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Riti di ‘ndrine e di sangue a Lamezia

Processo Perseo,in aula il racconto dettagliato e crudo di Saverio Cappello
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Continua il processo Perseo e continua la ricostruzione della cosca lametina  dei Giampà attraverso l’ascolto dei collaboratori di giustizia da parte del collegio presieduto dal giudice Carlo Fontanazza e a latere dal dottor Aragona e dalla dottoressa Monetti. 

L’udienza di oggi ha visto protagonista il racconto di Saverio Cappello, classe 80, collaboratore di giustizia dal 2012. Cappello racconta il suo ingresso nella cosca lametina dei Giampà, le sue mansioni e gli omicidi a cui ha partecipato, ricoprendo un ruolo attivo. E’ un racconto di sangue e di morte quello del pentito, che afferma di essere entrato nella cosca Giampà nel 2004-2005, a seguito di un avvicinamento tra la sua famiglia e la famiglia Giampà.

Io, mio padre Rosario e mio zio Vincenzo Arcieri facevamo parte della ‘drina dei Cappello, detti quelli della montagna. La famiglia Giampà sospettò di mio padre per l’omicidio di Vincenzo Giampà, per chiarire la nostra posizione abbiamo incontrato spesso Giuseppe Giampà, Vincenzo Bonadio e Pasquale Giampà, noi non c’entravamo con quell’omicidio, ed eravamo disposti a tutto per dimostrarlo

La famiglia Cappello quindi si avvicina alla cosca per dimostrare di essere estranea alla morte di Vincenzo Giampà, e da lì inizia quella che Saverio Cappello definisce alleanza, dividendo territori, estorsioni e spaccio di stupefacenti, ma in cambio la cosca Giampà voleva la pulizia della cosca rivale, quella dei Torcasio-Gualtieri-Cerra.

Saverio Cappello è un esponente attivo della cosca Giampà, racconta di aver ricevuto la seconda dote di ‘ndrangheta, quella di camorrista, dallo zio Vincenzo Arcieri e da Pasquale Lupia, in giovanissima età, che segnava il suo ingresso ufficiale nella ‘ndrina Cappello, per poi ricevere la quarta dote, quella di Santa, nel 2011 da Domenico Giampà.

Il collaboratore racconta gli omicidi che hanno insanguinato la città di Lamezia Terme dal 2005 in poi, omicidi voluti ed organizzati dalla cosca Giampà per eliminare la cosca Torcasio, Cappello partecipò all’organizzazione degli omicidi, spesso era l’autista, altre volte attendeva per lo scambio di auto dopo l’omicidio, altre fu l’esecutore materiale, come nel caso dell’omicidio di Pietro Pulice. Pulice infatti venne accompagnato da Vincenzo Arcieri presso l’abitazione del Cappello e lì venne ucciso, a sparare fu proprio Saverio Cappello, il corpo di Pulice venne poi messo nella sua auto e bruciato nella zona di Piano Luppino, non molto distante dall’abitazione dei Cappello, a bruciare l’auto e il corpo, furono Saverio Cappello e Vincenzo Ventura.

Racconta anche del primo omicidio a cui partecipò per conto dei Giampà, l’omicidio di Domenico Zagami, persona vicina ai Torcasio, in quel caso Saverio Cappello guidò la moto e Domenico Giampà sparò alla vittima, mentre Maurizio Molinaro attendeva i due per portarli lontano dal luogo dell’omicidio.

Lo inseguimmo e lui scese dalla moto, correva ma aveva le ciabatte ed inciampava spesso, Domenico Giampà sparò quattro colpi al petto e Zagami cadde a terra, ma per essere certo di averlo ucciso, Giampà si avvicinò e gli scaricò la pistola in testa

Pochi giorni dopo l’omicidio Zagami, Cappello incontrò Giuseppe Giampà e gli raccontò i particolari dell’omicidio, con lui erano presenti Domenico Giampà e Maurizio Molinaro. In quella circostanza Domenico Giampà si dimostrò orgoglioso dell’omicidio compiuto:

Domenico era contento, aveva vendicato Vincenzo Giampà, tutti sapevano che Zagami aveva partecipato all’omicidio di Vincenzo Giampà. Domenico quel giorno portò con sé un berretto di Vincenzo Giampà e dopo aver ucciso Zagami lo sventolò in segno di ottenuta vendetta

Cappello continua il suo minuzioso racconto, procede con il susseguirsi degli omicidi, racconta dell’omicidio di Francesco Zagami, fratello di Domenico, l’esecutore materiale fu Aldo Notarianni, Saverio Cappello aveva il compito di aspettare Notarianni e Maurizio Molinaro poco lontano dal luogo dell’omicidio per poi portarli via, dopo che i due si erano liberati di moto ed armi:

Io ho visto Aldo Notarianni che si avvicinava alla macchina di Zagami, che era posteggiata vicino la chiesa di San Raffaele, Notarianni sparò immediatamente, l’omicidio durò pochi minuti, poi presi Aldo Notarianni per portarlo a casa, era agitatissimo, aveva gli occhi rossi, infuocati, continua a dirmi io ho quarant’anni, io ho quarant’anni

L’ultimo omicidio di cui parla il collaboratore di giustizia è quello di Antonio Deodato, ucciso in una sala giochi al centro di Nicastro nel carnevale del 2005, Cappello ricorda di aver indossato una tuta bianca e una maschera di carnevale, nessuno li aveva notati, era con Domenico Giampà ed utilizzarono un’auto che rubò mesi prima lo stesso Cappello, anche in questo caso il pentito non risparmia particolari cruenti:

Domenico Giampà urlò il nome di Deodato, che stava giocando a carambola e lo colpì alle spalle, lui si accasciò a terra e si coprì la testa come poteva, Giampà scaricò dodici colpi su Deodato che era poggiato su un fianco, ricordo il bomber che indossava, tutto bucato dagli spari

Termina per oggi il racconto del collaboratore di giustizia, la prossima udienza sarà il 5 dicembre, in aula di nuovo Saverio Cappello che continuerà a rispondere alle domande del pm Elio Romano.