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S.E. Mons. Giuseppe Schillaci :Lamezia , la sposa che voglio servire e prendermene cura

Se questa è la Chiesa che è in Lamezia, non solo mi sento, ma sono a Casa”.
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In poco più di alcuni giorni a Lamezia Terme, il nuovo Vescovo Monsignor Giuseppe SCHILLACI ha offerto all’intera popolazione di Lamezia ( Città e Comuni della Diocesi) un ricco manuale di approfondimento su ciò che è, e che vuole, essere un cammino di crescita e di testimonianza del buon cristiano. Lui che, da appena un giorno che sta per andare via, è il nuovo Vescovo alla guida della Diocesi : S.E. Monsignor Giuseppe Schillaci.

Ciò che è accaduto e ciò che lasciamo alle spalle è di semplicemente meraviglioso, nel senso che ha fatto riavvicinare la cittadinanza fuori da uno status quo  comprensibilmente ripiegato su se stesso a causa del particolare momento storico che si sta vivendo.

Ed allora sarebbe stato riduttivo lasciare questi suoi primi insegnamenti ad una lettura fatta velocemente e che porta invece via il ricco patrimonio della Chiesa, così come tracciato – appunto – dal Vescovo Schillace. Proprio per questo, abbiamo lavorato sui vari testi da lui scritti  e che si basano su concetti perfettamente adatti ad un più ampio ed approfondito dibattito o per momenti di crescita e di sviluppo.

Per rendere più agevole il tutto, abbiamo cercato di creare alcuni prime schede di approfondimento contenenti il suo integrale insegnamento, come: spiritualità cristiana; Politica&Società; Giovani; Ascolto – Testimonianza.

SPIRITUALITA’ CRISTOCENTRICA

Se provassi, anzi se provassimo a guardare gli altri come Cristo guarda ciascuno di noi, quale meraviglia, quale bellezza si dischiuderebbe dinanzi a noi in ogni momento, in ogni situazione, in ogni incontro, soprattutto quando la realtà, costellata da difficoltà, non priva di incognite e contraddizioni, ci appare triste e cupa, ed ogni cosa si rivela incerta, disperata, quasi irredimibile…; è con uno sguardo oltre; è con uno sguardo altro: è con lo sguardo di Gesù Cristo che dovremmo provare a guardare la nostra storia, tutta la nostra umanità!

Lasciamoci raggiungere da questo sguardo, il Suo, per guardare in Lui, con Lui, per Lui…Siamo suoi discepoli e come tali vogliamo prima di tutto pensarci; avviciniamoci a Cristo, per seguirlo ed imparare da Lui; è un esercizio che bisogna fare incessantemente, sempre, per chiamarci ed essere veramente suoi discepoli; più ci avviciniamo a Lui, più ci stringiamo a Lui, più si dilatano i confini, più si allargano gli orizzonti, non solo geografici; irrompe nella nostra vita una visione!

È la visione di Cristo: che diventi la nostra! È un’apertura infinita, senza limiti; è bontà; è misericordia. È lo stile di Cristo! Che diventi il nostro stile, il nostro essere; per essere semplicemente cristiani, o meglio per diventare sempre più cristiani, cioè di Cristo, quindi capaci di guardare come Lui guarda l’uomo, ogni uomo, nessuno escluso…; se ci lascia afferrare da Cristo ed inquietare dal suo Vangelo, cresciamo in umanità e in fraternità. Simone Weil (1909-1943) mistica e filosofa francese scrivendo al padre domenicano, quasi cieco dalla nascita, Joseph-Marie Perrin (1905-2002) sosteneva: “La religione non consiste in altro che in uno sguardo” (Attesa di Dio, 155).

Sì è proprio una visione, è un’apertura incessante, lo sguardo del credente che incrocia quello del Signore per condividere le sofferenze e le fatiche di una umanità smarrita e stanca. Guardiamola, custodiamola, abbracciamola, questa umanità (tutta l’umanità e in particolare penso agli uomini e alle donne del nostro territorio, del lametino) senza paura, senza fare preferenze di persona, senza discriminazioni, senza scarti, come Gesù, con uno sguardo sempre più inclusivo, positivo, bello, sempre altro, speranzoso. Dio, infatti, facendosi uomo ha raggiunto ogni uomo, sì proprio ogni uomo, ci ricorda sapientemente il Concilio Vaticano II  (cfr. Gaudium et spes 22).

