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In ricordo del “leone del Panjshir” Ahmad Shah Massoud

Fratelli contro fratelli, l'Islam uccide gli eroi
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Sono tanti gli occidentali, esponenti del mondo politico e non, che in questi tempi spesso drammatici si chiedono se esista un Islam tollerante in grado di convivere pacificamente con le minoranze religiose del Medio Oriente, specialmente cristiani, curdi, yazidi ed ebrei. Sarebbe molto facile rispondere sbrigative di no e pensare che il mondo musulmano sia per sua natura violento e oppressivo verso tutti coloro che professano un credo religioso diverso da quello maomettano.

Osama Bin Laden, il barbaro attentato contro le Twin Towers di New York (11 settembre 2001) da lui organizzato e attuato anche grazie al sostegno strategico dei Taliban, le inaccettabili violenze che in questi mesi sono state perpetrate a danno di inermi civili iracheni (compresi donne e bambini) ad opera dei tagliagole del Califfato islamico di Iraq e Siria (Isis) sembrerebbero confermare questa tesi. Eppure è esistito un uomo, un valoroso comandante coraggioso fino all’inverosimile, che benchè musulmano devotissimo ha combattuto in armi, sul campo, con i fatti e non con le parole, contro il fanatismo del regime islamista dei Taliban. Il suo nome è: Ahmad Shah Massoud.

Nato nel 1953 in Afghanistan, si iscrive nel 1972 al movimento dei Giovani Musulmani guidato dal professore Burhanuddin Rabbani. Il movimento si dividerà poi in due fazioni: la prima (cui appartiene Massoud) che continuerà a seguire Rabbani e la seconda, più estremista, che fa capo a Hekmatyar, la cui figura ritroveremo più avanti.

Sono anni di grande fermento politico. Nel 1973 cade la monarchia afghana e viene instaurata la Repubblica islamica. La neorepubblica ha però vita breve perchè nel 1978 i comunisti prendono il potere con un colpo di Stato sostenuti dai sovietici. L’insurrezione anti-comunista, cui partecipa anche Massoud tornato dall’esilio pakistano per prendere parte ai combattimenti, spinge l’Urss a invadere l’Afghanistan. Durante l’esilio pakistano Massoud aveva letto gli scritti dei teorici della guerriglia come Giap e Mao.

Le nozioni militari apprese si riveleranno fondamentali per le vittorie dell’ormai comandante Massoud, che raggruppa dietro di sé i combattenti di etnia tagiki, cui appartiene egli stesso. Sono tanti i generali e i membri del PCUS che a Mosca, nei 10 anni di guerra che vanno dal 1979 al 1989, devono aver passato notti insonni a causa dell’eroismo di Massoud e dei suoi uomini. Per dieci volte l’Armata Rossa tenta di piegare la resistenza dei combattenti afghani nel Panjshir e per dieci volte Massoud e le sue truppe lo respingono.

È in questi anni che il fondatore di Emergency Gino Strada prende contatti con Massoud quando vengono creati i primi presidi medici per dare sostegno alla popolazione civile. Finita la guerra nasce il nuovo Stato islamico dell’Afghanistan. La pace dura poco. Nel 1992 il movimento integralista “Hezbi islam” fondato da Hekmatyar attacca Kabul e il governo provvisorio ivi instaurato. Massoud, allora ministro della difesa, viene spronato ad agire, prende le armi e risponde. È la guerra civile. Per quattro anni Kabul è teatro di aspri combattimenti che provocano gravi perdite di vite umane tra i civili. Sicuramente anche gli uomini al comando di Massoud, nel bombardare le postazioni nemiche, avranno colpito tra gli altri anche dei civili.

È la dura realtà della guerra, e benchè la distruzione di Kabul sia da imputare più alle truppe di Hekmatyar, che a quelle di Massoud, per onestà intellettuale occorre ricordare gli errori di entrambi i fronti. Ma questo non fa di Massoud un signore della guerra come i tanti che hanno spadroneggiato in Afghanistan in quegli anni, almeno se ci affidiamo ai reportage sulla sua persona che negli anni sono stati fatti, tra cui bellissimo quello di Ettore Mo sul Corriere della Sera che consigliamo. Tornando agli eventi: Massodu sconfigge definitivamente Hezbi islam e il suo leader, ma onde evitare nuovi conflitti il nuovo governo vede i due leader delle fazioni contrapposte, Rabbani (vecchio maestro di Massoud) e Hekmatyar, ricoprire rispettivamente le cariche di primo ministro e presidente della Repubblica. Il sogno di un Afghanistan pacificato è però molto lontano.

