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Siria, una guerra senza buoni

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Il professor Sami Aoun, di origine libanese e cattolico maronita, è ordinario di Scienza politica applicata nell’Università di Sherbrooke, in Canada, membro del Comitato consultivo sulla sicurezza nazionale del governo federale canadese e del Comitato esecutivo del Consiglio delle Chiese per il Medio Oriente. È oratore, come me, al convegno internazionale «La Chiesa perseguitata oggi» organizzato al Santuario del Santissimo Sacramento di Montréal, in Canada, dal Servizio di Solidarietà Internazionale dei Padri Trinitari. È tra i principali osservatori accademici internazionali della situazione siriana. Gli ho rivolto alcune domande in un’intervista esclusiva per La Nuova Bussola Quotidiana.

Professore, anche in questo convegno sentiamo un certo numero di cristiani medio-orientali che, muovendo dalle innegabili e gravissime violenze dei ribelli contro le comunità cristiane in Siria, danno un giudizio positivo sull’attuale governo siriano. Che ne pensa?
La questione è molto complicata. Una risposta semplice è che in Siria il regime è fallito, come tutto il socialismo dirigista che nel mondo arabo ha cercato di imitare l’Unione Sovietica e che ultimamente non può sopravvivere per sempre alla caduta del Muro di Berlino. La visione socialista della famiglia Assad viene da un pensatore politico siriano cristiano, Michel Aflak (1910-1989), che poi si è convertito all’islam ma solo negli ultimi mesi di vita. Alla fine Aflak si è convinto che l’anima di un socialismo arabo poteva essere solo l’islam. Hafez al-Assad (1930-2000), il padre dell’attuale presidente, aveva il complesso di essere alauita – cioè parte di una minoranza considerata eretica dalla maggioranza degli altri musulmani – e anche, cosa che oggi si dimentica, di avere rappresentato all’inizio nel partito di Aflak una componente diffidente rispetto ai sovietici e perfino filo-americana. Per far dimenticare questo doppio peccato di origine, ha sempre cercato di tenersi buoni i musulmani sunniti ed è stato lui a iniziare un processo di islamizzazione culturale. Questa miscela di islamizzazione e di socialismo è fallita dovunque sia stata tentata. Non si può dunque dare un giudizio positivo sul regime degli Assad.

Se ne deve concludere che la primavera araba, almeno in Siria e forse anche altrove, è stata un fenomeno spontaneo e non un complotto dell’islam politico o di Paesi stranieri, come molti pensano?
So che alcuni in Occidente vorrebbero gettare le mie idee nel cestino dei rifiuti, ma per me, e lo dico da cristiano del Medio Oriente e da studioso di scienze sociali, è evidente che le primavere arabe – almeno in Egitto, in Tunisia e in Siria, perché la questione della Libia è molto diversa – non nascono originariamente da un complotto, ma da una vera crisi economica e di occupazione e da una vera domanda di libertà. Insisto però sull’avverbio “originariamente”: questo succede nei primi mesi. Dopo, le primavere arabe sono state “recuperate” da altri e qui se vuole si può parlare di complotto».

Ma in Siria che cosa è davvero successo? La popolazione siriana, almeno quella musulmana sunnita maggioritaria, nella sua maggioranza è ostile al presidente Bashar al-Assad, come leggiamo su molti giornali occidentali, o invece continua a sostenerlo, come altri affermano?
Bashar al-Assad è stato, quando è arrivato al potere, l’uomo politico più popolare nella storia della Siria. Era un medico, era giovane e incarnava le speranze di cambiamento. Per alcuni mesi non ha reagito alle manifestazioni con la violenza, e molti pensavano che potesse governare lui la transizione e la riforma. Ma questa speranza è stata travolta dai falchi del suo regime, che hanno iniziato a fare dei morti nella repressione delle manifestazioni. La svolta secondo me è avvenuta quando un generale ha risposto, a microfoni aperti, alle donne che protestavano e manifestavano perché i loro mariti e figli erano stati uccisi dai militari: “Venite dai soldati, farete rapidamente degli altri figli”. È un incidente poco conosciuto fuori della Siria, ma in Siria ha avuto un ruolo decisivo. Bashar al-Assad non ha avuto la forza di condannare questi generali perché sono l’anello di collegamento con l’alleato iraniano, che per lui è decisivo. Ma a questo punto si è legato mani e piedi agli iraniani e ha iniziato a fare una guerra per procura per conto dell’Iran. Considerato lo scontro sempre più forte fra sunniti e sciiti, che non è nato in Siria ma forzatamente ha riflessi anche lì, nella maggioranza siriana sunnita un presidente che appare troppo legato agli sciiti iraniani diventa rapidamente impopolare.

Chi guida davvero la rivolta siriana?
Certamente sul piano militare ci sono degli esponenti del peggiore estremismo, legati ad al-Qa’ida e al terrorismo internazionale. Sul piano politico vorrei parlare di tre personaggi perché mi sembrano emblematici. Il primo, cronologicamente, è Burhan Ghalioum: professore alla Sorbona, sociologo, richiamato all’inizio per guidare politicamente l’opposizione. Credo che sappia anche lei che i sociologi come noi, quando fanno politica, di rado hanno successo. Ha fallito anche lui. Non viene dal mondo dei Fratelli Musulmani ma si è fatto recuperare da loro e alla fine ha sostanzialmente gettato la spugna. Il secondo è l’imam Mouaz al Khatib, che era una grande speranza di dialogo: era un religioso sunnita, ma rappresentava anche la grande borghesia di Damasco, aveva la fiducia degli imprenditori e avrebbe potuto mediare. Ma Bashar non ha accettato di trattare con lui, lo ha bruciato e anche lui è uscito di scena. Il terzo, il principale capo politico dell’opposizione oggi, è Ahmad Sharba, il quale viene da una tribù che ha una branca in Arabia Saudita ed era in esilio in Arabia Saudita. Può anche presentarsi come moderato ma tutti capiscono che anche lui fa una guerra per procura, per conto dell’Arabia Saudita.