Il discepolo che si lascia prendere dal Maestro lo segue nel suo modo di vedere, nel suo modo di ascoltare, nel suo modo di sentire. Per entrare in questo sguardo, in questa visione, ci si mette in ascolto, ma è necessario mettersi sempre più in ascolto. Ascoltare il Signore, per ascoltare gli altri, per ascoltare tutti, tutto.

Non si può pensare di capire, di discernere, senza capacità di ascolto. Prima di tutto bisogna ascoltare e saper ascoltare. Non è facile! Tuttavia quant’è necessario imparare quest’arte nobile, difficile, bella…. Permettetemi un piccolo ricordo personale: quando ero un ragazzino 11/12 anni, non di rado in estate, di notte, aiutavo mio padre ad irrigare le piante di arance, con un esercizio non molto complesso, che era quello di tenere il lume, tuttavia per un ragazzo, di notte e anche un po’ assonnato, non sempre risultava agevole; mi rivedo, ragazzino, con mio padre che non rinunciava ad associare fatica e riflessione, che ad un certo punto nel cuore della notte, mi invitava a fare attenzione e ad ascoltare i rumori: lo scroscio dall’acqua che scorreva e giungeva benefica a dissetare la terra arida e assetata, il soffio della brezza leggera che, in certi momenti, ci raggiungeva anch’essa come una benedizione per alleviare sforzo e sudore… più tardi con lo studio, accostando questa fatica all’altra, quella brezza, per esempio, mi avrebbe ricordato quel “fine e sottile silenzio” di cui parla la scrittura nel primo libro dei Re 19, 6, nel ciclo del profeta Elia.

Non ho dimenticato quell’invito da parte di papà ad ascoltare! “Shema’ Israel…Ascolta Israele (Deuteromio 6,4)”: è il comando del Signore. “La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo” (Rm 10, 17).

Quale grande e prezioso dono nella vita: incontrare persone che ti accompagnano, con delicatezza e rispetto, nella scoperta di quello che c’è oltre il dato immediato, per cercare di capire, con attenzione, cura, passione, il proprio vissuto esistenziale, ma anche ogni frammento della realtà che ci circonda, lasciando venir fuori dinamismo e ricchezza di senso.

Ma è ancor più grande, bello e straordinario, quando le stesse persone ti aiutano a saper ascoltare il grido e l’appello di chi non ha niente di niente, del sofferente, dell’affamato, del carcerato, del forestiero, del povero, di chi non ha voce, e saper incontrare così il Signore nel “sacramento del fratello” (San Giovanni Crisostomo).

L’ascolto è apertura che rifugge da ogni chiusura in se stessi. Chi ascolta con sincerità non può essere indifferente. L’ascolto vero è attenzione, coinvolgimento, cura! Certo ascoltare esige tempo, pazienza. In un’epoca in cui tutto è accelerato, è l’impazienza che, purtroppo, prende il sopravvento. Tutto ciò sembrerebbe essere un’impresa, una scommessa.

Ma perché no? Ne vale la pena! L’ascolto vero è un invito ad uscire da se stessi, per cui il centro del mondo non sono io, i miei progetti, le mie cose, le mie idee. Quando mi metto in ascolto, è come se il centro fosse posto fuori di me: c’è altro, c’è un Altro. Lasciamoci plasmare e trasformare da questa Parola Alta e Altra: è la parola di Gesù Maestro; nutriamoci della sua Parola per poterla annunciare veramente. Lasciamoci continuamente rigenerare, come Chiesa, dalla Parola del Vangelo che ascoltiamo, meditiamo, preghiamo e mettiamo in pratica.

