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Lo stadio: il trionfo della vita e il senso della competizione sportiva – ( Francesca Monterosso )

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Uno dei più gettonati temi della nostra attualità è il calcio, uno sport che appassiona da sempre grandi e piccoli per quello spirito di adrenalina che porta in sé l’idea e la concretizzazione della competizione.

Che sia un campo di calcio o un grande stadio poco importa: la presenza degli elementi di base essenziali al gioco accende le emozioni forti e ci fa sentire vivi.

Ma se ci fermiamo un attimo lo stadio rappresenta il fulcro delle nostre relazioni sociali, riassume quella prospettiva di vita che secondo la visione di un vero sportivo dovrebbe essere ottimistica: tanto allenamento necessario a spronare coraggio e sicurezza per mettersi in gioco. Senza barare e nella massima onestà possibile.

Tutto questo dunque rappresenterebbe il lato positivo (l’ energia, il senso di solidarietà all’interno di una squadra, l’ idea che l’unione fa a forza, il trionfo delle emozioni forti e della vita..) eppure esiste un fattore tristemente negativo che con lo sport non dovrebbe avere nulla a che fare: il razzismo. Difatti, accompagnate alternativamente a cori di esultanza per la squadra che ha segnato si assiste a cori denigratori nei confronti di quella componente straniera presente all’interno delle squadre. Quasi un urlo liberatorio e che spesso si riversa contro chi pur avendo il talento necessario non è ben accetto ai tifosi. Tutto questo apre un’ altra prospettiva: l’atteggiamento sportivo non è solo di chi si mette in gioco dal punto di vista ,appunto, sportivo ma anche di chi tifa, di chi sta a guardare e che incoraggiando ha espresso una preferenza.

Il colore della pelle, la provenienza la “diversità” geopolitica non dovrebbe essere un fattore discriminatorio bensì di ricchezza, di apertura, di unione e solidarietà in una competizione in cui vanno messi a frutto i propri talenti. Nel “ goal” si esprime tutta la bellezza della potenza , del rigore e dell’ eleganza a prescindere dalle appartenenze di razza. La storia ci ha portato alla netta conclusione che le esclusioni dovute ad idee preconcette non portano a nulla ( vedi le federazioni calcistiche del fascismo costituite da soli italiani come unici discendenti della stirpe latina) se non ad incrementare l’ odio a discapito dell’ integrazione così solennemente sancita a livello del nostro territorio.  Perché le nostra urla nello stadio portino con sé l’ adrenalina di una sana e onesta competitività.