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Il Dottor Fazio, la Calabria e la sua ricerca sul Glaucoma

Intervista esclusiva al Dott. Massimo Antonio Fazio
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Carissimo Dottor Massimo Antonio Fazio, il motivo per cui le faccio questa intervista è perché noi di Lamezia Live vogliamo portare a conoscenza del pubblico lametino, e di chi sta seguendo questo giovane portale dell’informazione, che in Calabria e a Lamezia abbiamo delle eccellenze, sparse per il mondo, che onorano l’appartenenza lametina, calabrese e italiana.

Grazie per l’eccellenza, questo è un grande complimento.

Essendo qui per Lamezia Live, mi corre il dovere di fare questa domanda: qual è il suo rapporto con il mondo dei mezzi d’informazione? Ha fatto altre interviste in passato?

Sì, in vari intervalli temporali per l’Università e il dipartimento dove lavoro, per gli aggiornamenti dello status della mia ricerca. Ogni anno i membri della facoltà o dei laboratori vengono intervistati sul focus del loro lavoro, per tenere informato il campus sullo stato corrente della ricerca. A volte, inoltre, alcune riviste specializzate si sono interessate ad alcuni risultati importanti ottenuti nel mio gruppo di ricerca.

Non è quindi la sua prima intervista, ma è il primo incontro tra lei e noi di Lamezia Live. Ha avuto modo di visitare il nostro sito? Qual è la sua impressione?

Sono a conoscenza del sito, e, devo dire, è davvero un bel sito, ottimo per avere informazioni sul nostro territorio lametino; certo ci sono chiaramente margini di miglioramenti, ma già lo stato attuale del sito è assolutamente di un certo livello tecnico e di contenuti.

Chi è il Dott. Massimo Antonio Fazio? Di cosa si occupa nello specifico nella sua attività professionale?

Laureato in Ingegneria Meccanica all’Università della Calabria, un annetto prima della laurea mi è stato proposto d’iniziare l’attività di ricerca al fine della mia tesi in Ingegneria Meccanica per studiare la risposta meccanica dei tessuti dell’occhio umano.
Il tutto nacque da un’idea del Dott. Amedeo Lucente di Castrovillari, un oculista di grande intuito clinico e carisma, sia personale sia scientifico, che ebbe l’idea di miscelare delle conoscenze mediche oftalmologiche con il metodo ingegneristico. Iniziammo quindi questa collaborazione tra la Facoltà d’Ingegneria e la clinica privata del dott. Lucente. Da ciò è nato questo interesse per la tematica più ampia: l’analisi, dal punto di vista meccanico, della risposta dei tessuti oculari ai fini della diagnosi di oculopatie quali il glaucoma. Questa ricerca, attivata con la mia tesi di laurea, si riversò poi in un cammino più lungo intrapreso col mio dottorato di ricerca. A metà circa del mio dottorato, venne attivata una collaborazione con un ente di ricerca negli Stati Uniti che era l’avanguardia nella tematica della quale ci stavamo occupando all’UniCal.
Da quella collaborazione s’innescarono una serie di eventi, che andarono oltre la collaborazione scientifica, sfociando in un’opportunità di lavoro per me, alla fine del dottorato. Da lì poi, anno dopo anno, ho semplicemente continuato e sviluppato il tema di ricerca che avevo iniziato all’Università della Calabria, per poi finire a lavorare come ricercatore associato all’University of Alabama negli Stati Uniti.

Il Dott. Massimo Fazio con quale titolo si presenta attualmente nelle relazioni all’interno, nel suo ambiente scientifico, e nelle relazioni con il mondo esterno?

Attualmente sono ricercatore associato dell’University of Alabama di Birmingham, e presto attiverò un laboratorio che condurrò personalmente, per cui sia all’interno sia all’esterno mi presento come un ricercatore autonomo, formato e cresciuto all’Università della Calabria e nel territorio lametino. Lametino che, purtroppo o per fortuna, si è dovuto spostare all’estero, per continuare una ricerca iniziata qui in Calabria.

