. Roosevelt, decise di utilizzare la nuova bomba sul Giappone. Nelle sue intenzioni dichiarate il bombardamento doveva determinare una risoluzione rapida della guerra, infliggendo una distruzione totale e infondendo quindi nel governo giapponese il timore di ulteriore distruzione: questo sarebbe stato sufficiente per determinare la resa dell’Impero giapponese.

Il 26 luglio 1945 Truman e gli altri capi di Stato Alleati stabilirono, nella dichiarazione di Potsdam, i termini per la resa giapponese. Il giorno seguente i giornali giapponesi riportarono la dichiarazione, il cui testo venne diffuso anche radiofonicamente in tutto l’impero del Sol Levante, ma il governo militare la respinse. Il segreto della bomba atomica era ancora custodito e la sua esistenza non venne minimamente accennata nella dichiarazione.

Nel 1945 Hiroshima era una città di grande importanza militare e industriale e nei suoi pressi erano presenti alcune basi militari. Hiroshima era una base minore, dedita al rifornimento e all’appoggio per le forze armate. La città era soprattutto un centro per le comunicazioni, per lo stoccaggio delle merci e un punto di smistamento delle truppe: per questo motivo fu deliberatamente tenuta fuori dalle rotte dei bombardieri, proprio per permettere lo studio degli effetti di una bomba atomica in un ambiente ideale.  La popolazione di Hiroshima aveva raggiunto un picco di 381 000 abitanti prima della guerra, ma prima del bombardamento atomico la popolazione era rapidamente diminuita a causa di un’evacuazione generale ordinata dal governo giapponese, tanto che il 6 agosto si contavano circa 255 000 abitanti.  Si calcola questa cifra sulla base dei dati mantenuti per l’approvvigionamento della popolazione (che era razionato) e le stime sugli operai e sui soldati presenti in città al momento del bombardamento sono, di fatto, molto poco accurate.

La città di Nagasaki era uno dei maggiori porti del Giappone meridionale, di grande importanza bellica a causa delle sue diversificate attività industriali, che spaziavano nella produzione di munizioni, navi, equipaggiamenti militari e altri materiali bellici. Molte delle piccole industrie e dei vari stabilimenti ospitavano nelle vicinanze alloggi in legno per gli operai, quindi facilmente infiammabili e ovviamente non in grado di sostenere l’esplosione di bombe, men che meno nucleari. La città inoltre si era sviluppata senza piano regolatore, come consuetudine del modello urbano nipponico, cosicché le case molto spesso erano adiacenti ai fabbricati industriali.

Per ironia della sorte la città di Nagasaki era una delle più ostili al governo militare e al fascismo giapponese sia per la tradizione socialista ancor viva malgrado le forti persecuzioni degli anni trenta, sia perché ospitava la più grande e antica comunità cristiana (soprattutto cattolica) giapponese, tradizionalmente più ben disposta verso gli stranieri in generale e gli occidentali in particolare. A nord di Nagasaki erano inoltre presenti campi per prigionieri di guerra britannici, impegnati a lavorare nelle miniere a cielo aperto di carbone.

Hiroshima

La scelta della data del 6 agosto si basò sul fatto che nei giorni precedenti diverse nubi stratificate coprivano la città, mentre il giorno dell’attacco il tempo era variabile. Per la scelta fu deciso di far decollare, prima della missione vera e propria, un B-29 senza armamento, il cui compito era quello di indicare al comando la situazione del tempo sopra le città scelte per lo sgancio. L’obiettivo inizialmente designato per il bombardamento atomico era Kokura, ma a causa delle nubi estremamente fitte che sovrastavano la città si decise di cambiare bersaglio. Quando gli altri B-29 stavano già volando ricevettero la risposta affermativa per bombardare Hiroshima. Tutti i dettagli, la pianificazione precisa della tabella di volo, la bomba a gravità e l’armamento della bomba con i suoi 60 kg di 235U (uranio 235), vennero studiati nei minimi particolari e tutto si svolse così come era stato stabilito a tavolino. Circa un’ora prima del bombardamento la rete radar giapponese lanciò un allarme immediato, rilevando l’avvicinamento di un gran numero di velivoli americani diretti nella zona meridionale del Giappone. L’allarme venne diffuso anche attraverso trasmissioni radio in moltissime città nipponiche e fra queste anche Hiroshima. Gli aerei si avvicinarono alle coste dell’arcipelago giapponese a un’altezza molto elevata.

