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Per Callipo, non si può assolvere la vecchia classe politica

Contrario al governo di responsabilità proposto dal compagno di partito Maiolo
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L’acuta analisi dell’On. Mario Maiolo sulle cause del divario che separa la Calabria dal resto del Paese è, a mio parere, condizionata dall’obiettivo politico che vuole promuovere con il suo ragionamento. Nel tentativo, infatti, di dimostrare la necessità di un “governo regionale di responsabilità”, interpretato dagli attori in scena ormai da decenni, Mario-MaioloMaiolo assolve la vecchia classe dirigente che ha inesorabilmente condotto la Calabria verso le ultime posizioni in Europa in termini di sviluppo e attribuisce la colpa principale di come stanno oggi le cose alla logora dicotomia tra un Nord predone, che sfrutta e incassa, e un Sud vittima, che subisce e paga.

E’ quanto affermato dal candidato alle primarie del centrosinistra, Gianluca Callipo (Pd), che si scaglia duramente contro il consigliere regionale del suo stesso partito, Mario Maiolo, che aveva proposto un governo di responsabilità regionale come antidoto per fare uscire la Calabria dalla crisi.

Quella che in origine, cioè dall’unità d’Italia, poteva essere una verità storica – aggiunge il giovane democratico – è divenuta poi un luogo comune estremamente dannoso e limitante, perché ha rappresentato, e ancora rappresenta, l’alibi perfetto per una classe dirigente che non si è dimostrata all’altezza del suo compito. La conseguenza è stata un vittimismo epocale mai sopito, che ci ha condotti a perdere fiducia nelle nostre capacità e nei nostri mezzi, consentendo a chi ci ha governato di continuare a consolidare i suoi privilegi senza essere costretto a pagare il conto del proprio fallimento politico.Così la colpa è sempre degli altri, di un Nord avido, di un’Europa che impone regole opprimenti, di una criminalità famelica e asfissiante. Il nemico è fuori, è altro, è appostato ai confini. In questo modo la classe dirigente attuale – tuona Callipo – frutto di un’evoluzione decennale basata sempre sugli stessi geni politici incrociati tra loro, viene assolta da ogni responsabilità, la sua incapacità di spesa dei fondi europei dimenticata, la sua atavica inadeguatezza perdonata. Anzi, viene addirittura indicata come la “cura”, l’unica possibile. A riscattarla, ancora una volta, dovrebbe essere un rinnovato senso di responsabilità, che nasca non si sa bene come e dove, e trasformi per incanto, o semplicemente per accordo politico, tutti gli uomini di buona volontà in Amici della Calabria. Mi sembra un’ipotesi troppo ottimistica e indulgente. 
L’unica vera cura – prosegue il giovane democratico – non può che essere un profondo rinnovamento, che consenta di mettere in prima fila una nuova classe dirigente, dando ad essa la possibilità concreta di provare a cambiare davvero le cose.
 Per molti il risultato non è scontato perché i problemi da risolvere sono immensi, ma i calabresi sanno che ormai non hanno nulla da perdere, perché allo stato attuale già tutto è perduto: il lavoro, il primato culturale, la speranza in un futuro degno di essere vissuto. Una sola cosa resiste: l’orgoglio di essere calabresi. Un orgoglio che va coltivato nell’humus dell’autodeterminazione, mostrando di essere capaci di rialzare la testa, senza cercare più capri espiatori a cui affibbiare responsabilità che spesso sono solo nostre. In quest’ottica, ritengo vittimistico accusare il premier Renzi di non aver voluto incontrare i cassintegrati e i disoccupati che lo attendevano dinnanzi alla prefettura di Reggio Calabria, durante la sua recente visita. Innanzitutto perché le ragioni di chi protestava sono state raccolte dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, sollecitato proprio da Renzi callipo-renzi-camperaffinché approfondisse con i manifestanti le questioni che venivano sottoposte all’attenzione del Governo. Chi cercava ascolto per le proprie legittime istanze, dunque, lo ha ottenuto, per giunta proprio da parte di chi, nell’esecutivo, ha competenza specifica in materia di occupazione. Allo stesso tempo, l’equilibrio dimostrato da Renzi ha evitato possibili strumentalizzazioni in un momento politico molto delicato per la Calabria. Insomma – conclude Callipo – credere che la visita di un presidente del Consiglio, chiunque esso sia, rappresenti l’ennesima occasione per la solita, petulante questua, è profondamente sbagliato ed esprime tutti i limiti di una politica abituata soprattutto a chiedere senza mai dare un contributo concreto di idee e di azione. È da questo che vogliamo cominciare per cambiare la Calabria, scardinando la cultura del vittimismo e riconquistando quella dignità che può derivare soltanto dall’essere artefici del proprio destino.