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Quei poveri Bronzi nelle mani di Gerald Bruneau

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Un velo bianco di tulle come ad adornare una sposa, un tanga leopardato, un boa fucsia adagiato prima in vita e poi avvolto morbidamente intorno al collo, un mazzolino di fiori candidi in una mano e in un attimo i Bronzi di Riace, i maschi per antonomasia, gli eroi di guerra al culmine del loro splendore, nell’immaginario comune simboli di virilità, sotto la regia di Gerard Bruneau, diventano ridicole icone gay.

Dai critici l’ultima trovata di Bruneau, un reporter francese conosciuto un po’ dappertutto per i suoi servizi pubblicati dalle più importanti testate mondiali, è stata definita una “sapiente messinscena”: una provocazione che ha l’intento di affrontare le tematiche più complesse della nostra attualità come la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la sessualità, i generi, le discriminazioni, la giustizia sociale.
«Due sculture classiche – si legge – che divengono protagoniste di un’azione rivolta a smascherare pregiudizi e ipocrisie e si trasformano in opere d’arte autonome, nello scatto del fotografo, con trame discordi e contrarie all’originale».

Può anche darsi sia così, ma perché dobbiamo accettare che questo scempio sia definito Arte solo perché realizzato da quello che fu l’assistente di Andy Warhol nella New York degli anni’70/’80? Per carità: Bruneau ha anche realizzato importanti reportage come la campagna elettorale di Jesse Jackson del 1988, le tensioni in Israele, in Kurdistan ed in Albania negli anni ’90; ha ripreso le condizioni dei condannati a morte nelle carceri del Texas e la tossicodipendenza tra i giovani di New York. Ma poi, forse, avrebbe fatto meglio a riposarsi un po’.


Anch’io da bambina, proprio come ha fatto Bruneau con i Bronzi di Riace, infilavo a Ken i tubini fucsia di Barbie ma nessuno mi ha mai detto che “stavo sottraendo un’icona dal proprio status di capolavoro da conservare ed ammirare, per dare vita, attraverso di essa, ad una nuova visione”.
Posso non avere né i titoli né la giusta sensibilità per affrontare l’argomento ma un quesito me lo pongo lo stesso: che razza di operazione è agghindare dei capolavori fino al limite del ridicolo, strappare loro ogni dignità, per poi reclamare… maggiore dignità?