Notizie, cronaca, sport, eventi della Città di Lamezia Terme

Cittadino Agricoltura

L’arte di creare e ricreare

Un evento promosso dall'associazione "Aleph arte" per coniugare arte, scultura e filosofia orientale.
,
970 1

In oriente scorgono una terza strada, una possibilità di ricomposizione della rottura per ricreare un’integrità nuova.

“Kintsugi – creare, crepare, ricreare”. Kintsugi è la tecnica giapponese che ripara le crepe con l’oro. Perché a loro dire, e credere, le ferite della vita non si possono nascondere, ma vanno espresse come in una sorta di solco che raccoglie la testimonianza. Però poi c’è un’altra fase ancora, quella della ricostituzione, che non è semplicemente un raccogliere terra intorno a quella ferita, ma un riavvicinarsi con cauta consapevolezza – i cocci non sono mai integri, rilasciano minuscole polveri andate per sempre – all’unità originale.
Filosofie orientali che appaiono echi lontani in queste lande occidentali di consumismo usa e getta, perché “noi vediamo solo due possibilità: l’integrità e la rottura – spiega Silvia Pujia, la curatrice dell’incontro – Mentre in oriente scorgono una terza strada, una possibilità di ricomposizione della rottura per ricreare un’integrità nuova”.
Nel giardino di Palazzo Panariti che ci restituisce per un attimo la quiete di quelli giapponesi, anche se manca il sussurro dei fiumiciattoli sotto i ponti sepolti da rossi fogliami – però a completare l’atmosfera da cliché ci pensa in sottofondo il soave pianoforte di Sakamoto – si è tenuto quest’incontro conclusivo di un evento strutturato in tre tempi promosso dall’associazione culturale Aleph Arte: dopo una prima fase in cui si sono create delle ciotole in terracotta, c’è stata una seconda in cui si è eseguita la rottura, e infine quest’ultima in cui si sono ricostruite le ciotole stesse incollandone i cocci con resina e polvere d’oro.
“Questo non è un laboratorio né un corso tecnico – continua Silvia – questo è un momento di approfondimento filosofico, un modo d’incontrarsi introspettivo e riflessivo”. Questa insomma è una maniera per pronunciare con le mani quello che le parole a volte tardano a esprimere, se non con un approccio dialettico che può risultare a volte pedante, imbrattato com’è di stereotipi new age.

La scelta della forma da creare non è stata casuale: per un atto di contiguità con la cultura giapponese della ciotola da tè, e perché richiama il modellarsi tipico delle mani che s’incontrano per contenere, affinità elettive nel corrispondere alla vita che si raccoglie tutta dentro quell’incrocio di esperienze.
Da qui il gesto di mandare in frantumi tutto ciò che questa vita riesce a contenere, “in cui costruisci e costruisci senza la consapevolezza che tutto tenderà inevitabilmente a crollare”, aggiunge Federica per sottolineare quanto questo “gesto che può sembrare banale” invece richiami delle soluzioni profonde, dei moti di liberazione per qualcuno, dei profondi sensi di colpa per altri, proprio per i debiti acquisiti dalla cultura occidentale contemporanea con il materialismo, la secolarizzazione, il capitalismo. Noi occidentali, che abbiamo smarrito per strada la sensibilità interiore, noi insomma che viviamo come un trauma l’esperienza della rottura, perché non concepiamo la rinascita della fenice ma solo ceneri su cui costruire il nostro paventato romanticismo.
Margherita racconta di “aver provato veramente una sensazione di risentimento profondo” al momento di mandare in pezzi il suo manufatto, perché spiega: “Probabilmente ho rivisto qualche mio personale evento di rottura”.
E ci spiazza, perché eravamo andati là aspettandoci di raccontare un semplice gruppo di lavoro alle prese con goffe sculture e attestati di originalità, e invece ci è toccato sollecitare risvolti persino psicologici.
Perché effettivamente da quelle opere viene fuori inevitabilmente il profilo di ognuno di loro; dall’estetica delle creazioni l’approccio decorativo o più funzionale dei caratteri; dall’impossibilità di ricomporre l’unità la consapevolezza che su ogni cuore ferito rimane sempre una feritoia incolmabile, anche se l’oro è il colore dell’alba migliore.
Un incontro fuori tempo massimo, quando non c’è niente di virtuale nell’incidere con le mani le proprie impressioni su un diario di terracotta.

collett

  • Grazie a Pasquale Allegro per la sensibilità con cui ha saputo restituire quello che troppe “parole a volte tardano a esprimere” (cit.)