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La musica elettronica è un complotto della CIA?

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Vorrei agganciare al mio articolo sulla vita notturna di Lamezia, un altro punto di vista, molto più profondo. Direi addirittura spaventoso, che può sembrare inverosimile, esagerato. “Un altro complotto?”, si potrebbe dire. Ma leggendo l’articolo di Josh Baines e pensandoci su, ho riscontrato che non è così lontano dalla possibile verità. Che la verità, poi di solito precede la fantasia, questo è un dato di fatto…Allora buona lettura e riflettete giovani, riflettete… ma state tranquilli, ci sono cascata anch’io…

Di Josh Baines

Sei seduto? Siediti. Cerca di trovare una posizione rilassante. Vorrei che raggiungessi un livello di comfort paragonabile allo zen. Accendi qualche candela profumata. Mangia un mezz’etto di hashish. Sei rilassato ora? Bene, perché devo dirti una cosa maledettamente difficile da accettare. Mi dispiace. Perdonami padre, perché non so quello che faccio. Anche se in realtà, purtroppo, lo so benissimo.

Ok, vado: la musica elettronica è soltanto una cospirazione per far drogare la gente e tenerla fuori dalla vita vera. Non me lo sto inventando. Queste sono le parole di Micky24242, come riportate dal super-producer scozzese Hudson Mohawke. Lettore, credimi quando ti dico che sono rimasto tanto scioccato quanto te da queste parole. Senza dubbio deve trattarsi di un delirio dei tanti complottisti di Internet—un pazzo con il cibo incastrato nella barba e troppo tempo a disposizione. Già, sarebbe bello fosse così. Sarebbe bello poter ignorare questa terrificante realtà.
Disgraziatamente, lettore, dopo giorni e giorni di ricerche, sono giunto alla conclusione che non è più possibile ignorare questa verità. Lo devi a te stesso. Micky24242 ha ragione. È tutto un complotto. Tutto.

Tutto quello che ti è sempre piaciuto della musica elettronica e del club culture è, in realtà, un ingranaggio all’interno di una complessa macchina governativa creata esclusivamente per lasciarti, sì, proprio tu, l’ascoltatore, il clubber, in uno stato vegetale semi-permanente, il tuo unico desiderio, un nuovo mix di DJ Nobu, una busta di tabacco Virginia non troppo secco e una pizza con il salamino piccante.

Nei primi anni Sessanta, alcuni agenti della CIA incontrarono i loro corrispettivi inglesi dell’MI6 in una stazione di servizio nell’entroterra della Belize, a circa 160 chilometri dalla capitale Belmopan. Mangiarono un piatto tradizionale a base di maiale arrostito e brindarono con boccali di Belikin, la birra locale in stile pilsner tedesca. I Pibil Four, come saranno conosciuti da qui in poi, erano i due americani Chad Tullock e Barnaby Raddlestein e i loro complici inglesi Reginald Trotter e Derek Perrin. Avevano deciso di incontrarsi in quel Paese dell’America Centrale per i suoi scarsi controlli alla frontiera.

La cena fu il risultato di diversi anni di preparazione intensa e pervasa dal panico da parte dei due servizi d’intelligence. Gli anni Cinquanta aveva avuto Elvis che aveva creato gli adolescenti a forza di movimenti pelvici, e con gli adolescenti era nata la ribellione adolescenziale, e con essa arrivò il risentimento degli adulti, e con esso arrivò la consapevolezza che questi nuovi adulti non sarebbero stati particolarmente contenti dello stato del mondo. E questo, naturalmente, era inaccettabile.

Per catturare gli adolescenti e impedire che il loro fusto sottile si trasformasse in possente quercia con il passare degli anni, le oscure forze che dominano il mondo decisero di raccogliere tutto ciò che rende quegli anni un’età così speciale: la sperimentazione sessuale, le avventure con i narcotici e il fanatismo culturale. Il compito di Chad, Barnaby, Reginald, Derek e della loro vasta rete di colleghi era semplice: catturare l’attenzione dei giovani di tutto il mondo e offrire loro una soluzione desensibilizzante, che li lasciasse aperti a una vita di consumismo e sfruttamento. E fu lì, in quella stazione di servizio a 160 chilometri da Belmopan, davanti a un piatto di maiale arrosto e birra pilsner, che nacque la club culture. 

