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L’alluvione del Canne del 1563 e l’epigrafe del dott. Annibale Vitale nel Palazzo Anzani

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di Giovanna De Sensi Séstito

E’ noto che la città di Nicastro ha subito più volte, nel corso dei secoli, calamità naturali che ne hanno profondamente modificato l’assetto urbano e alterato o distrutto il patrimonio architettonico.

Le cronache dei nostri storici locali, a partire dal tardo medio evo, sono piene di riferimenti a terremoti improbabili, come il “tremuoto della passione di Cristo” cui attribuivano i cambiamenti dei presunti nomi più antichi della città, da Numistro a Lissania. Ma di qualche terremoto  drammaticamente reale, come quello del 1638 rovinoso in Calabria e nel  Lametino, dove distrusse chiese, cattedrale, abbazia e castello, sono rimaste diverse cronache contemporanee (1) , ricche di dati su vittime e danni, e quella del nostro Giacinto Colelli, canonico della Cattedrale, ripreso e riassunto dal nipote Antonino in un manoscritto di cui si conserva ancora qualche copia in biblioteche private della nostra città (2)

Calamità ben più frequenti e non meno drammatiche per la città di Nicastro furono le esondazioni dei suoi torrenti, fonte preziosa di acqua e di energia naturale per la numerosa popolazione e per le diverse attività che essa praticava, tra le quali la molitura del grano e la concia delle pelli, ma anche forza rovinosa capace di annientare interi quartieri, in regime di piena e nell’infuriare di qualche tempesta.

Il caso più noto nella storia cittadina è rimasta l’alluvione del torrente Piazza nella notte del 10 dicembre 1782, che spazzò via l’intero quartiere di Cavallerizza/Terravecchia, sorto in piano con tanti bei palazzi di nuova fabbrica, attorno alla grande area della Coltura in cui si svolgevano il mercato e le fiere ricorrenti.

Di quella drammatica vicenda, che provocò tantissime perdite umane ed espose i numerosi sfollati alla necessità di  trovare dimora in altra sede più sicura, conserva memoria un nostro valente storico dell’800, Pasquale Giuliani (3), riportando integralmente la descrizione dell’archiviario  provinciale Achille Grimaldi ed aggiungendo i suoi ricordi d’infanzia.

Egli era figlio di Francescantonio Giuliani, amministratore della feudataria principessa d’Aquino, che  curò la sistemazione degli sfollati nel fondo della Diocesi chiamato “Bella” dall’appellativo della sacra immagine della Madonna che vi era stata ritrovata secoli prima sotto rovi di spine.

Una nuova pagina di storia cittadina, per un’epoca ancora più antica, emerge ora da un’epigrafe che per lungo tempo è stata ritenuta dispersa. Qualche anno fa il Direttore di Storicità ha avuto la cortesia di segnalarmela facendomi pervenire la riproduzione fotografica, adoperandosi poi perché potessi prenderne visione autoptica.

Si tratta di una bella lastra di marmo bianco contornata da un bordo rilevato che esibisce sul lato inferiore  la data del 1571 in numeri romani disposta ai lati di uno stemma posto al centro entro un esagono rettangolo.

Questa importante epigrafe del XVI secolo, di ottima fattura e certamente autentica, è murata sulla parete sinistra dell’atrio del Palazzo Anzani, in via Garibaldi.

Il testo scritto in un latino cancelleresco che tradisce familiarità con l’uso della lingua, inciso con nitidi caratteri a rilievo, presenta abbreviazioni e legamenti tipici dell’usus scribendi del tempo. Il testo è il seguente:

