Notizie, cronaca, sport, eventi della Città di Lamezia Terme

Cittadino Agricoltura

La guerra in Afganistan e chi ci guadagna?

E’ davvero straordinaria questa interminabile guerra ai talebani.
,
994 0

E’ davvero incomprensibile come l’Occidente possa continuare a mandare i propri soldati in Afghanistan.

La Seconda Guerra mondiale durò sei anni, quella per sconfiggere la terribile armata dei talebani è in corso dal 2001, ovvero da 15 e all’ultimo vertice della Nato è stata prorogata fino al 2020. 

Diciannove anni per sconfiggere i terribili talebani? E pagando un trilione di dollari?

Un po’ troppi, ne converrete. Non è un caso che spagnoli, inglesi e francesi abbiano deciso di ritirarsi unilateralmente. Non vedono più l’utilità di una missione che in termini militari ha fallito ma che l’America di Obama intende prolungare. Secondo un osservatore attento come il generale italiano Mario Arpino, la verità è che l’occupazione militare è diventata permanente sebbene nessuno lo  ammetta. Secondo altri osservatori ci sarebbero altre ragioni, tra cui le pressioni dell’establishment e dell’industria militare per continuare a beneficiare degli ingenti finanziamenti.

Di certo la guerra in Afghanistan è stata un fallimento. Non è servita a sradicare un regime indicato come uno dei principali sostenitori del terrorismo neosalafita. Non ha portato democrazia, nè benessere alle popolazioni locali, che sono sempre più povere. In compenso ha generato immensi benefici ai trafficanti di droga. E’ la verità taciuta su questo conflitto, sebbene ci riguardi da vicino perché l’eroina finisce anche in Europa. A svelarne  il lato nascosto e imbarazzante è un giornalista indipendente, Enrico Piovesana, in un saggio breve e convincente “Afghanistan 2001-2016 – La nuova guerra dell’oppio”, Arianna Editrice. Piovesana frequenta da anni Kabul e la sua denuncia nasce proprio dall’esperienza personale.

La tesi è tanto forte quanto scomoda: le truppe della Nato hanno di fatto favorito i narcotrafficanti. Fantasie? Non proprio: nel 2000, prima dell’intervento militare, la produzione di oppio in Afghanistan era azzerata, oggi rappresenta il 92% di quella mondiale.

In teoria, la Nato condanna la produzione di oppio e infatti i villaggi sono disseminati di cartelli che la scoraggiano, cartelli che però tutti ignorano; nella realtà la produzione e il traffico sono ampiamente tollerati. Per una ragione molto semplice: oggi l’oppio è diventato la principale fonte di sostentamento per la popolazione afghana. E di un business da decine di miliardi di euro a cui i potentati locali, che poi garantiscono la stabilità di alcune zone del Paese, non sono insensibili.

Risultato: per controllare l’Afghanistan bisogna venire a patti con questi Signori, autentici criminali, che godono di fatto di impunità e che talvolta ricoprono anche alte cariche istituzionali, vedi il fratello del presidente Karzai.

Il quadro che emerge è sordido. I militari a fine missione lucrano sull’oppio che portano in grande quantità in Europa e in America sapendo di non dover passare alcun controllo doganale. I direttori delle agenzie internazionali presenti a Kabul sanno tutto, ma sono costretti a tacere. Obama, in un sussulto, apparente, di dignità, nel 2009 decise di abbandonare la linea del disinteresse, e approvò un intervento “selettivo” ovvero volto a colpire solo i signori della droga legati ai talebani, che però rappresentano appena circa il 10% del totale. Per gli altri, ovvero per il 90% dei trafficanti, tutto come prima.

Il paradosso è che queste ciniche liberalità, che riflettono il lato oscuro della real politik, non bastano per vincere una guerra che dura da 15 anni, di cui non si capisce più la necessità ma che di certo finisce per danneggiare noi europei: l’eroina che dopo i flagelli degli anni Ottanta si pensava scomparsa, continua a diffondersi nella nostra società, soprattutto tra i giovani, con le conseguenze che ben conosciamo:  la dipendenza, l’aumento della criminalità, l’annientamento fisico. Quell’eroina che viene coltivata ed esportata sotto gli occhi distratti della Nato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il Blog di Marcello Foa