Il piano era in moto: per schiacciare ogni sembianza di ribellione adolescenziale, le agenzie avrebbero dovuto controllarla, trovando un metodo per sfruttare le orde di giovani che fosse fico, capace di far nascere una moda, che li seducesse e li conquistasse.

Il processo d’infiltrazione fu quasi totale. Etichette discografiche, produttori di strumenti musicali, televisioni, riviste e compagnie farmaceutiche ricevettero tutte ingenti somme per propagare la popolarità della musica elettronica. L’obiettivo del Project Paradise, questo il nome in codice dell’operazione, era di creare un ecosistema in cui droghe e musica procedessero in mano nella mano, ruotando—se tutto fosse andato nel verso giusto—nel soggiogamento delle generazioni future.

Non furono prima di metà anni Settanta che le cose iniziarono davvero a prendere il volo. Il disco era stato costruito a tavolino e, come previsto, aveva ricevuto un’accoglienza calorosa dal pubblico verso cui era mirata. Discoteche cominciarono a spuntare in tutto il mondo, e il clubbing per come lo conosciamo oggi cominciò a muovere i primi passi. La punta di diamante del Project Paradise ai tempi era lo Studio 54. Il tocco da maestro fu quello di ottenere il supporto di grandi celebrità: la gioventù viene sempre sedotta dalla fama e, come tutti sano, il primo amore non si scorda mai. Cavalli, cocaina e Andy Warhol sono state le armi più efficaci nel primo stadio dell’operazione.

Il disco diede vita all’house che diede vita alla techno che diede vita a tutto il resto, e quando tutto il resto fu dato alla luce, il sogno che i Pibil Four avevano meticolosamente pianificato così tanti anni fa era diventato realtà. Ogni città del mondo aveva diversi locali notturni, e praticamente ogni distesa d’erba nel mondo occidentale aveva ospitato almeno un festival da tre giorni con vari palchi e una vasta selezione di stand culinari. Il piano aveva funzionato: milioni di persone erano caduti nella trappola della musica dance. 

Qual è stato, quindi, l’impatto a lungo termine del Project Paradise? Be’, tanto per cominciare non staresti leggendo quest’articolo senza di esso. Ma oltre a questa tragedia evitata, ci sono implicazioni ancora più serie e importanti, naturalmente. Ci hanno venduto una menzogna, e noi abbiamo abboccato come pescigatti. Idolatriamo e veneriamo i DJ come dei; spendiamo una fetta enorme della nostra vita e dei nostri soldi per sostenere un’industria concepita per privarci della nostra libertà; passiamo ore a scrivere insulti su internet a chi sostiene che il nostro artista preferito non sia bravo quanto sembra a noi. Hanno vinto loro.
E i DJ sono loro complici. Skream? MI5. Nina Kraviz? SVR RF. Ti sei mai chiesto perché i Daft Punk portino quei caschi? Sono un’invenzione della Brigade de renseignement et de guerre électronique che amplifica le onde per il controllo mentale.

Quindi, la prossima volta che metterai piede in un capannone di sabato notte, tieni gli occhi aperti. Ricorda che tutto quello che dici e fai è monitorato e registrato da ogni servizio d’intelligence del mondo. Sei parte del loro sistema ora, parte del loro gioco, parte della loro trappola infinita.

La nostra unica speranza è di essere salvati da una piccola banda di ribelli—i palazzinari e i consigli comunali, determinati a eliminare la cospirazione internazionale del clubbing con ogni mezzo. Sfratti, ordinanze, burocrazia sono la nostra unica speranza. Nel frattempo, occhi aperti.