CUM CIRCA 200 PALATIA VICINOSQ(UE)
AGROS TOR(R)E(N)TES  ISTI PRIORI SINV  SUP(ER) 5
PASS. DOLOSE. TUMIDE MIREQ(UE) EX(S)ILIENTES.  6.
IANUA. IN.X.1563.OLIMP. 585. 2°. PESSUM DEDERI(N)T
HOC EFFOSSU(M). A TERGO DIRUTU(M).  UBI (I)HEM. PUE-
RI DUO MULIERES TRES PERIERE A FUNDAMENTIS
INSTAURAVIT.ET.A FRONTE LACERUM  RESARCIVIT
HANNIBAL VITALIS ART(IUM). ET. MED(ICINAE).DOCT(OR).
NEPOTUQ(UE) VIRO T(A)M DOCTORI VEL PRI-
MOGENITO.LEGAT.NE ERGO VOS IN-
CAUTOS EURO. POT(ENT)ISSIMUM FLA(N)TE AQVIS
ARENIS.LIGNIS AC SAXIS OBRUA(N)T NA(M) SAE-
PE NEOCASTRU(M) HAEC PASSUM  CONIECIT
MD   //    stemma   // LXXI

Poiché questi torrenti mandarono in rovina circa 200 palazzi e i campi vicini, straripando di oltre cinque passi rispetto al precedente alveo in modo ingannevole, tumultuoso e straordinario il 6 gennaio 1563, decima indizione, nel secondo anno dell’Olimpiade 585, Annibale Vitale, dottore nell’arte medica, ripristinò dalle fondamenta questo (palazzo) infossato, distrutto nella parte posteriore, dove durante l’inverno perirono due fanciulli e tre donne, e ne restaurò la parte anteriore rovinata; lo lascia in eredità al nipote primogenito, anch’egli dottore, affinché (i torrenti), quando soffia il fortissimo Euro, non seppelliscano anche voi incauti con acque, sabbie, tronchi e sassi; infatti spesso Nicastro ha dovuto patire queste cose.”

Dell’evento luttuoso in forma più generica aveva dato notizia Padre Giovanni Fiore da Cropani (4), collocandolo nel 1562 oppure 1565: parlava di una pioggia simile a un diluvio sulla città di Nicastro, che aveva ingrossato il fiume che le scorre ai fianchi provocando la distruzione di 300 case, la morte di 18 persone e la rovina di molti stabili seppelliti sotto 20 palmi di arena.

Conosceva evidentemente la vicenda, ma non questa nostra epigrafe; la conosceva bene, invece, Pasquale Giuliani (5) , il quale attesta che fino al 1840 la lapide sovrastava il portone d’ingresso dell’antico palazzo ricostruito sul ponte della Piedechiusa, sul principio della Via Grande (ora Via Garibaldi) fin tanto che era stato di proprietà dei Vitale e poi dei Corona.

Al suo tempo ne aveva acquisito la proprietà la famiglia del fu Dott. Luigi Montesanti, che doveva averla già rimossa dalla facciata, e la custodiva murata all’interno dell’atrio.

Alla famiglia Corona il palazzo era probabilmente passato già sulla fine del ‘500 come dote di Margherita Vitale, figlia del medico Annibale (il giovane e promettente nipote dell’autore dell’epigrafe), andata sposa a Giulio Cesare Corona, detto il Seniore, in quanto capostipite dell’omonima famiglia, originaria del casale di Argusto, con lui trapiantata a Nicastro, stando a quanto si attesta nel libello manoscritto “A Magara” della fine del ‘700 (6) .

Dalla famiglia Montesanti il palazzo è passato alla famiglia Anzani, che ci vive tuttora, intorno al 1875 a seguito del matrimonio di Teresa Montesanti con Vincenzo Anzani, padre del Dott. Federico Anzani, morto nel 1964 ormai molto avanti negli anni. Alla affettuosa amicizia della prof.ssa Cenzina Vatalaro Anzani ed alla cortesia del figlio, Dott. Federico Anzani, devo la conoscenza diretta dell’epigrafe e dei dati storici più recenti.

Il testo dell’epigrafe è interessante anche sotto il profilo sociale e si presta a qualche considerazione ulteriore. Dell’autore del testo, Annibale Vitale, e dell’omonimo nipote, apprendiamo la professione, erano entrambi medici; appartenevano, dunque ad una famiglia nobile ex privilegio, cioè una famiglia di dottori  che aveva in ragione di ciò meritato l’aggregazione al primo ceto.

