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Sul filo della creatività femminile

Le creazioni di Manuelita Iacopetta come riscoperta di antichi splendori e segno di un'eccellente manualità tutta femminile.
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Questo lavoro sul femminile è nato da un sogno

Ci sono dei momenti della nostra vita in cui l’arte sconfigge tutto il resto, in cui occasionalmente le persone ti fanno impressione per quel qualcosa in più che riescono a fare della loro. Qualcosa che va al di là del persistere in un sogno, nessuna retorica, né new age né new economy, solo e semplicemente la consapevolezza che quando ti metti alla prova allora scopri che la persona che vuoi essere esiste. Da qualche parte del tuo piccolo e minuscolo mondo fatto di giorni provinciali, di giorni concentrati sul domani e sul dopodomani ancora, sull’altro lato del duro lavoro, della fede, della scoperta ci stanno momenti in cui la bellezza che crei ti torna folgorante come se avessi messo su le parti di un regno, e la regina di quel regno tornasse a chiederti conto di quello che hai fatto, del caos astrale con cui hai partorito un manto stellato, a uncinetto su quelle stoffe o incastonando lucenti meteore di pietre e perle negli incavi d’oriente di maglie intrecciate.
Questo lavoro sul femminile è nato da un sogno. Un vero sogno, in cui Manuelita Iacopetta e le sue creazioni in pizzo-gioiello hanno recuperato la storia e i racconti di un immaginario neo bizantino, di una Rossano dai colori sgargianti sul fondo dorato di quel brullo linguaggio con cui ti scuotono i colori dell’antichità. Perché Manuelita Iacopetta, oggi lametina d’adozione ma rossanese di origine e cuore, creatrice di raffinate collane, orecchini e diademi, il tutto racchiuso in un emblema soltanto, il suo marchio “Fascino bizantino”, è una figura di donna e di artista-artigiana in intimo collegamento con quel sottilissimo filo della memoria che le sussurra sempre, sì, useremo filamenti d’oro come fosse l’argilla, ci prenderemo cura l’una dell’altra.
Quella che era un’insegnante di musica è partita allora alla scoperta delle diverse forze e delle innumerevoli forme del femminile che la animavano, ricevendone grande vitalità espressiva e artistica. “Già dai tempi della scuola avevo sviluppato un’indole creativa”, ci confida nella sua bottega situata in un angolo prezioso del centro, tra la pietra e uno scorcio di cielo lametino, un corollario di rappresentazioni che ne fa una vetrina meta-bizantina in mezzo all’uniforme monotonale di Corso Numistrano.

Il materiale utilizzato da Manuelita: le perle barocche, uniche e sole, la pietra raccolta sulla battigia e poi incastonata nel cuore

Tra uncinetto e chiacchierino, creatività e scuola, un fratello orafo e uno zio letterato ed eclettico come da copione, Manuelita ha con sé la biografia e il desiderio di esprimere i prodromi delle origini rossanesi, perché lei ce l’ha dentro i colori di quelle icone che sembrano volti a tempera sui muri del tempo, perché lei ha infatti poi riscritto la storia di Donna Canfora: secondo la leggenda locale, era Donna Canfora una bellissima gentildonna dalle più rare virtù, che un giorno per fuggire al rapimento per mare preferì buttarsi tra le acque, in un punto dove il Tirreno si tinge ormai di un azzurro iridescente a seconda delle diverse incidenze della luce. Così quella libertà sta come il mare e il sole sui gioielli disegnati da Manuelita, tra il corallo e l’oro dei filamenti; e del bianco ghiaccio della schiuma cangiante delle onde, sono fatte le perle che pendono lungo il corpo di donne dallo sguardo sospeso in mezzo a quella profondità leggendaria.
E quelle perle sono barocche, uniche e sole, “perché sono irregolari, nessuna uguale all’altra”, nessuna identica in forma e colore, come figure buttate sul mondo destinate a fuggire la conformità; e il materiale utilizzato da Manuelita è un armamentario naturale, ogni cosa cresce da sé, come la pietra raccolta sulla battigia e poi incastonata nel cuore e che sotto l’effetto dell’acqua ti restituisce ancora intatto ogni riflesso della sua personalissima storia; è materiale povero, poverissimo pure, riciclato, e non c’è colla a unire le parti, ma solo il gesto paziente e umile della cucitura, a rinsaldare quel legame ormai perduto a causa dell’invadenza chimica anche negli abbracci.
Forse anche in Fascino Bizantino è la saggezza e l’intelligenza del femminile a donare un forte senso di appartenenza all’universo che ci circonda; è la strepitosa sorellanza tra la foggia regale della natura e la fierezza di indossarne i frutti, che fa sentire una donna regina di un regno senza tesori né palazzi, fatto solo di ciottoli e fili da intrecciare. E come ogni volta una collana di suoni e colori fa capolino per una storia tutta da raccontare.