Cosa l’ha spinta a iniziare l’attività di ricerca? Qual è stata la motivazione fondamentale per intraprendere questa strada, piuttosto che altre attività come, per esempio, l’insegnamento?

All’inizio, quando mi ero iscritto in ingegneria, non avevo nei miei desideri quello di fare ricerca universitaria, e non conoscevo quello che fosse il mondo della ricerca sia in Calabria sia all’estero. Ero convinto di essere interessato alla progettazione di automobili e di meccanica in generale, infatti, io non mi sono laureato in biomeccanica! Non conoscevo la ricerca, vedevo il mio futuro come ingegnere atto alla pratica industriale.
Nel momento in cui mi è stata proposta una scelta e mi sono quindi ritrovato al bivio tra il lavorare per l’industria o il lavorare per la medicina, ho preferito decidere di lavorare per la medicina.
Vedevo il lavorare per l’industria un atto di egoismo, i talenti che mi sono stati donati sarebbero stati impiegati per far diventare qualcuno più ricco anziché per fare qualcosa di buono al vantaggio di tante altre persone.

Come mai ha scelto gli Stati Uniti per sviluppare la sua ricerca? Ha avuto altre opportunità in Europa o in Italia per sviluppare il suo lavoro?

Gli Stati Uniti non sono stati una scelta, per lo meno all’inizio. La prima volta che sono stato negli Stati Uniti ero ancora uno studente, ero all’estero per adempiere l’obbligo di spendere almeno sei mesi all’estero durante la mia formazione come dottorato di ricerca.
Perciò, studiare all’estero, non è stata una scelta. Tutto è iniziato nel dover partire. Poi, tra l’apprezzare il come e il perché la ricerca è condotta negli Stati Uniti, tra la mancanza di proposte ragionevoli per rimanere come ricercatore o come semplice ingegnere qui in Italia, lo stare all’estero è praticamente diventata una condizione di necessità. Come italiano, ma soprattutto come calabrese, ho forte il desiderio di stare con la mia famiglia e con i miei amici, nella propria terra, però già a quel tempo ne avevo passate abbastanza da capire che il semplice stare qua non sarebbe stato sufficiente per farmi star bene con me stesso, e, di conseguenza, per far stare bene chi mi era vicino.

A fronte della sua esperienza, come giudica il mondo della ricerca accademica qui all’Università della Calabria?

Ho una grossa stima per la ricerca svolta in Italia e in particolare all’Università della Calabria, università in cui si trovano un mare di talenti. La ricerca all’UniCal spesso, però, non è valorizzata. Nonostante questo, molti ricercatori all’estero riconoscono il valore della nostra ricerca, intendendo per ricerca il valore scientifico dei nostri ricercatori. Purtroppo la mancata valorizzazione avviene perché non c’è un giusto impiego, anziché uno sfruttamento, di questi talenti, perché non c’è interesse dal punto di vista nazionale per sviluppare la ricerca scientifica in Italia, e quindi in Calabria. Dico nazionale perché in realtà la regione Calabria, col suo dipartimento 11, spesso si è adoperata nel passato per proporre progetti di ricerca e finanziamenti dedicati. Infatti, dal mio punto di vista, posso dire che la regione Calabria ha fatto molto di più che lo Stato Italia nel supportare i ricercatori calabresi.

Secondo lei qual è l’anello debole in questo meccanismo d’investimento nella ricerca?

È assolutamente a livello nazionale e non locale. Il problema è che, in ambito nazionale, il prodotto della ricerca non viene incastonato o complementarizzato in un prodotto di più ampia gittata.
Infatti, la ricerca di per sé non ha un dato prezzo per cui scambiarla sul mercato. La ricerca va tradotta in un prodotto che puoi vendere sul mercato. Questo può essere un prodotto industriale, un prodotto farmacologico: un qualunque tipo di prodotto cui il mercato internazionale riconosca un valore. In Italia non siamo capaci di tradurre quel know-how sviluppato dalla ricerca, in un prodotto cui collegare un prezzo, cosa che invece avviene in paesi come la Germania, l’Inghilterra, gli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti hanno da molto tempo capito che un dollaro investito nella ricerca produce cento dollari su diversi settori, che possono essere industria, difesa, settore farmacologico ecc. Hanno imparato a tradurre la ricerca in soldi. In Italia non abbiamo interesse, manchiamo di competenza, purtroppo chi sta nella camera dei bottoni, non conosce la ricetta per trasformare la ricerca in economia.
Molti ricercatori miei colleghi, che invece hanno lavorato e si sono formati all’estero, saprebbero come tradurre la ricerca in economia, ma queste persone non hanno alcuna voce in capitolo.