È il Vangelo che bisogna ascoltare; è con il Vangelo che occorre misurarsi, come “norma normans non normata”: sì proprio il Vangelo che abbiamo visto aperto, dopo l’imposizione delle mani, durante la preghiera di ordinazione, posto sul mio capo. È con il Vangelo che bisogna fare i conti, non per scoraggiarsi, ma al contrario per ritrovare freschezza, energia, entusiasmo. Guai a me se non annunciassi il Vangelo ci dice Paolo (cfr. 1Cor 9,16). Si annuncia quello che si ascolta, che si assimila e che si cerca di mettere in pratica. Si annuncia sempre e se è necessario anche con le parole. È questa la vita di ogni buon discepolo di Gesù.

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E’ alla sequela del Signore Gesù Cristo che vogliamo tutti noi crescere : fedeli, presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, seminaristi, insieme in  una comunione di intenti, di passione, di rispetto, di benevolenza, di reale, fattiva e sempre nuova accoglienza reciproca.

Vengo a voi nel nome del Signore della vita, con timore e tremore, ma anche con tanta fiducia e speranza, ben consapevole della mia inadeguatezza e dei miei molti limiti. E’ al Signore e alla sua infinita misericordia che affido il mio ministero episcopale; da Lui viene il dono, la grazia, così come viene anche il compito, l’impegno, che è mio desiderio portare avanti con gioia, responsabilità, umanità-

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TESTIMONIANZA

Un cristiano non ha altro programma da mettere in atto: vivere e testimoniare il Vangelo! Un prete, un presbiterio, un Vescovo, non ha altro programma: il Vangelo! E allora: ascoltiamolo il Vangelo, ascoltiamo Gesù…che “non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28). Il servizio per un discepolo significa conformarsi allo stile di vita di Cristo.

Ogni buon discepolo, infatti, non vuole mai esercitare sull’altro e sugli altri nessuna forma di potere, per cui abbracciare la forma del servizio significa prendere decisamente le distanze da ogni logica che mira al dominio e al controllo sugli altri e degli altri. Tutto ciò comporta rinunciare ad uno stile di vita che cerca tornaconto ed interesse personale o che si serve dell’uso della forza e della violenza solo per un desiderio sfrenato di potere. Questo è il motivo per cui il cristiano non può mai condividere percorsi che privilegiano o accarezzano logiche malavitose di violenza, palesi o subdole, perché semplicemente contraddicono il Vangelo.

Quando la madre dei figli di Zebedeo si avvicina a Gesù per chiedergli che i propri figli stiano uno a destra e l’altro sinistra, agli dieci discepoli che nel frattempo si erano sdegnati con i due fratelli, come un vero Maestro sa fare, il Signore Gesù non smette di insegnare loro, e amorevolmente chiamandoli ed attirandoli a sé, al suo stile, alla sua vita dice: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e capi li opprimono.

Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,25-28). Il Figlio dell’uomo si spezza, si dona, si consegna, non spezza mai nessuno: si lascia crocifiggere non crocifigge mai nessuno.

E’ il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo l’orizzonte dentro cui bisogna capire noi stessi e gli altri, in una tensione sempre più inclusiva, per non smarrire il sorgivo slancio missionario : “Andate ed annunciate ad ogni creatura”. Mettiamoci in ascolto umile di tutti, accogliamoci gli uni gli altri, non scartiamo mai nessuno, soprattutto chi non ce la fa umanamente, spiritualmente, economicamente. — Stiamo  al passo degli ultimi per non perdere di vista il Cristo, Lui ultimo tra gli ultimi, che venne “non per essere servito, ma per servire”.

Vi auguro di continuare ad assumervi la bella fatica di camminare ancora insieme, per l’unità di Lamezia e della sua Chiesa.

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GIOVANI

Bisogna educare al senso civico, al bene comune, alla sana e  democratica convivenza sociale.

La prima cosa  che bisogna fare è stare con i giovani, ascoltarli; ascoltare non soltanto la voce in quanto tale,  ma anche il non espresso perché i giovani hanno tante risorse, tante potenzialità., quindi bisogna stare con loro e stare con loro significa avere molta pazienza, che poi la pazienza è educativa anche se c’è pure il rischio educativo. Bisogna avere fiducia neri giovani; dare loro fiducia, incoraggiarli, nonostante quello che respirano, in quanto – purtroppo –  non respirano una bella aria, da tanti punti di vista. Bisogna dare fiducia ai giovani.