Attraverso le Memorie storiche della città di Nicastro di Pasquale Giuliani, possiamo anche capire in quali circostanze avesse ottenuto tale privilegio. Il Giuliani ricorda i Vitale fra le famiglie nobili della città solo nel ‘500, al tempo della signoria dei Caracciolo.

Nei secoli successivi non li menziona più né li include fra le 14 famiglie nobili rimaste in città alla fine del ‘700, da oltre quaranta che erano nei secoli  precedenti, perché decadute, o estinte, o trasferite altrove.

Nel Catasto onciario di Nicastro del 1741 in verità sono registrate solo tre persone con  cognome Vitale, due donne, Elisabella e Porzia, rispettivamente sposate a Paradiso Antonio, massaro, e a Cittadino Francesco, giardiniere, ed un giovane di 22 anni, Giuseppe, servo in casa del Magnifico don Nicola Frappa di Sambiase.

Annibale Vitale al tempo dell’inondazione del Canne mostra di potersi fregiare di uno stemma, vistosamente incastonato tra le quattro lettere della data in caratteri romani.

Lo stemma è diviso in due campi che contengono rispettivamente il simbolo parlante della casata, un albero di vite carico di grappoli, e il simbolo “professionale” che la distingueva per l’esercizio della medicina, una sega che taglia un cuore.

Il nostro Annibale aveva dovuto ricevere il privilegio di potersi fregiare di questo stemma in occasione della venuta a Nicastro dell’imperatore Carlo V, il 5 novembre del 1535, quando ad accoglierlo fuori della città ed accompagnarlo in pompa magna fino al castello s’erano mobilitati i maggiorenti della città, il feudatario conte don Ferdinando Caracciolo, il sindaco dei nobili, Antonio Oliverio, e il sindaco del popolo, Nicola Vidimano, il vescovo mons. Nicola Capranica, e moltissimi gentiluomini.

Riferisce il primo storico nicastrese, Ferdinando Vidimano, all’epoca giovanetto, che l’Imperatore si mostrò molto cortese coi cittadini e Giuliani potè accertare attraverso un atto notarile che aveva anche concesso a diverse persone carte di nobiltà, col diritto di portare uno stemma, tra cui anche al sindaco del popolo Nicola Vidimano, padre o nonno dello storico.

Anche lo stemma così poco araldico del medico Annibale Vitale, deve aver tratto origine da quella graziosa concessione del sovrano, fatta ad una persona evidentemente stimata per la sua professione, ma anche colta ed amante della tradizione classica, che traspare dalla civetteria di segnare la datazione dell’alluvione anche con l’anno olimpico.

Un’altra considerazione può essere proposta sul fenomeno alluvionale. Nell’epigrafe, come nei resoconti dei cronisti del tempo per altre alluvioni, viene dato grande risalto all’ingente massa di detriti depositatasi sui quartieri investiti dalla veemenza della tempesta. Annota Giuliani che l’interro provocato era di oltre cinque metri, tanto che le finestre dei piani superiori erano diventate porte d’ingresso ed i bassi rimasero sotterrati e che per alcuni edifici la situazione era  rimasta tale ancora al suo tempo.

Il fenomeno può essere agevolmente riscontrato tuttora nell’Abbazia di Sant’Eufemia, dove è stato necessario asportare alcuni metri d’interro per portare alla luce il pavimento dell’abside e dove ancora oggi si accede al chiostro dalle finestre della grande navata della chiesa.

Basta questa osservazione a far capire quanto profondamente il tessuto urbano sia stato più volte sconvolto dalle alluvioni del Canne, del Piazza, del Bagni, del S. Ippolito, fino alla regimentazione delle acque ed alla sistemazione degli alvei realizzate con la bonifica della piana nel 1935, e quanto siano importanti, anzi preziosi, i dati che possono essere recuperati, come questa epigrafe, per ricostruire l’assetto urbano della città per epoche anteriori alle ricostruzioni dell’800 e del ‘900

* GIOVANNA DE SENSI, Storica antichista, è professore ordinario di Storia Greca presso l’Università della Calabria. Insegna Storia Greca nel Corso di laurea in Lettere classiche e Storia della Magna Grecia in quello di Scienze Turistiche.