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Da parte sua, qual è l’invito che vorrebbe rivolgere alle istituzioni italiane perché diano sostegno, supporto e valorizzare alle tante eccellenze che abbiamo nella nostra nazione, specie nel sud?

Li inviterei a comprendere che una certa generazione di professionisti della ricerca, che hanno una grande valenza e conoscenza tecnica nella qual si voglia materia, non hanno però una conoscenza più ampia del come poter trasformare la ricerca in economia.
I professori universitari italiani non sanno come trasformare la ricerca in economia, mentre in altri paesi la situazione è differente. È necessario che persone, che hanno avuto la fortuna o la capacità di essere esposte a questa logica di trasformazione “ricerca  economia”, vengano abilitate ad applicare questa ricetta anche in Italia!
I professori di due generazioni prima della mia, che non hanno avuto la possibilità e necessità di essere esposti a questa logica di trasformare la ricerca in economia, non hanno idea di come si faccia. I ricercatori della mia generazione, invece, che sono stati esposti a modi di operare e di pensare proprio di alcuni paesi quali la Germania in Europa o meglio negli Stati Uniti, e che hanno capito come trasformare la ricerca in economia, dovrebbero godere di maggior considerazione, dovrebbero essere scelti come personale cui chiedere come fare per cambiare il sistema in Italia riguardo alla ricerca.

Lei sarebbe disponibile, se ci fossero i presupposti, a tornare in Italia e mettere a frutto la sua esperienza e i risultati che sta ottenendo nel corso della sua ricerca?

Sì, ma non ora. Alcuni colleghi mi suggeriscono di far leva sui fondi europei per il cosiddetto “rientro dei cervelli”, e, infatti, penso sia tecnicamente possibile rientrare. Detto ciò, non lo farei in questo momento, perché se dovessi rientrare ora, dovrei comunque rientrare in un sistema di dipendenze che onestamente mi soffocherebbero. Magari più in là se si presentasse la possibilità, se Dio vuole, di avere una posizione che non sarebbe soggetta o aggiogata a terze persone, allora sì che tornerei! Rientrerei perché sarei molto più che onorato di poter contribuire all’economia del mio Paese, se non altro per restituire quel debito che io ho nell’essere stato formato a spese della collettività. La mia formazione è stata, infatti, strettamente legata alla disponibilità di borse di studio, pagate dalle tasse dei cittadini italiani e calabresi.

Visto che lei ha accennato che probabilmente avrà dei finanziamenti per costituire un laboratorio tutto suo, sta sviluppando un qualcosa di particolare di personale che la caratterizza nel mondo della ricerca su cui sta operando?

Sì! La mia fortuna è appunto quella di essere stato formato nell’Università della Calabria.

Per quale motivo?

Perché il dipartimento al quale afferisco è uno dei pochi centri di ricerca che si è specializzato nello sviluppo di tecniche: metrologiche interferometriche.
L’interferometria speckle, nella fattispecie, continua a essere studiata in pochi focolai di ricerca nel mondo, poiché richiede un grosso background fisico matematico, nonché grandi spese in laboratori molto costosi, poche persone fanno ricerca sull’interferometria speckle.
Io ho avuto la fortuna nell’essermi formato nel laboratorio del Professor Andrea Poggialini, e poi dal ricercatore Luigi Bruno, che lavorando da decenni sulla metrologia speckle sono attualmente tra i maggiori esperti mondiali di questa scienza.

Che cosa è successo?