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POLITICA & SOCIETA’

Coltiviamo grata memoria del passato non per chiuderci in una nostalgia sterile, ma per capire meglio chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo; lasciamoci ancora stupire da quello che siamo perché ci è stato donato; lasciamoci interpellare dall’oggi, con le sue sempre nuove sfide, senza paura; lasciamo venir fuori, con ottimismo, il bene che c’è nelle nostre comunità e nel nostro territorio, tra la nostra gente; ma allontaniamo con ferma decisione il male, anzitutto dei nostri comportamenti; stanchi, ma speranzosi e gioiosi. Siamo cristiani, lasciamo trasparire la bellezza dell’incontro: Gesù Cristo.

La Chiesa non fa politica, ma deve immettere al tessuto sociale, nel comune sentire, delle dimensioni nuove.

Qualcuno diceva che la politica è una forma alta di carità.  Allora dobbiamo volare alto, tutti ci dobbiamo impegnare in questa direzione.

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“Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore.

Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio.

E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso non dai crocifissori.

Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini” (Benedetto XVI, Omelia di inizio del ministero petrino 24 aprile 2005). I discepoli che perdessero questa visione, carissimi fratelli e sorelle, contraddirebbero se stessi. La logica che Gesù ha consegnato a noi sua Chiesa, è quella della croce. Sì, è scandalo e stoltezza, ma è la nostra vita, è l’orizzonte dentro cui spendersi e consegnare noi stessi.

È proprio il rovesciamento della logica di questo mondo a fare “la differenza cristiana”, ma è quello che siamo chiamati a incarnare con uno stile di vita, con dei gesti concreti, in particolare, nei confronti di coloro che non contano nulla, dei senza difesa e delle vittime.

La convivenza umana per le nostre comunità, le nostre città, piccole o grandi che siano, oggi, sempre più pervase da un diffuso senso di frustrazione, di fatalismo e di pessimismo, soprattutto nei confronti delle istituzioni pubbliche: al dire di molti non cambia e non può mai cambiare nulla!

La nostra gente si sente sempre più impotente dinanzi a fenomeni come la corruzione, la criminalità organizzata e le varie mafie, ‘ndrangheta in primis, per cui alla rabbia spesso si associa la rassegnazione.

Per questo, non di rado le persone, del nostro amato Sud, difficilmente riescono a pensarsi come protagonisti del proprio futuro: vuoi per un’atavica disposizione a dipendere in tutto e per tutto da altri, per cui ora è lo Stato, ora la Regione, ora il Comune, che deve provvedere; vuoi anche perché le varie istituzioni vengono pensate, purtroppo, sempre come astratte e distanti, se non addirittura ostili». Se non fosse per l’abito talare, potrebbe essere un credibile estratto di un qualche discorso elettorale.

«Spetta a noi il compito di contribuire, anche con il nostro stile di vita, fatto di coraggio e determinazione, ad un’inversione di rotta nei confronti di un modo di pensare che investe la vita di gran parte della nostra gente, quasi sempre la più vulnerabile ed indifesa, la quale per lo più triste e ripiegata in se stessa, vive senza attese per il futuro: penso, in particolare, ai nostri giovani. Senza mai abbattersi, penso, sia urgente e necessario mettere mano ad un’importante e significativa opera educativa da portare avanti sinergicamente da tutti: famiglia, scuola, istituzioni, associazioni, corpi intermedi.

La Chiesa nel nome del Signore Gesù Cristo, certamente, non può sottrarsi ad un tale compito che la vede particolarmente impegnata nell’ambito che più le compete, senza sconfinamenti, vale a dire quello spirituale, pastorale e caritativo, per una formazione delle coscienze e la promozione della persona umana nella sua integralità e pienezza di senso».

«E’ necessaria una nuova partecipazione attiva dei cittadini; individuate alcune potenzialità, bisognerebbe fare emergere tutte le risorse che sono proprie della nostra gente, del nostro territorio, e metterle in circolo con un’autentica opera di benevolenza nei confronti di tutti (fare il bene e allontanare il male), dentro una visione che abbraccia ed integra tutti, senza escludere nessuno, soprattutto i più poveri.