Il normale allarme aereo non venne azionato, dato che veniva normalmente attivato solo all’approssimarsi dei bombardieri. Alle 08:14 e 45 secondi l’Enola Gay sganciò “Little Boy” sul centro di Hiroshima, il sensore altimetrico era tarato per effettuare lo scoppio alla quota di 600 m dal suolo, dopo 43 secondi di caduta libera. Immediatamente dopo lo sgancio l’aereo fece un’inversione di 178°, prendendo velocità con una picchiata di circa500 m e perdendo quota, allontanandosi alla massima velocità possibile data dai quattro motori a elica. L’esplosione si verificò a 580 m dal suolo, con uno scoppio equivalente a sedici chilotoni, uccidendo sul colpo tra le 70 000 e le 80 000 persone. Circa il 90% degli edifici venne completamente raso al suolo e tutti i cinquantuno templi della città vennero completamente distrutti dalla forza dell’esplosione.

Testimone oculare del bombardamento di Hiroshima fu il padre gesuita e futuro generale dei gesuiti Pedro Arrupe, che allora si trovava in missione in Giappone presso la comunità cattolica della città e che portò aiuto ai sopravvissuti. Riguardo al bombardamento atomico egli scrisse:

« Ero nella mia stanza con un altro prete alle 8:15, quando improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un’esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c’era una Hiroshima decimata. Poiché ciò accadde mentre in tutte le cucine si stava preparando il primo pasto, le fiamme, a contatto con la corrente elettrica, entro due ore e mezza trasformarono la città intera in un’enorme vampa. Non dimenticherò mai la mia prima vista di quello che fu l’effetto della bomba atomica: un gruppo di giovani donne, di diciotto o venti anni, che si aggrappavano l’un l’altra mentre si trascinavano lungo la strada. Continuammo a cercare un qualche modo per entrare nella città, ma fu impossibile. Facemmo allora l’unica cosa che poteva essere fatta in presenza di una tale carneficina di massa: cademmo sulle nostre ginocchia e pregammo per avere una guida, poiché eravamo privi di ogni aiuto umano. L’esplosione ebbe luogo il 6 agosto. Il giorno seguente, il 7 agosto, alle cinque di mattina, prima di cominciare a prenderci cura dei feriti e seppellire i morti, celebrai Messa nella casa. In questi momenti forti uno si sente più vicino a Dio, sente più profondamente il valore dell’aiuto di Dio. In effetti ciò che ci circondava non incoraggiava la devozione per la celebrazione per la Messa. La cappella, metà distrutta, era stipata di feriti che stavano sdraiati sul pavimento molto vicini l’uno all’altro mentre, soffrendo terribilmente, si contorcevano per il dolore. »

Nella capitale nipponica le prime informazioni di ciò che aveva realmente causato il disastro vennero dall’annuncio pubblico della Casa Bianca a Washington, sedici ore dopo l’attacco nucleare a Hiroshima. L’avvelenamento da radiazione e le necrosi provocarono malattie e morti successive al bombardamento per circa il 20% di coloro che erano sopravvissuti all’esplosione iniziale. Alla fine del 1945 ulteriori migliaia di persone morirono per via dell’avvelenamento da radiazioni, portando il totale di persone uccise a Hiroshima nel 1945 a circa 200 000. Da allora molte migliaia di persone morirono per cause legate alle radiazioni: questa cifra include tutti coloro che si trovavano in città al momento dell’esplosione o che furono successivamente esposti al fallout ed erano morti prima di tale censimento.

Dopo il primo bombardamento il presidente Truman annunciò: «Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall’alto, come mai se ne sono viste su questa terra»

Il 7 agosto Yoshio Nishina (che sarebbe poi morto di cancro nel 1951) e altri fisici atomici furono mandati a Hiroshima a constatare i danni ed effettivamente testimoniarono che la città era stata distrutta dal bombardamento nucleare; tuttavia l’esercito giapponese, tra cui l’ammiraglio Soemu Toyoda, stimò che non più di una o due bombe supplementari potevano essere sganciate, concludendo che dopo “ci sarebbe più distruzione, ma la guerra potrebbe andare avanti”.

Nagasaki

La mattina del 9 agosto 1945 l’equipaggio del Boeing B-29 Superfortress, il bombardiere designato per la missione, si alzò in volo con a bordo la bomba atomica soprannominata “Fat Man”, alla volta di Kokura, l’obiettivo iniziale della missione. Tuttavia le nubi non permisero di individuare esattamente l’obiettivo e dopo tre passaggi sopra la città, ormai a corto del carburante necessario per il viaggio di ritorno, l’aereo venne dirottato sull’obiettivo secondario, Nagasaki. Intorno alle 07:50 ora di Tokyo il silenzio sulla città giapponese venne squarciato dall’allarme aereo che durò fino alle 08:30. Alle 10:53 i sistemi radar giapponesi segnalarono la presenza di solo due bombardieri e il comando giapponese, ritenendo che si trattasse solo di aerei da ricognizione, non lanciò l’allarme. Poco dopo, alle 11:00, l’osservatore del bombardiere, creduto aereo di ricognizione, sganciò degli strumenti attaccati a tre paracadute: questi strumenti contenevano dei messaggi diretti al professore Ryokichi Sagane, fisico nucleare dell’Università Imperiale di Tokyo che aveva studiato all’Università di Berkeley assieme a tre degli scienziati responsabili della bomba atomica, perché informasse la popolazione dell’immane pericolo che stavano per correre. I messaggi vennero ritrovati dalle autorità militari, ma non furono consegnati al destinatario. 

