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Trame 4 si chiude nel ricordo dei padri

Si chiude la quarta edizione di Trame con una serata di incontri all'insegna dell'appartenenza alle origini e alla propria terra.
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Il manifesto di Nando Dalla Chiesa negli occhi del padre

La ‘ndrangheta è una forza sociale e criminale con capacità di colonizzare il territorio

10425831_331315443691283_990594448_n É domenica, ultimo giorno di Trame, quarta edizione del Festival dei libri sulle mafie che si tiene a Lamezia Terme. E che Lamezia abbia risposto fino in fondo non è dato sapere così su due piedi, su due dati raccolti con lo sguardo sulle sedie occupate da spettatori o dalle brochure lasciate lì per informare. Certo che aggirandoti nella cornice del Chiostro di S. Domenico te li ritrovi un po’ di ragazzi all’incontro con Nando Dalla Chiesa, di professione docente e di destino figlio del generale Carlo Alberto, vittima di un feroce agguato mafioso.
In compagnia del giornalista Carmelo Sardo, Dalla Chiesa ha parlato del suo Manifesto dell’antimafia, edito da Einaudi, un libro per comprendere quali sistemi di forza stiano dietro la mafia, le molteplici forme con cui questa si dispiega nel territorio, e l’impegno nuovo che va richiesto all’antimafia perché non ripieghi in un insufficiente movimento di coscienze o in uno sterile attacco frontale, quando è dai fianchi che il potere dilaga. Perché “la ‘ndrangheta è una forza sociale e criminale con capacità di colonizzare il territorio – spiega il professore – non desidera il profitto, ma controllare”.
E tra i primi suggerimenti tattici invita a non considerare l’avversario come oggetto della propria immaginazione, perché “l’avversario si studia”, sottolineando quanto i luoghi comuni siano fuorvianti per un’efficace attività antimafia: “Le riunioni non avvengono in posti nascosti o nei piani alti dei palazzi, ma nei bar e nei ristoranti, perché dai piani alti non lo controllano il territorio”.
Ma un manifesto di lotta non è tale se non ci sono indicazioni su quella che può essere l’anima dell’oggetto da distruggere, e così Nando Dalla Chiesa lancia l’idea delle “tre c” come componenti della forza mafiosa: i complici, i codardi e i cretini.
I complici sono ovviamente coloro che offrono il loro appoggio, “quelli che vendono sentenze”, ma anche i giornalisti che “scrivono un articolo a sostegno”; i codardi sono quelli che “non si assumono la responsabilità di contrastare o che omettono i controlli”; e infine i cretini sono “i tecnicamente inadeguati”, coloro i quali vengono preferiti a chi avrebbe molto più competenza di loro.
L’incontro termina con il ricordo delle parole di Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Ci sono cose che non si fanno per coraggio, si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli”. La platea sente addosso quelle parole, e scorge forse un po’di quello sguardo negli occhi del figlio.

Non è poi così lieve il ricordo di Caterina Chinnici

Una figlia che ha ancora vivi nella mente i giorni concitati di un’enorme tragedia

10488898_331315383691289_1522767320_nÈ così lieve il tuo bacio sulla fronte. È un titolo bellissimo che non è stato suggerito dall’editor di Mondadori, ma dalla stessa Caterina Chinnici, autrice di un libro in cui racconta la drammatica storia della sua famiglia, la tragica fine del giudice Rocco Chinnici suo padre.
É stata un’autobomba in via Pipitone Federico a Palermo a sventrare l’androne di un palazzo e la vita di un magistrato che riunì sotto la sua guida un gruppo di giudici istruttori, tali Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Giuseppe Di Lello, i futuri componenti del pool antimafia.
Caterina Chinnici, figlia primogenita, a sua volta giudice impegnata nella lotta alla mafia, racconta con il giornalista Felice Cavallaro la genesi di questo libro, in una Piazzetta San Domenico che pare non aspettasse altro, vista l’affluenza fin sopra gli scalini che la separano dal corso. Racconta la serenità indotta dal padre, inutilmente in giorni in cui la tensione si respirava a pieni polmoni; e lo squillo del telefono a cui il giudice rispondeva in tutta fretta, prima che qualcun altro della famiglia potesse appiopparsi le minacce, fino a quando una volta quello squillo non avvisò della morte del generale Dalla Chiesa, e lo sguardo di Rocco Chinnici si fece premonitore del proprio drammatico epilogo.
Una figlia che ha ancora vivi nella mente i giorni concitati di una tragedia che ha visto morire anche gli uomini della scorta, l’innocente portiere dello stabile dove il magistrato viveva insieme alla moglie e ai figli, colpevole di essere “troppo gentile nei confronti di mio padre, doveva sempre accompagnarlo dalla macchina all’ascensore, e viceversa”.
Ma se anche Caterina Chinnici è un magistrato, “con un forte senso dello Stato e delle istituzioni”, non può però nascondere l’amarezza per un caso dai risvolti ancora misteriosi, nonostante siano stati condannati i responsabili dell’agguato; e non può nascondere il timore che si torni “all’indifferenza civile di allora, proprio oggi – continua il giudice – che disponiamo di tante conquiste in tema di lotta alla mafia”. E cita a titolo di esempio il codice antimafia e la legge di confisca dei beni ai mafiosi.
Eletta al Parlamento europeo tra le fila del Pd, la Chinnici viene infine incalzata da Cavallaro a rispondere della sua indole politica: “Io rimango sempre un magistrato – ha replicato – la politica per me è servizio ai cittadini e non un campo di battaglia per accaparrarsi una poltrona”.