Nel momento in cui mi sono trasferito negli Stati Uniti come ricercatore, il centro in cui lavoravo ha capito che l’Interferometria Speckle, sebbene non fosse ancora sviluppata più di tanto e non fosse molto nota nel campo biomedicale, avesse potenzialità enormi.
Perché, a dispetto di altre tecniche di misura basate sul Digital Image Correlation, l’Interferometria Speckle, essendo basata su robusti principi fisici, ha una capacità di quantificare le deformazioni meccaniche con una qualità che nessun altro strumento metrologico possiede.
Perciò, la mia caratteristica peculiare nel settore, è quella di sviluppare tecniche di misura per la caratterizzazione meccanica dei tessuti oculari. Ovviamente, grazie alla pubblicazione su riviste internazionali, la visibilità di questa ricerca è su scala mondiale, e lì sono conosciuto come chi fa Interferometria Speckle su tessuti biologici. Per cui quello è il mio marker, il mio identificativo, e lo devo completamente ed unicamente al fatto di essere stato formato all’Università della Calabria, nel Dipartimento di Ingegneria Meccanica.

Dunque non possiamo dire che abbiamo delle eccellenze in Calabria: possiamo di certo affermare però di avere delle avanguardie scientifiche di livello mondiale e che la partenza e lo sviluppo delle loro idee ha avuto sede all’Università della Calabria.

Assolutamente sì! Perché c’è stato un determinato periodo temporale in cui i finanziamenti statali hanno permesso la formazione di grossi laboratori di ricerca; questi fondi hanno permesso di investire su macchinari e tecnologia, permettendo a persone capaci di creare dei clusters di ricerca che sono assolutamente all’avanguardia in ottica mondiale. Faccio un esempio, il laboratorio dell’Università della Calabria da cui afferisco ha delle capacità tecniche e di know-how che sono introvabili a livello mondiale.
Questo è stato possibile perché quando è stato il momento d’investire soldi, questi soldi sono stati spesi bene. Perciò, allo stato attuale, il laboratorio di ottica dell’Università della Calabria del Dipartimento di Ingegneria Meccanica ha tecnologie che sono difficili da trovare in centri di ricerca di eccellenza molto più grandi del nostro. Per questo la questione non è solo quella di spendere i soldi, ma anche di trovare le giuste persone, ovviamente. Dunque, l’ingrediente fondamentale che viene usato negli Stati Uniti, ma che non è egualmente usato in Italia, è quello di far spendere i soldi direttamente alle persone. Fintanto che lo Stato vorrà gestire come spendere i soldi nella ricerca, non si andrà da nessuna parte. Bisogna fare il grande sforzo culturale di affidare i soldi alle persone.

Mi sta dicendo che anche in campo scientifico e nella ricerca dobbiamo liberalizzare, favorire investitori privati e che non sia lo Stato a tenere una cappa in questo mondo in fermento?

Sì, decisamente. Perché bisogna responsabilizzare le persone, o meglio le persone sono responsabili di per sé, ma bisogna riconoscergli il grado di responsabilità.
Un professionista che lavora nel mondo della ricerca e ha fatto della ricerca la propria vita, ha intrinsecamente un alto grado di responsabilità. Certo, debbono esserci dei limiti alla responsabilità di cui un ricercatore deve rispondere, ma la capacità di spesa deve essere regolata dalla persona, che ha la responsabilità di sviluppare il progetto e di dar conto dei soldi spesi.

Può farci un esempio?

Nel mio caso, negli Stati Uniti, nessuno è mai venuto a chiedermi perché ho speso un dollaro anziché mezzo. Qui, in Italia e in Calabria, mi trovo a dover presentare lo scontrino di due euro alla segreteria per aver acquistato una matita, per poi sentirmi dire perché non abbia speso solo un euro. Che senso ha dare l’attribuzione di un progetto da un milione di dollari e poi non riconoscere al ricercatore la responsabilità per gestirne il budget?

Pensa, dunque, che il controllo debba essere sul risultato finale, su come si è impiegata l’intera somma investita per quel progetto, anziché vessare la persona e non lasciarla libera e autonoma di utilizzare la somma che gli si affida?