Alle 11:02, alcuni minuti dopo aver incominciato a sorvolare Nagasaki, il capitano avvistò visivamente, così come era stato ordinato, il nuovo obiettivo, che era ancora una volta nascosto dalle nubi. Dato che non era pensabile tornare indietro e rischiare un ammaraggio dovuto alla mancanza di carburante con un’arma atomica a bordo, il comandante decise, in contrasto con gli ordini, di accendere il radar in modo da individuare l’obiettivo anche attraverso le nubi: così “Fat Man”, che conteneva circa 6,4 kg di plutonio-239, venne sganciata sulla zona industriale della città. La bomba esplose a circa 470 m d’altezza vicino a fabbriche d’armi; a quasi km a nord-ovest da dove previsto: questo “sbaglio” salvò gran parte della città, protetta dalle colline circostanti, dato che la bomba cadde nella valle di Urakami. 

Tuttavia il computo delle vittime rimase drammaticamente elevato e, secondo la maggior parte delle valutazioni, circa 40 000 dei 240 000 residenti a Nagasaki vennero uccisi all’istante e oltre 55 000 rimasero feriti. Il numero totale degli abitanti uccisi viene comunque valutato intorno alle 80 000 persone, incluse quelle esposte alle radiazioni nei mesi seguenti. Tra le persone presenti a Nagasaki il 9 agosto vi era anche un ristretto numero di sopravvissuti di Hiroshima.

I due bombardamenti nell’arco di così pochi giorni, le centinaia di migliaia di vittime e la potenza annientatrice di quest’arma costrinsero i giapponesi alla resa il 15 agosto 1945. Era la fine della seconda guerra mondiale, il conflitto più violento e sanguinoso della storia dell’umanità. I superstiti del bombardamento vennero chiamati hibakusha (被爆者) una parola giapponese che significa letteralmente “persona esposta alla bomba”. Superstiti e soccorritori divennero il nucleo del pacifismo giapponese del dopoguerra e da allora il Paese nipponico è diventato paladino dell’abolizione delle armi nucleari in tutto il mondo. Durante il periodo post-bellico si utilizzò questo termine al posto di “sopravvissuti” per non esaltare la vita, cosa che all’epoca sarebbe stato considerato come una grave mancanza di rispetto nei confronti dei molti morti. Al 31 marzo 2011 219 410 hibakusha erano ufficialmente riconosciuti come tali dal governo giapponese.

I giapponesi non si sarebbero arresi facilmente a causa della loro forte tradizione di orgoglio e onore: molti seguivano il codice dei samurai e avrebbero combattuto fino alla morte del loro ultimo uomo. Dopo essersi convinta che la distruzione di Hiroshima fu causata da un’arma nucleare, la classe dirigente civile ottenne maggior forza per la sua opinione secondo cui il Giappone doveva riconoscere la sconfitta e accettare i termini della dichiarazione di Potsdam. Dopo la distruzione di Nagasaki l’imperatore Hirohito in persona dovette intervenire per porre fine all’impasse nel gabinetto.

Il primo atto della guerra fredda

È opinione diffusa che i bombardamenti atomici non mirassero solo a una pronta resa del Giappone, ma costituissero anche un monito all’alleato sovietico. La resa del Giappone prima del concordato intervento sovietico in Estremo Oriente non solo avrebbe evitato la creazione di diverse zone d’occupazione, come era avvenuto in Germania, ma avrebbe inoltre privato l’Unione Sovietica di pegni territoriali da far valere al tavolo della pace. Si è trattato inoltre di un’ostentazione spettacolare di una nuova potenza distruttrice (permessa dall’uso congiunto dell’aviazione e dell’arma nucleare) non posseduta dall’Unione Sovietica, potenza essenzialmente terrestre che sarebbe stata molto vulnerabile ai bombardamenti strategici. Lo scopo era quindi bilanciare lo strapotere sovietico terrestre (ottenuto grazie alla decisiva vittoria contro il Terzo Reich) con la minaccia di una ritorsione spaventosa contro la quale non apparivano possibili difese. In tale logica va inquadrato il laconico accenno di Truman a Stalin, durante la conferenza di Potsdam, riguardo a una nuova arma e al fatto che l’incursione su Hiroshima avvenne prima dello spirare del termine concordato per l’intervento sovietico in Estremo Oriente.

June 2014 Graphic