Già direttore del Dipartimento di Storia, dirige la rivista AIONOS, Miscellanea di Studi Storici. E’ Socio ordinario dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia.

Ha insegnato Antichità Greche e Romane nel Corso di laurea in Lettere classiche dell’Università di Messina. Ha insegnato Storia Greca nel Corso di laurea in Lettere classiche dell’Università Cattolica LUMSA di Roma.

Per venti anni, dal 1989 al 2009, ha presieduto l’IRACEB, Istituto Regionale per le Antichità Calabresi e Bizantine con sede a Rossano Calabro.

Per l’Editore Rubbettino dirige la collana: <<Società antiche. Storia, Culture, Territori>>

Nell’ambito dell’Università della Calabria ha creato e dirige il “Centro Herakles per il turismo culturale”

Nella prima Amministrazione comunale del sindaco Gianni Speranza (2005/2100), ha ricoperto il ruolo di Assessore alla Cultura, ai Beni ed alle Attività Culturali del Comune di Lamezia Terme.

Ha studiato tematiche riguardanti la Sicilia e la Magna Grecia dall’Età arcaica all’Età romana, i fenomeni politici della Tirannide e della Monarchia nel Mondo greco occidentale, i rapporti tra le città greche e le popolazioni indigene.

Tra le tante opere si ricordano: Gerone II. Un monarca ellenistico in Sicilia (1977) – La Calabria in età arcaica e classica. Storia, economia, società (1984) – Tra l’Amato e il Savuto. Terina e il Lametino nel contesto dell’Italìa antica (1999) – e, fra le più recenti curatele: – Enotri e Brettii in Magna Grecia (2011, con Stefania Mancuso) – Sulla rotta per la Sicilia. Epiro, Corcira e l’Occidente (2011, con Maria Intrieri) – La Calabria nel Mediterraneo. Flussi di persone, idee, risorse (2013) – Unità multiple – Centocinquant’anni? Unità? Italia? (Giovanna De Sensi Sestito – Marta Petrusevicz,  2014)

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1-G.C. Recupito, De novo in universa Calabria terraemotu congeminatus nuncius, Napoli 1638; L. D’Orsi, I terremoti delle due Calavrie fedelissimamente descritti, Napoli 1640; A. Di Somma, Historico racconto de i Terremoti della Calabria dall’anno 1638 fin’anno 41, Napoli 1641.

2- G. De Sensi Sestito, Tra l’Amato e il Savuto. I.Terina e il Lametino nel contesto dell’Italia antica, Soveria Mannelli 1999, pp.186-189.

3- P. Giuliani, Memorie storiche della città di Nicastro dai tempi più remoti fino al 1820, 1° edizione Nicastro 1867, 2° ed. Nicastro 1893, Rist.anast. Forni Editore, 1977, p. 70 ss.

4- G. Fiore da Cropani, Della Calabria illustrata, tomo I, (Napoli 1671) seconda edizione a cura di U. Nisticò, Rubbettino, Soveria Mannelli 1999, p. 568.

 5-Giuliani, Memorie storiche, cit.,  p. 38 s.

6- Il testo è pubblicato a puntate su questa rivista a cura di Antonio Raffaele. Per il riferimento alla famiglia Corona ed al legame matrimoniale con la famiglia Vitale vedi Storicittà XVII, nr. 161, aprile 2008, p. 39 e nr. 162, maggio 2008, p. 47.

7-A questa nostra importante epigrafe ormai ritrovata si farà riferimento nel saggio di Francesco Campennì, Le “fabriche ambitiose”: spazio urbano e dimore nobiliari nella Calabria d’età moderna, negli Atti del convegno sul tema Le dimore signorili nel Regno di Napoli: l’età spagnola (Maiori, 20-21 aprile 2007), in corso di stampa presso l’editore Rubbettino.

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