Il Pakistan, che inizialmente aveva sostenuto Hekmatyar, ma che ora gli ha levato il suo consenso, sostiene un altro gruppo politico: i Taliban. La guerra civile riprende. Massoud, dopo due anni di cruenti combattimenti, deve lasciare Kabul, che viene così presa dai talebani, e rifugiarsi nella valle del Panjshir da dove aveva valorosamente guidato la guerriglia anti-sovietica. La maturazione politica del “Leone del Panjshir” giunge a compimento. Costituitasi l’Allenza del Nord, che raggruppa le più disparate fazioni politiche anti-talebani, vede Massoud come uno dei suoi principali leader politici e militari. Non mancano, anche tra coloro che combattono contro il nuovo regime talebano, figure politiche poco ammirevoli, Massoud però è di un’altra tempra. Sono anni di profonda sofferenza per il comandante, i cui numerosi appelli alla comunità internazionale affinchè lo sostenga nella sua lotta contro l’integralismo islamico vengono ripetutamente ignorati. Massoud non capisce: in un’intervista a un inviato del Corriere della sera dichiara: Come fate a non capire – mi disse un giorno – che se io lotto per fermare l’ integralismo dei talebani, lotto anche per voi? E per l’ avvenire di tutti?».
Massoud, che vede nell’Iran di Khomeini la causa prima del fanatismo religioso in Medio Oriente, è convinto che se l’Occidente non lo aiuterà nella sua lotta prima o poi ne pagherà a caro prezzo le conseguenze. Ma gli Stati europei e americani fanno orecchie da mercante.

Così ciò che aveva previsto il leone del Panjshir accade, e gli Stati Uniti pagano duramente il prezzo del loro disinteresse nei confronti della guerriglia che Massoud portava avanti contro i talebani. L’11 settembre 2001, appena due giorni dopo l’attentato terroristico che ha portato alla morte di Massoud, Al Qaeda (che aveva nei Taliban il suo principale alleato) compie l’attentato alle Torri gemelle e al Pentagono.

Difficile pensare che sia solo una coincidenza la così stretta vicinanza temporale tra l’attentato a Massoud e quello alle Twin Towers. Il resto è storia nota. Come sarebbe andate a finire se gli Usa e i paesi europei avessero sostenuto militarmente Massoud già prima del 2000, quando il comandante chiedeva aiuto? Non sappiamo dire se le quasi 3000 vittime che morirono negli attentati di Washington e New York sarebbero ancora vive. Certo è che aiutando Massoud avremo quasi sicuramente infilitto un colpo mortale al terrorismo islamico.

Tredici anni dopo, però, sembra che l’Occidente non abbia imparato la lezione. Così come i taliban furono armati anche dai paesi europei e americani, così i miliziani dell’Isis (la cui brutalità è purtroppo nota a tutti) sono statai armati dall’Occidente in chiave anti-Assad, quando Obama voleva intervenire nella guerra in Siria prima che Papa Francesco e Putin, ognuno a suo modo, lo fermassero. Se non fosse stato per il Santo Padre e per il presidente russo, truppe americane e francesi avrebbero aiutato i ribelli siriani, composti in massima parte da sostenitori della jihad islamica. Ma non è purtroppo finita qui. Per mesi il governo iraqeno ha chiesto aiuto militare agli Stati Uniti per combattere il Califfato.

L’intervento è arrivato si, ma molto tardi, dopo mesi e mesi di violenze a danni di civili inermi in cui l’unico ostacolo alla follia dei tagliagole dell’Isis sono stati i combattenti peshmerga curdi. Adesso Obama ha autorizzato i raid aerei contro le postazioni militari dell’Isis, ma si tratta di un intervento che si è rivelato poco efficace, secondo alcuni anche perchè molto industrie occidentali hanno continuato gli scambi di armi e petrolio con l’Isis senza incorrere in sanzioni da parte degli Stati occidentali. Come se non bastasse è giunta notizia dall’Iraq che i miliziani del Califfato abbiano rapito centinaia di bambini, probabilmente con l’intento di utilizzarli come scudi umani.

Questo vuol dire che le bombe che nel prossimo futuro verranno sganciate dai jets americani colpiranno quasi sicuramente non solo i terroristi ma anche civili inermi. La situazione è drammatica e il rischio di commettere lo stesso errore che commettemmo con Massoud altissimo. Se gli stati occidentali non bloccheranno immediatamente i flussi di e armi denaro che giungono al Califfato ci troveremo di fronte a un bivio drammatico: o un intervento militare di terra (con annessi tutti i morti che questo combatterebbe) o una nuova ondata di terrorismo islamico da parte del Califfato, i cui obiettivi del Califfato non si fermano al Medio Oriente ma coinvolgono anche l’Europa e il Nord America. Che l’Occidente non faccia due volte lo stesso errore. Concludiamo questo editoriale con le parole del Leone del Panjshir, a cui abbiamo dedicato queste righe: «Consideriamo parte del nostro dovere difendere l’umanità contro il flagello dell’intolleranza, della violenza e dell’ estremismo». Ti hanno ucciso ma non sconfitto Comandante, riposa in pace.