Basterebbe partire dal principio che ogni essere umano in sé, prima ancora di avere dei doni e dei beni, è già un dono, è un bene in sé; ogni persona umana ha dei talenti, è un talento, certo se posta nelle condizioni perché possa esprimersi nella sua unicità ed irripetibilità.

Una comunità è viva nella misura in cui ad ogni persona è offerta la possibilità concreta di esprimersi, di ricevere dignità, quindi crescere in consapevolezza e responsabilità. Persona e comunità, libertà e solidarietà, sono principi irrinunciabili per una civiltà come la nostra, che si dice avanzata, perché non perda la propria umanità. Questo è possibile recuperando un valore antico e spesso dimenticato: quello della fraternità».

«La ricchezza di un territorio, di un popolo non si misura soltanto dal possesso delle risorse materiali di cui dispone, ma soprattutto dalla capacità che la comunità ha di condividere e di redistribuire le ricchezze secondo giustizia: una società è ricca quando riesce a costruire senza stancarsi percorsi di solidarietà e di comunione che fanno crescere umanamente tutti, nessuno escluso. Una comunità che sa coltivare sentimenti di compassione, di tenerezza, non si lascia tentare dall’indifferenza, ma si sviluppa e cresce, accorciando le distanze, creando e favorendo i legami, tra gli uomini e le donne del nostro tempo, senza fare alcuna discriminazione di persone».

Oggi, con l’aria che respiriamo, pare sia molto più facile escludere, emarginare, scartare, che accogliere, accompagnare ed integrare. Il grande pericolo che corriamo è quello della disgregazione, della frammentazione e della frantumazione dei rapporti sociali».

«La dimensione nobile della politica, come forma alta di carità; incoraggiamo, soprattutto i giovani, a fare “politica attiva”, aiutandoli a capire che pur partendo, nel loro impegno sociale come esponenti di una parte, di una visione, non devono chiudersi nel solo interesse esclusivo della parte che rappresentano, ma si aprano sempre più al bene a tutti comune: che è bene nella misura in cui include tutti e ciascuno, in particolare i più piccoli, i più deboli, i più poveri, chi non ha niente di niente».

All’intercessione della beata Vergine Maria venerata nella nostra Chiesa come Madonna della Quercia, ai nostri Santi Patroni Pietro e Paolo e a Santa Maria Goretti, affidiamo il nostro cammino discepolare perché risplenda sempre più in dignità, autenticità, responsabilità, bellezza»)

«La Sposa è qui, Lamezia Terme, alla quale ho detto il mio sì! Attenzione: il Sì è di Dio, di Gesù Cristo, lo Sposo. In questo grande Sì il mio piccolo sì. L’ho detto a tutte le comunità, le parrocchie, i gruppi, le associazioni e i movimenti, i giovani, gli anziani, le famiglie, a tutti, fedeli e non, cristiani e non, credenti e non credenti, nessuno escluso…di questa porzione di Popolo di Dio che è la Chiesa di Lamezia; ho detto soprattutto il mio sì a voi cari presbiteri, preziosi collaboratori del vescovo ea voi diaconi, a voi religiosi e religiose.

A tutti voi dico anche il mio grazie! Alla sposa dico grazie! Penso a tutti quelli che sono presenti, ma anche a coloro che non sono qui! Grazie a sua eccellenza monsignor Cantafora, per quanto ha voluto esprimere all’inizio della celebrazione, ma dico grazie a nome di tutti voi per il suo ministero episcopale nei suoi 15 anni al servizio della nostra amata Chiesa Lametina; grazie anche a sua eccellenza monsignor Rimedio che è qui con noi. Grazie a sua eccellenza monsignor Bertolone ea tutti i fratelli Vescovi delle Chiese sorelle della Calabria, la bella Calabria! (come mi ha detto sua eccellenza monsignor Staglianò…)».

Per Schillaci «se questa è la Chiesa, permettetemi di esprimermi, con molta semplicità, carissimi fratelli e sorelle della Chiesa che è in Lamezia, non solo mi sento, ma sono a Casa».
Se questa è la Chiesa, permettetemi di esprimermi, con molta semplicità, carissimi fratelli e sorelle della Chiesa che è in Lamezia, non solo mi sento, ma sono a Casa”.

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