Quali attori internazionali sono influenti in Siria?
Tradizionalmente siamo abituati a pensare che gli Stati Uniti siano molto influenti in Medio Oriente, ma questa amministrazione rischia di convincerci del contrario. Obama è stato molto oscillante ma sembra che i suoi consiglieri alla fine lo abbiano indotto a lasciare che la Siria si autodistrugga. Almeno fino a quando non crescerà ulteriormente il conflitto con la Russia di Putin, che dal canto suo cerca in Siria la rivincita per avere perduto la Libia e una buona parte dell’Europa Orientale. Tradizionalmente la Francia si è sempre occupata della Siria, ma anche qui le due ultime amministrazioni non hanno avuto un’azione autonoma: hanno aspettato Obama, che li ha ignorati e perfino umiliati e in ogni caso non ha mai trasmesso un messaggio chiaro e coerente. Gli attori principali sul terreno siriano sono l’Arabia Saudita, la Turchia e l’Iran. L’Egitto, la Giordania, l’Iraq hanno i loro problemi e non sono decisivi in Siria. Per Israele quello che succede in Siria è un grande regalo, perché delegittima i suoi nemici Hezbollah agli occhi dei sunniti, ma sa bene che l’ultima cosa che deve fare è occuparsi della Siria direttamente. L’Iran invece gioca una partita decisiva: se perde la Siria perde il contatto e il controllo rispetto al mondo sciita medio-orientale, e alla fine traballa anche il regime a Teheran. Questa è la partita che giocano l’Arabia Saudita e la Turchia che non si amano necessariamente tra loro ma pensano di poter distruggere l’Iran, che è un loro nemico, partendo dalla Siria.

Qual è il ruolo dei cristiani nella guerra civile in Siria?
I siriani non vogliono parlare di guerra civile, il che da un certo punto di vista fa loro onore. Quando dicono che è una guerra dove le atrocità le commettono soprattutto gli stranieri hanno ragione. Non bisogna però dimenticare che gli stranieri ci sono dalle due parti. Per il regime di Assad combattono gli Hezbollah libanesi e gli iraniani, per la rivoluzione gli attivisti jihadisti musulmani libici, egiziani, ceceni, algerini, pakistani e perfino americani e europei. Di questi orrori pagano il prezzo soprattutto i cristiani. Un prezzo di sangue e anche un prezzo di disagio culturale e politico. La dottrina sociale cristiana non ci permette di fare l’elogio di un dittatura poliziesca, repressiva, socialista nel senso peggiore del termine. Non possiamo neppure fare l’elogio di ribelli che in gran parte sono fondamentalisti islamici e uccidono i cristiani. Come cristiani medio-orientali siamo a disagio, e lo siamo anche per una questione geografica. I curdi possono chiedere un mini-Stato curdo. Gli alauiti anche, su quella che chiamano Montagna alauita, che è poi una vecchia idea della politica francese: uno staterello tutto alauita protetto dalla Francia. I drusi pure. I cristiani siriani non hanno questa possibilità perché non hanno una zona dove possono dire di essere in maggioranza. Sono diffusi su tutto il territorio».

Come vede il ruolo della diplomazia vaticana?
Sono stato a Roma e ho parlato con parecchie persone. Posso sbagliare, ma la mia impressione è che Papa Francesco e le persone che gli sono più vicine ascoltino molto i vescovi locali, i patriarchi, e come per altre questioni auspichino che siano i vescovi locali a parlare. Allo stesso tempo la diplomazia vaticana è influente sui vescovi siriani e ha certamente contribuito a moderare certi peana imbarazzanti a favore del regime di Assad, che sono comprensibili ma non condivisibili. Le difficoltà dei vescovi locali – e in qualche misura anche della Santa Sede, che fa loro eco – sono però reali e quasi insormontabili. Alla fine non possono prendere posizione né per la ribellione né contro la ribellione. La Santa Sede ha una grande influenza sul piano spirituale e anche caritativo ma sul piano politico dà l’impressione di non avere la soluzione neppure lei e di condividere il disagio e la frustrazione dei vescovi medio-orientali di fronte a un dilemma che sembra insolubile. Nell’arabo parlato in Medio Oriente abbiamo un modo di dire – spero che non si offenda – secondo cui quando le cose vanno male “è colpa degli italiani”. Diciamo proprio così, “gli italiani”, intendendo gli europei, gli occidentali, la Chiesa Cattolica nella sua dimensione internazionale. Finché continuiamo a pensare così però non risolveremo nulla. Dobbiamo pensare che è colpa nostra e che dobbiamo trovare le soluzioni noi, con una riconciliazione nazionale che in Siria deve coinvolgere tutte le componenti religiose: sunniti, sciiti, alauiti, drusi, cristiani. E questo dialogo si può fare solo intorno a una nozione condivisa di cittadinanza e di bene comune fondata sulla ragione. Ricordare questo è stato negli ultimi anni il ruolo più significativo della Santa Sede.

 

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