Esatto! A me negli Stati Uniti è stato detto: “Tu vuoi costruire questo interferometro?” “Si!” “Hai le persone con le quali puoi costruirlo?” “Si!”.
Non hanno voluto sapere neanche chi fossero queste persone. Perché la responsabilità era mia dall’ora zero fino all’ultimazione del progetto. Quel che mi è stato chiesto, è se ci fossero le capacità tecniche e le risorse umane per costruire l’interferometro.
Dopo di che mi è stato stanziato un budget, e nessuno mi ha mai chiesto come siano stati spesi i 200mila dollari del progetto. Anzi, durante la costruzione dello strumento, mi è stato solo chiesto se tutto andasse bene e se necessitavo di altri aiuti. Dopo di che, alla fine della realizzazione del progetto, mi è stato chiesto se l’interferometro funzionasse, sì o no.
Questo è ciò che interessava al Dipartimento.
Quando la risposta è stata sì, tutti sono stati contenti. Se la risposta fosse stata no, non sarebbe successo alcun dramma, perché nella ricerca non si può garantire che tutto sia portato a buon fine. Per cui, negli Stati Uniti, non è neanche giusto dire che vi sia una logica del fare, o che tutto venga ricondotto a creare un prodotto. Semplicemente vi è una logica di lavoro basata sulla fiducia.

Quindi lei è stato autore di questo nuovo strumento di ricerca che lei ha chiamato interferometro? Il copyright è proprio suo, ci può spiegare?

Non è solo mio! È stato un insieme di persone a lavorare su questo progetto.
Io, come prima cosa, ho avuto l’idea su come modificare la tecnologia corrente per adattarla alle nuove necessità tecniche. In seguito lo schema ottico è stato ideato dal professor Andrea Poggialini. L’ottica vera e propria è stata sviluppata dall’ingegner Luigi Bruno.
Infine, io ho costruito il software per movimentare lo strumento e analizzarne i dati, al fine di ottenere le misure desiderate sui tessuti biologici.

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Quindi questo strumento all’inizio della ricerca non esisteva proprio?

Questo strumento non c’era prima, perché prima di tutto bisognava trovarne una possibile applicazione.
Per il carattere che abbiamo noi ingegneri, in genere ci focalizziamo troppo sul metodo tecnico in sé. Purtroppo i metodi tecnici, di per sé, hanno un interesse limitato, addirittura nullo nella medicina.
La medicina chiede a noi ingegneri di creare dei metodi per studiare casi clinici, che non sono attualmente investigabili, per via dei limiti tecnologici adesso esistenti. Nel nostro caso, mancavano della capacità di analizzare, alla risoluzione nanometrica, le deformazioni dei tessuti dell’occhio umano, al fine di capire come l’occhio si deforma all’aumento del tono oculare.
C’era la mancanza di una tecnica che potesse permettere questo tipo di analisi. Allora ho capito che esisteva la possibilità di colmare questa mancanza tecnologica con le conoscenze a nostra disposizione.

La sua ricerca è focalizzata sui problemi dell’occhio umano, a quale patologia la sua ricerca dovrebbe dare risposta?

Principalmente la mia ricerca è focalizzata nello studio del glaucoma.
Questa è un’otticopatia che, col tempo, causa la degenerazione della retina dell’occhio umano, per cause non ancora del tutto chiare.
Ancora non abbiamo capito le cause dirette che fanno scaturire la malattia del glaucoma, ma sappiamo che c’è una forte correlazione tra l’aumento del tono oculare, la pressione interna all’occhio (diversa dalla pressione sistemica), e l’insorgenza della malattia.
Sappiamo inoltre che due altri importanti fattori di rischio sono: l’avanzamento dell’età e l’etnia. Le persone di etnia afroamericana, infatti, hanno una suscettibilità al glaucoma molto più elevata rispetto a persone di etnia caucasica, europea. Questi fattori favoriscono o innescano la malattia del glaucoma che ha un’incidenza elevatissima, si stima affligga il 2% della popolazione al livello mondiale, una percentuale anche più elevata dell’Alzheimer, con un impatto sociale e un costo economico estremamente elevato.
Si capisce, infatti, che il costo di una persona che a sessanta anni rimane cieca per il sistema sanitario nazionale è elevatissimo.
Perciò ci sono alcune nazioni, come gli Stati Uniti, che, avendo osservato come i costi generati dal glaucoma sul livello sociale stanno aumentando in maniera esponenziale, giacché la popolazione mondiale in media sta invecchiando molto più rapidamente che in passato, hanno iniziato a investire grossi capitali per cercare di capire e rallentare l’insorgere della malattia.

