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Scene da un equivoco amoroso

Il demone meridiano nel romanzo "Melanconico Swing" di Francesco Caligiuri
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C’è stato un tempo in cui l’inquietudine esistenziale esisteva eccome nei libri.
Quel cinico individualismo e quell’incapacità di provare empatia, che al tempo stesso permette alla scrittura di amare di getto le figure che le sono dissimili, che non chiedono altro che la loro dose di mari inquieti e cose così. O che magari la completano, come quando si ha a che fare con le donne che ruotano attorno al protagonista di “Melanconico Swing”: tutto accade per Ivona, la straniera che “ha quanto basta per sconvolgere l’ipotesi della tua vita, prospettandone un’altra”; Angelina, fascinosa dietro il bancone del bar; Maria Teresa, giornalista e femminista, femminismo che pare una risposta semplice davanti al mondo femminile che qui invece non viene mai a noia come fosse un’unica verità; Carol, la divorziata fredda e chirurgica dentro una pelliccia di lupo siberiano.
Il libro di Francesco Caligiuri, quest’autore lametino dalla penna felice (si direbbe con un’espressione poco felice per l’aplomb da critico), quest’autore che mantiene un certo distacco con il mondo letterario e mondano, forse perché tutto preso a leggere il suo fottuto Mc Carthy – così confesserebbe -, questo libro, dicevo, è bello è intenso è violento, quanto basta per capire che un amore può segnarti la vita nel bene e nel male.
Giratelo come volete, pronunciatelo come fosse un peccato che però desiderate commettere, fatelo sembrare un nome che va bene in tutte le lingue: è l’amore che in mezzo alle rovine di questo mondo, che qui ha le sembianze di Lamezia Terme, ti offre una ragione per considerarti vivo, che concede a un uomo di mezza età, ingenuo e invaghito, il dono di essere ancora un corpo e spirito danzante.
E quant’è vivo quando negli occhi gli gira quel sorriso, nelle mani quel corpo, nella mente i ricordi di Ivona che “camminava come se fosse peccato camminare”. Lei, la sua venere privata, giovanissima e stupenda come quella di Scerbanenco, rispetto a un uomo che di qualità non ne ha davvero nessuna, “completamente alla mercé di una estrema e tardiva libidine”, in fuga dai conti con la realtà per trovare pace in un equivoco d’amore; e per riflesso la sua immagine di impresario cinematografico lo trasfigura da ignavo spettatore a ignavo protagonista, con l’aggettivo che l’accompagna sempre.
Ma il prezzo da pagare è alto, in queste pagine non c’è spazio per il romanticismo, almeno non per come lo concepiamo noi: c’è quello americano di William Faulkner, nell’eco di quell’urlo di una esistenza insensata, l’insensatezza del fato; c’è quello di Cormac McCarthy nell’incoerenza degli errori dei personaggi, con la violenza come metafora di vita, di vitalità, perché il lettore comprenda con ogni mezzo che i sogni sono solo momenti di oblio afrodisiaco, come quando al cinema “la gente entra e paga, esce senza nulla in mano, è solo acqua che scorre, solo sogni e i sogni non hanno costo”. L’unico denaro che non si può rubare, e Ivona lo sapeva.
Questo di Caligiuri è un romanzo cinico, sprezzante, ironico e autoironico, in cui si aggira un autentico consapevole pollo da spennare, con una storia piena d’azione, necessaria quando si arriva a teorizzare anche l’assassinio come forma estrema del male da cui può scaturire il bene, non un bene buono ma un bene tranquillo per mancanza del male, acque torbide che non dilagano ma dentro ci sprofonda di tutto.
E la sessualità si rivela subito cruda e ossessiva, mai violenta, ci sono momenti forti certo, mai hard, meglio osé, nel senso che osano parlare del corpo nel bel mezzo di una poesia, scene di un erotismo lirico ecco, erotismo che non è il fine ma lo strumento per dire una passione dell’esserci, come un paesaggio appagato dal contatto di animali che s’amano senza pensare di costruirci poi sopra troppo parole.
Èil linguaggio che nell’amore rovina tutto, parlarne è sempre un mancato abbraccio.
E Caligiuri predilige infatti il linguaggio cinematografico: come in un lungo piano di Truffaut: “Corremmo nella sera, veloci, vicini, senza futuro. Lei: felice, sicura, tenera. Esitante, vago, fuori moda: io”; come in una trasposizione di Ivona nell’Anitona della Dolce Vita: “Ora mi piace sentire su di me la notte”.
E poi c’è un bellissimo primo piano di Ivona sopra un letto di rovi. Che ne sappiamo noi dell’amore se non consideriamo le spine, di cosa parliamo quando parliamo d’amore dice Carver, che è un altro scrittore americano che non concede niente al sentimentalismo, niente alla morale.
Proprio come in un film a inchiostro di Francesco Caligiuri.

copertina melanconico swingFrancesco Caligiuri
Melanconico Swing
inCalabria Edizioni
p. 144, € 10,00