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Quando un uomo uccide un altro uomo. Parliamo della pena di morte

Il rapporto 2014 sulle esecuzioni capitali ne mondo presentato da “Nessuno Tocchi Caino”
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Il numero delle esecuzioni, in tutto il mondo, è aumentato nonostante siano cresciute le nazioni, le organizzazioni e i movimenti contrari alla pena di morte. Nel 2013, ai primi tre posti tra i Paesi che la applicano con più frequenza, figura la Cina che, ancora una volta, si aggiudica questo triste primato, seguita da Iran e Iraq.

Questo è quanto emerge dal rapporto 2014 su “La Pena di Morte nel mondo”, realizzato annualmente da “Nessuno Tocchi Caino” e presentato a Roma il 18 luglio 2014. Secondo il rapporto, nel 2013, sono state almeno 4.106 le esecuzioni capitali; si tratta di una cifra indicativa, ma il numero è destinato ad aumentare in quanto diversi Stati non forniscono i dati reali delle condanne a morte eseguite e, rispetto al 2012, quando furono 3.967, c’è stato un significativo aumento.

La Cina, con oltre 3 mila esecuzioni portate a termine l’anno scorso, guida la classifica degli Stati “boia” con il 74,5 % del totale mondiale. A seguire l’Iran con 687 esecuzioni; l’Iraq con 172; l’Arabia Saudita 78; la Somalia 27; il Sudan 21; la Corea del Nord 17; lo Yemen 13; il Vietnam 8. Dei 37 Paesi che mantengono la pena capitale, sono 7 quelli che l’Organizzazione definisce “democratici” e, di questi , 6 Stati hanno effettuato, in totale, 60 esecuzioni che rappresentano l’1,5% del totale mondiale; al primo posto gli Stati Uniti con 39 esecuzioni; Giappone 8; Taiwan 6; Indonesia 5; Botswana 1; India 1.

La pena di morte è un problema che continua a far discutere e suscitare polemiche, l’ultima delle quali è stata l’esecuzione, in un carcere americano dell’Arizona, di Joseph R.Wood, avvenuta il 23 luglio 2014, condannato per l’omicidio dell’ex moglie Debra Dietz e del padre Eugene Dietz, avvenuto nel 1989. La sua esecuzione si è tramutata in un’agonia durata circa 2 ore invece dei 1/15 minuti previsti, cioè il tempo necessario per addormentare il condannato.

Non si tratta tanto dell’iniezione letale in sé – ha dichiarato Sergio D’Elia, segretario di “Nessuno Tocchi Caino” – ma del frutto di un sistema sempre più avvolto nel segreto di Stato sui farmaci utilizzati e sulla adeguatezza della formazione del personale.

Se il carcere deve avere la funzione di “riabilitare” il condannato e non quella di “eliminarlo”, la pena di morte rimane un ostacolo da superare. Allo stesso modo il “fine pena mai”, cioè il carcere a vita, è agli antipodi del reinserimento sociale del carcerato che è e rimane “un essere umano” che ha la sua dignità, anche dietro le sbarre. Ogni Stato, per rispettarla, deve dargli la possibilità di riscatto dagli errori commessi, senza il marchio indelebile che lo accompagna per tutta la vita.