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La Filarmonica della Calabria al Teatro Grandinetti con “Le Sacre du printemps” di Igor Stravinsky

Le Sacre du printemps”. Un pezzo tra i più difficili in assoluto del Novecento, al punto da essere considerato ineseguibile nel 1913 (anno della prima), per tutti gli anni Venti e ancora negli anni Trenta,
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La Filarmonica della Calabria al Teatro Grandinetti con “Le Sacre du printemps” di Igor Stravinsky

E’ stato presentato dall’Istituto Superiore di Studi Musicali Tchaikovsky di Nocera Terinese il concerto sinfonico che, nell’ambito del cartellone del “Festival del Mediterraneo” si terrà domenica 22 febbraio 2015 alle ore 17.30 presso il Teatro Grandinetti di Lamezia Terme.

Ad esibirsi sarà l’Orchestra Filarmonica della Calabria, sotto la direzione del M°Filippo Arlia che, per l’imminente occasione, porta in programma per la prima volta in Calabria uno dei pezzi sinfonici più difficili della storia del Novecento musicale, ossia le celebri musiche che la mente visionaria di quel genio creativo che fu il compositore russo Igor Stravinsky compose per la rappresentazione del celeberrimo balletto “Le Sacre du printemps” il quale, nella tournée degli altrettanti celeberrimi balletti russi di Sergej Djagilev fu, per la prima volta, presentato al pubblico di Parigi il 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Elysées.

Una prima rappresentazione considerata all’epoca memorabile, ma scandalosa allo stesso tempo. Memorabile sul piano delle innovazioni musicali che lasciarono stupore presentandosi, da una parte, come inesauribile miniera di idee ritmiche e, dall’altra parte, come ricerca di sonorità inedite grazie al trattamento antitradizionale di tutta la compagine orchestrale.

Sul piano estetico, dunque, una poliritmia di fondo e un insieme di radicali sonorità che caratterizzano lo stile di questo brano. Ma fu una prima memorabile, quanto scandalosa per aver portato nel linguaggio musicale un tema assai antico quanto sempre presente nella vita dell’uomo, quello dell’ “eros”; un tema caro al mondo dell’arte che, se si vuole osare una comparazione, è stato sublimato nelle arti figurative dalla celebre opera di Antonio Canova “Amore e Psiche”; ma un tema difficile da portare nel mondo musicale, soprattutto se si tratta di “dar voce” e far “parlare” il linguaggio astratto e immateriale della musica su di un tema che poco ha di “incorporeo”.

Igor Stravinsky lo ha fatto e lo ha fatto attingendo alla cultura arcaica, primitiva e barbarica dell’uomo, dimostrando così di essere, prima che un compositore, un uomo di cultura. Quella di Stravinsky non è infatti una “sagra”, ma rispettando l’etimologia francese del titolo originale, è una “sacre”, ossia una “consacrazione” alla primavera, una totale appartenenza dell’uomo a questa stagione che, dalla notte dei tempi, è simbolicamente e antropologicamente intesa come un momento di rigenerazione delle cose, della natura e dell’uomo stesso che trova la sua massima espressione di rigenerazione nel tema della “fecondità”, cui si lega per ovvie ragioni, il tema dell’eros.

Ciò che esprime la musica è dunque una “danza erotica” arcaica, primitiva, rituale, in assoluta “sintonia” ed “empatia” con la natura che, proprio quando si “risveglia” e si “rigenera” con la primavera, induce anche la natura dell’uomo ad una “rigenerazione” attraverso l’eros. Ecco perché, come ogni forma di espressione all’insegna dell’eros, che esula da ogni forma di staticità e ieraticità, e come ogni forma di comportamento primitivo e primario al contempo, anche la musica si fa volubile, poliritmica, disordinata, stridente e addirittura “maleducata”, come direbbe il celebre direttore d’orchestra Leonard Bernstein.

È proprio questo il nodo estetico che ispira profondamente la musica de “Le Sacre du printemps”. Un pezzo tra i più difficili in assoluto del Novecento, al punto da essere considerato ineseguibile nel 1913 (anno della prima), per tutti gli anni Venti e ancora negli anni Trenta, ma che oggi, pur richiedendo sforzi notevoli e ore e ore di prove e pur essendo temuto per la complessità esecutiva, è diventato, invece, un pezzo di repertorio, presentandosi, a distanza di un centinaio di anni, come un pezzo di grande modernità, di estrema contemporaneità, di dirompente attualità. Un pezzo all’insegna di un “jazz primitivo” che solo una mente visionaria e geniale come quella di Igor Stravinsky poteva concepire.