Su una scala da 1 a 10 in che posizione può essere collocato lo status della sua ricerca?

Quando si parla di ricerca all’avanguardia, si è sempre allo stato 1 e allo stesso tempo a 10.
Nel senso che stiamo inseguendo ciò che c’è di più nuovo e sconosciuto sulla malattia. Il problema è che fino a quando non si capisce come debellare la malattia, si è sempre al punto uno. Si procede col capire che A causa B, e sei a 10, poi capisci che B causa C, e ricominci da 1.
In pratica finché non arrivi al punto Z, sei sempre al punto 10 e 1 allo stesso tempo. E’ tutto un continuo divenire.

Lei è ottimista sulla prospettiva dei risultati del suo lavoro?

Completamente. Perché da quando abbiamo iniziato ad analizzare l’otticopatia del glaucoma dal punto di vista ingegneristico e quindi dal punto di vista biomeccanico, stiamo verificando che alcuni fattori di rischio hanno trovato una possibile spiegazione, e una di queste evidenzia scientificamente il fatto che ci sia una causalità diretta tra glaucoma e caratteristiche bio-meccaniche dei tessuti oculari.
Dobbiamo, quindi, continuare a studiare la meccanica dei tessuti dell’occhio umano, e come questa sia potenzialmente correlata con il glaucoma, con la speranza che da qui a massimo una decina di anni riusciamo a fornire risposte personalizzate per un dato paziente.
L’obiettivo è di munire il medico oftamologico di strumenti utili a capire se una data persona abbia una certa predisposizione a sviluppare il glaucoma, oppure, se già l’avesse, di strumenti adatti per intervenire nell’alterare le proprietà meccaniche dell’occhio, o, più semplicemente, per capire qual è lo stato pressorio massimo di sicurezza per quel particolare paziente.

I risultati della sua ricerca sono stati pubblicati su qualche rivista scientifica di livello?

Noi ingegneri lavoriamo sempre su due campi: lo sviluppo del metodo tecnico in sé e sull’applicazione della tecnica sviluppata.
Spesso, infatti, nello sviluppare queste metodologie, ci troviamo a dover creare dei metodi di analisi e di ricerca che non sono stati concepiti. L’interferometro appena costruito ne è un esempio. Infatti, nel suo genere, è il primo al mondo a poter effettuare un certo tipo di misure. Quindi, la tecnica di per sé è d’interesse nel campo tecnico scientifico, e viene pubblicata su riviste quali Biomedical Optical Express; allo stesso tempo, le applicazioni di queste tecniche di misura, cioè l’investigare sulla correlazione della proprietà meccanica dell’occhio con età, etnia, etc., vengono poi pubblicate sulle riviste specifiche quali Investigative Ophthalmology of Vision Science, che sono riviste prettamente mediche, dove i medici all’avanguardia si tengono aggiornati, con l’intento di meglio affrontare nella clinica questa malattia.

Possiamo affermare, dunque, che la sua ricerca è all’avanguardia a livello mondiale. Vorrei fare una considerazione su due concetti che ho avuto modo di apprendere, che sono questi: l’idea di genio e l’idea di talento. Nella formulazione di talento ognuno di noi può essere una persona di talento, il riferimento al genio richiama una prospettiva trascendente, come un dono dato dall’Alto. Tra queste definizioni qual è quella in cui maggiormente si riconosce?

