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Poetica di un padre immaginario

"Foglia di rosa (Alice)", il romanzo di Gregorio Fiozzo
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Quando si ha a che fare con uno scrittore eclettico quanto delicato, folle di penna quanto aggraziato di cuore, alle prese con un viaggio di parole dal passo lento e semplice dentro un universo di discussioni, per un viaggio lungo, forse pericoloso, sicuramente faticoso nell’attraversare lo stretto indispensabile per rimanere leggeri, per raggiungere il respiro delle cose eterne tra le righe – e niente conta per lui più del tempo che non riavvolge sempre la stessa estate -; quando si ha a che fare dunque con un poeta conscio della leggerezza del proprio essere, non si può che ascoltarne il respiro in una prosa versatile, o in un verso narrato, come quando lo si scopre a cantare: “Dal cielo scende una pioggerellina che è un pianto di gioia per un altro dei miei compleanni”.
Se la prosa poetica è una forma di compromessa libertà, in cui la poesia si spalma oltre gli spazi e i tempi, Gregorio Fiozzo in “Foglia di rosa (Alice)” ne fa uso e abuso, ma senza compiere rivoluzioni o giri di pensieri pesanti e stagnanti, senza inviti alla banalità, certo che no, basti pensare, tra gli inviti più importanti, a quello di Calvino nel non avere macigni sul cuore. E di certo Gregorio non cede mai il passo ad un romantico sconforto, eppure anche la sua scrittura “trascina angosce che si placano al comparire di un paese che svanisce dietro la collina”. E qui scrive di un treno, e di come questo attraversando il tempo si accorge che a scorrere sono i binari e non la propria folle corsa, “e il tonfo in galleria riflette sul vetro l’immagine di un vecchio avvilito”.
Ecco allora svelato il liet motiv di “Foglia di rosa”: la nostalgia della giovinezza, in larga misura, la consapevolezza che il tempo trascina via l’uomo senza lasciare brandelli, soprattutto se “da uomo lacerato, non potrà ricevere la carezza di un bambino”. Sì, perché qui si tratta del profondo rammarico per un poeta di non aver avuto un figlio: “Io mi cruccerò se non avrò nessuno che tutelerà la mia presenza sino al tramonto della vecchiaia”.
Un poeta sulla via di casa, che riesce a tornare bambino rincorrendo il mistero e lo sgomento, per la sua capacità di creare mondi sbilenchi per Alice e Asia (Foglia di rosa e Fiore di primavera) e di restituire del mondo vero, così fin troppo adulto, immagini da custodire e a cui ricorrere ad ogni risveglio.
E l’affetto paterno nei confronti di Alice, con quella sua infantile purezza emotiva, gli consente di respingere ancora quel grosso macigno che gusta, ogni giorno che passa, il contatto con un cuore, come quello di Gregorio, che non teme di mettersi a nudo, di scoprirsi muscolo intermittente in grado di ribadire quel battito in milioni di versi. E in qualche modo le poesie sono figlie del poeta.
“Loro sono la porticina che schiude un sogno dove limpide stagioni si alternano a nuvole baciate dalla luna”, dice l’autore di Alice e Asia, ma è come se dichiarasse con la più riuscita delle sue metafore che il poeta che si è fatto scrittura fa di ogni suo verso un infinitesimo dono di sé.

copertina Foglia di rosa
Foglia di rosa (Alice)
Gregorio Fiozzo
Gigliotti Editore
2014, p. 168
€ 10,00