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Israele può continuare questa occupazione but not in my name

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Recentemente mi sono imbattuta in un pezzo sul conflitto Israele-Palestina dal titolo “Obbedienza cieca” scritto da Gideon Levy, un columnist del quotidiano israeliano Ha’aretz. In un box bene in evidenza la frase: “Per un pilota israeliano la più grande dimostrazione di coraggio è rifiutarsi di uccidere dei civili”. In quel pezzo l’autore raccontava che tra i soldati delle forze armate c’era “la meglio gioventù” di Israele, quella destinata in futuro a fare cose importanti. C’erano i piloti dell’esercito più virtuoso del mondo e per questo considerati gli eroi di Israele. Quegli eroi però, scriveva Levy, oggi stanno commettendo le azioni più crudeli mai immaginate: dall’interno dei loro aerei non vedono granché se non puntini impazziti in cerca di un riparo. Ebbene: loro, quei puntini, li stanano, li inseguono e li colpiscono come se stessero manovrando il joystick di un videogioco. In poche settimane quegli eroi avevano già ucciso un numero impressionante di persone. E molte di quelle persone non erano che bambini.
“Possibile – si chiedeva Levy in quell’articolo pubblicato da “Internazionale” – che questi giovani, benché soldati, non si interroghino mai se sganciare bombe sulla striscia di Gaza sia davvero un dovere?” e a sostegno del suo più che comprensibile dubbio ha ricordato quanto accadde nel 2003 quando 27 piloti smisero di eseguire gli ordini e in una lettera scrissero che si rifiutavano di partecipare ad operazioni che mettessero in pericolo i civili.

Perché nel 2014 – era la questione posta da Levy – nessun altro si è rifiutato di far parte dello squadrone della morte?
Poi oggi la novità.
È di stamattina l’annuncio che sono almeno 50 i soldati dell’Israel Defense Force che si sono rifiutati di partecipare all’operazione militare e anche loro lo hanno scritto in una lettera – petizione al Washington Post.
Tra questi c’è anche un giovanissimo israeliano che ha scelto di disertare: si chiama Udi Segal, sa bene che rifiutando di bombardare Gaza finirà in carcere ma a lui sembra non importare granché: “Israele può continuare questa occupazione – fa sapere – but not in my name’.
Nel suo nome, ha deciso, nessuno troverà la morte.

Udi ha solo 19 anni, ha voluto documentarsi sul conflitto tra Israele e Palestina, ha letto voracemente i giornali, ha studiato la storia e alla fine ha deciso di non poter prendere parte a questa occupazione.
Il carcere, è sicuro, non gli farà cambiare idea.

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