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L’allegra compagnia della mia prima gioventù, attorno agli anni ‘50

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L’allegra compagnia della mia prima gioventù, attorno agli anni ‘50

Ogni generazione s’è affacciata alla vita attraverso un gruppo di coetanei che condividevano più o meno alcuni valori etici, culturali o religiosi che di fatto reggevano l’impalcatura di base delle nostre famiglie. Anche noi avevamo, dunque, la nostra allegra compagnia, con interessi verso lo sport, la religione, le speranze sul nostro domani (presente e futuro).

Eravamo inizialmente sulle 15 , 16 persone diversamente collocate come anno di nascita: chi di undici , chi di dodici o tredici anni di nascita, e – comunque – con al massimo 16 anni. I più anziani  venivano “ dirottati” verso altri interessi o verso altre abitudini e tradizioni.

Il riferimento centrale per la nota quotidiana convivenza era la parrocchia; nel caso specifico, quella amministrata dai Padri Minimi di San Francesco di Paola, con a capo un padre spirituale di cui non potremo mai dimenticare il nome : padre Luigi Allevato, un “san Giovanni Bosco” di quei tempi, disposto a qualsiasi sacrificio pur di inculcare i valori etici della vita, con al primo posto – ovviamente – i punti cardini della fede cristiana e l’amore verso Gesù. Ed il gruppo crebbe sotto la sua guida illuminata; non soltanto quali animatori delle diversificate attività parrocchiali, quanto anche quali animatori liturgici e /o catechisti. Arrivammo perfino a creare un discreto gruppo musicale, con il compito di animare serate tra le varie comunità parrocchiali lametine. Da tale “ ceppo” ben strutturato vennero fuori alcuni coetanei molto bravi nel gioco del calcio. Formammo una squadretta di calcio che arrivò a disputare un campionato di seconda categoria con promozioni in prima categoria, sostenendo le spese attraverso i contributi di nostri familiari o di qualcuno che esercitava una data attività imprenditoriale.

Ma soltanto questo? Non certamente. Questo gruppo di giovani fu impegnato a portare avanti azioni caritatevoli, segnalando alla parrocchia persone e famiglie che versavano in una soglia di assoluta povertà, non solo materiale quanto anche spirituale. Gente che era lontana anni luce dalla conoscenza di Gesù , fino al punto di creare in noi un comprensibile rischio nell’essere coinvolti in una sorta di bullismo.

Logicamente si animavano anche gli spazi offerti dal nostro rione cittadino, discutendo – spesse volte anche animatamente – sullo stato delle cose che capitavano sotto ai nostri occhi, circoscritte alla nostra Calabria, criticando scelte politiche che non si condividevano.

Erano tempi storici in cui l’Italia usciva da una sanguinosa seconda guerra mondiale, i cui effetti riguardavano anche la nostra Calabria e che avevano causato danni seri per effetto di bombardamenti pesantissimi.

Le scalinate di Santa Maria Maggiore- Nella foto accanto, la caratteristica via Cataldi.

In queste nostre ricerche di spazi rionali ne avevamo adattato degli altri, come quello da noi più frequentato e che era l’atrio Nicotera o “vaglio” Cataldi, ora atrio Giuseppe Verdi. Un atrio che portava – e porta- consistenti secoli di vita, risalenti all’epoca storica in cui si intensificavano alcuni insediamenti dei Padri Benedettini in Calabria.

L’atrio in questione vide la presenza di un paio di figure storiche, come Giovanni Nicotera ( politico e combattente di notevole consistenza politica), del dottore Vittorio Cataldi ( mio nonno paterno), al quale venne dedicata la omonima via urbana che da corso Nicotera porta alla località “Anzaro”, in direzione delle vicinissime terme Caronte.

Oggi si sta assistendo ad una desertificazione di spazi urbani, specialmente di quelli che venivano vissuti con intensità di valori creativi su scelte e/o iniziative portate avanti dai cosiddetti “ ragazzi di quartiere”, sul tipo di quelli di cui oggi esistiamo non molti testimoni. E si hanno, quindi , territori urbani sempre più disabitati, specialmente quelli che chiamiamo “ centri storici” e per i quali occorrono delle politiche “ad hoc” e non delle politiche generaliste , da abbinare – quindi – a politiche a sostegno dei gruppi familiari che frenino le cosiddette “ emigrazione interne “. Queste ultime si sono verificate quando i giovani ed i loro gruppi familiari si spingevano, con evidente successo ad abitare altri luoghi della città, o della Regione, e così via di seguito, prima di affrontare viaggi ancora più rischiosi , valicando frontiere e confini su imbarcazioni sempre più affollati.

Si stava iniziando, forse anche inconsciamente,  a scrivere interessanti pagine di storia che accentuarono la discussione sulla irrisolta “ questione meridionale”, nel cui contesto si sviluppò l’abbandono delle case paterne e, quindi, dei centri cosiddetti storici.

E’ evidente che s’è aperta una mortificazione di comprensibile solitudine, difficile oggi da colmare , anche perché i fabbricati sono stati nel frattempo venduti, o riadattati, ai nuovi migranti.

Questa è, in sostanza, la vera sfida che s’è innescata col processo immigratorio, oggi tema prioritario che anima i nostri progetti politici e le nostre scelte su insediamenti che non sono più nostre, bensì’ riflesso e riflusso di una società cosiddetta “ allargata” : non più società dei padri, rimasti via via vittime di etnie silenziosamente “imposte” e consumate e con spazi di un tempo che fu e con un clima sempre più simile ad un contenitore di ricordi vivi, nel cui ambiente sembrano rincorrersi i nostri magici suoni che erano i ritornelli dei nostri primi amori e dei nostri primi attimi di inarrestabile solitudine.