Mi piacerebbe e sarebbe molto comodo rientrare nella categoria del genio, perché ciò vorrebbe dire essere intelligente, bravissimo, per cui fare una qualunque cosa non costerebbe alcuno sforzo. Purtroppo per me non è così! Ho avuto semplicemente la fortuna di avere alcuni talenti, tra cui l’interesse nello studiare la meccanica e allo stesso tempo la medicina. Questo semplice interesse con il tempo e con la dedizione, e unita alla possibilità offerta dagli sforzi fatti della famiglia dalle borse di studio, è divenuto un lavoro e una passione.

Giacché ha fatto riferimento alla famiglia, diciamo ai nostri lettori che lei vive in un piccolissimo centro del lametino, nella frazione Fronti, vorrei chiederle quindi: il senso di appartenenza a un territorio, la vicinanza della famiglia, degli amici, dei parenti, e anche il disporre di una struttura scolastica-universitaria che le è stata accanto, che peso ha avuto nella crescita e nello sviluppo della sua attività?

Il merito della famiglia è stato quello di avermi educato secondo dei principi e a dei valori ben specifici. Molte persone hanno dentro di sé alcune predisposizioni, ma molto più spesso invece questi valori vanno insegnati. Ho avuto quindi la fortuna di avere una famiglia che mi ha insegnato certi valori. Questi valori poi sembrano abbiamo attecchito, e spero che la mia famiglia e chi mi sta intorno a me lo riconosca.

Dobbiamo in un certo senso ringraziare i suoi genitori che hanno saputo coltivare e sostenere i suoi talenti?

Sì, credo che io mi ritrovi a lavorare nel settore biomedico per il seguire il desiderio di fare qualcosa che fosse utile anche per il prossimo. Perché se il mio scopo principale fosse stato quello di perseguire solo il mio bene, allora mi troverei a lavorare nel settore industriale.
Ho avuto in passato la possibilità di entrare e lavorare nel settore industriale, con una remunerazione ancora più interessante di quell’attuale, ma ho deciso di lavorare nel campo medico, perché, a un certo punto, mi sono reso conto che il mio dovere non era solo quello di badare a me stesso ma era quello di sfruttare il mio talento a beneficio degli altri.

Senta dottore, ci vuole raccontare, se è il caso, la più grande soddisfazione avuta nel corso della sua attività professionale?

Non riesco a pensarne una in particolare perché sono state una serie di soddisfazioni.
È sempre stata una certa soddisfazione confrontarsi con scienziati famosi a livello mondiale: scienziati dei quali, per la mia formazione, ho dovuto leggere i libri e che ora apprezzano il tuo lavoro e magari ti chiedono anche “da dove vieni?”.
Oppure, una cosa che mi è rimasta in mente: un collega italiano in una conferenza all’estero incontra un collega statunitense (che io non conoscevo) e questo a sentire dire che il mio collega italiano veniva dall’Università della Calabria, esclamò “ah, voi siete quelli che fate ricerca sull’occhio!”. È stato molto piacevole vedere come all’estero iniziavano ad esserci persone, che grazie alla nostra ricerca, venivano a conoscenza della nostra piccola realtà, piccola ma con grandissime potenzialità e talenti.

Quindi la sua più grossa soddisfazione è di essere apprezzato e considerato perché proveniente dall’Università della Calabria?

Sì, perché è un piacere far sì che le persone capiscano che l’Italia non vuol dire soltanto spaghetti e andare al mare: l’Italia è una potenza mondiale a livello industriale, per lo meno lo era, ed è una nazione con grandissime capacità intellettuali e ricca di giovani capaci.

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Bene dottore, le vorrei chiedere questo: la domanda più ricorrente che un ricercatore fa a se stesso?

C’è una domanda che, son sicuro, tutti i ricercatori si pongono molto spesso, e alla quale spesso è veramente difficile rispondere, cioè: “Ciò che sto facendo è giusto, è una cosa buona solo per me o lo sarà anche per gli altri?”.
Perché quando lavori nella ricerca d’avanguardia, ci sono interessi personali, interessi collettivi, e ci sono poi interessi economici di cui tenere conto.
Si è sempre con la pressione, inoltre, di cercare di capire come meglio indirizzare la ricerca e quali fini vadano perseguiti. Si può fare ricerca in vari modi: si può fare al fine di accrescere la fama e il potere personale, oppure la si può finalizzare a capire il perché delle cose.
Forse, appunto, spesso la domanda più ricorrente è “cos’è giusto?”.

Lei è credente? Se lo è, la sua fede è stata un elemento che l’ha aiutata ad affrontare meglio la ricerca? Le ha dato un qualcosa in più?

Questa è una domanda interessante! Personalmente penso di sì. I miei valori sono stati, come dire, fondati su valori cattolico-cristiani o religiosi in senso generale. Questi valori sono quelli del prendersi cura degli altri. Che ci sia la necessità di essere religiosi e cristiani per essere buoni ricercatori, la risposta è no! Ho molti colleghi che sebbene non religiosi o atei, hanno comunque ben chiaro quali sono i valori da perseguire per avere una società sana. Penso che questo sia una bella cosa, perché ciò mostra come valori di giustezza siano insiti nell’uomo. Magari la religione ti aiuta a capirli e a preservarli, per cui essere religiosi non è una necessità, un must, ma di sicuro aiuta a ricordare alla persona che bisogna cercare, e ricercare, per il giusto.

Per chiudere: se fosse al mio posto quale domanda si farebbe, e quale risposta darebbe alla sua domanda?

La domanda sarebbe: “Cosa proporrebbe per migliorare la Calabria?”.
La risposta sarebbe obbligare per legge tutti i calabresi a vivere per un po’ di tempo all’estero, per poi rientrare! Ciò perché quando si lascia la Calabria si apprezzano maggiormente alcuni valori che la nostra terra, in un certo modo, ci imprime dalla nascita. Spesso però chi rimane strettamente nel contesto calabrese, questi valori non li apprezza; li si apprezza lasciando questa terra, e li si valorizza quando si ritorna.

In un certo senso possiamo definire la Calabria come terra di Santi e, non di navigatori, ma di ricercatori, come abbiamo visto, e per di più all’avanguardia a livello internazionale.

Assolutamente sì! La Calabria è pienissima di ragazzi con talento e una grandissima intelligenza e cultura, che necessitano di essere valorizzati. Sarebbe però, come dire, un po’ irrealistico, aspettarsi che queste persone abbiano la possibilità di essere valorizzate rimanendo in Calabria. Queste persone hanno la capacità di essere valorizzate solo lasciando la Calabria, capirebbero allora l’importanza di essere calabresi, e imparerebbero molte cose che purtroppo qui in Calabria non avrebbero possibilità d’imparare, perché al momento la Calabria non è esposta a determinate situazioni di livello tecnico, scientifico, politico ed economico.
Perciò il suggerimento, appunto, è crescere qui, estendere la formazione anche all’estero, tornare in Calabria, e sperare che un giorno la Calabria sia una regione esposta a contesti di eccellenza, di apertura internazionale; al momento, purtroppo, siamo un po’ troppo chiusi in noi stessi, e questo è deleterio per tutti quanti.

Benissimo dottore, io la ringrazio per la disponibilità che mi ha concesso. L’augurio mio personale, e anche quello del nuovo portale d’informazione Lamezia Live, è quello di vederla al più presto elevato agli onori delle cronache di tutto il mondo, di vedere il suo nome sulle più rilevanti pubblicazioni scientifiche a livello mondiale, e di vederla protagonista di qualche progetto qui in Italia.
Le faccio un grosso in bocca al lupo per il prosieguo della sua attività.

Grazie mille! Grazie per l’interessamento, grazie per avermi dato la possibilità di raccontare la mia storia, che, spero, sia d’incoraggiamento per alcuni giovani come me, che magari non se la sentono di fare lo sforzo di esporsi all’estero, ma che invito a lanciarsi per accrescere le proprie conoscenze.
Tutto questo con la speranza, poi, di ritornare e di portare a casa quell’esperienza di vita che, di sicuro, aiuterà il nostro territorio a crescere e a divenire un contesto culturale e scientifico più ampio dell’attuale.