Maria Carmela Lanzetta e un sorriso di Calabria

Io sono sempre Maria Carmela, con i mei amici e la mia Calabria

10466828_331315430357951_1464742488_nSono le 21,30 nella Piazzetta San Domenico, quando il ministro degli Affari Regionali nel Governo Renzi, Maria Carmela Lanzetta, se ne sta minutamente seduta accanto alla stazza più imponente di Gaetano Savatteri, giornalista nonché direttore del festival.
L’ex sindaco di Monasterace, entra subito in empatia con il pubblico, complici il suo sorriso ancora genuino – lontano dall’espressione pleonastica di taluni altezzosi profili istituzionali – e la dialettica della porta accanto munita di semplice ed efficace capacità di convincimento.
Savatteri è secco nelle domande, quasi metronomico: “Quali sono i suoi rapporti con Civati e Renzi”, “Buoni”; “Mi faccia un nome di candidato al governo della Calabria” “Non saprei” “Uno solo” “No, veramente non saprei”. Certo è un incontro dinamico, sferzato dalle prime folate fresche, e certo l’occhio corre subito alla gradinata della Chiesa di S. Domenico, dove ricordi essersi accomodato Gianni Speranza, che infatti sornione ascolta il ministro tergiversare su quell’argomento.
Ma sul Pd risponde la Lanzetta, eccome: “É un buon partito proprio perché ha molte anime – è la sua definizione – e quello che faccio io è metterle insieme”.
Alla domanda sulla riforma del Senato e la reintroduzione dell’immunità estesa a tutti i parlamentari, risponde “assolutamente no”, senza giochi di parole, “perché vanno giudicati come tutti gli altri cittadini”, e finisce pure per offrire la soluzione: “È nella sede dei partiti che va operata una selezione dei candidati, secondo l’onestà e la trasparenza, oltre che le competenze”.
E poi risponde sull’efficienza della Calabria con un sistematico: “Sono tre le priorità: trasporti, sanità e ambiente. A, b e c, per un approccio diretto con l’uditorio. E l’uditorio apprezza, commentando direttamente nel bel mezzo dell’incontro.
Ma la sempre più vera Maria Carmela Lanzetta, così come da lei confermato, viene fuori parlando della Calabria come terra a cui restare attaccata, anche dopo i suoi viaggi oltre regione ormai più frequenti: “Io sono sempre Maria Carmela, con i mei amici e la mia Calabria, il cordone ombelicale a cui attingo ogni volta per ricaricarmi e ripartire”. Con il suo sorriso di sempre.

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Dalla terra e dal pane le pagine di Carmine Abate

I miei racconti sono piccoli contributi di resistenza

10437265_331316470357847_2118611065_n“Questo libro nasce da uno schiaffo, preso per aver dato un calcio ad un panino”. Questa l’introduzione non certo di un gianburrasca qualunque ma del noto scrittore, vincitore di un Campiello con il romanzo “La collina del vento”, Carmine Abate, presente a Trame per presentare il suo nuovo libro Il bacio del pane, edito da Mondadori.
“Era mia nonna – ha continuato a raccontare – che mi disse che il pane non si butta così, che è sacro, va rispettato, perché costa troppa fatica farlo”. E da qui poi il bacio che il piccolo Carmine diede al tozzo di pane, prima di buttarlo nel beverone dei maiali.
Questo aneddoto per identificare in un episodio la genesi del libro, e trarne un grande insegnamento: “Per ottenere cose buone dalla vita devi faticare, non basta solo il talento”.
A moderare l’incontro, in cui è presente anche il magistrato Gabriella Reillo, la giornalista Maria Scaramuzzino, la quale sottolinea l’immaginario descritto dal libro, quello tipico calabrese tra scenari brulli e distese di uliveti, come fossero pagine esaltate dagli odori e da ritratti stesi come cartoline. E Carmine Abate le conferma di “raccontare storie ambientate in questa terra per dimostrare il mio amore, un amore che non confesso a parole solo per pudore, il mio è un rapporto viscerale con la Calabria”.
Anche Gabriella Reillo rievoca scenari che il libro a suo avviso ripropone come un concentrato di diapositive, memorabilia di sensazioni che restituisce “quello stesso mare e quella stessa società” di cui riconosce i tratti. Ma c’è un profilo in più in questo libro, un dettaglio importante che dal punto di vista di un magistrato diventa una chiave di lettura: una storia-denuncia. E infatti la Reillo, come in un pretesto fuori letteratura, non può che sottolineare un problema quanto mai attuale: la mancanza di un compiuto collegamento tra istituzioni e società, con la drammatica conseguenza che gli imprenditori che ad esempio denunciano i loro estorsori non vengono sostenuti con aiuti anche economici, e che mancano adeguati strumenti per agevolare chi vuole denunciare.
“I miei racconti sono infatti piccoli contributi di resistenza – risponde nel merito Abate – perché a me interessa raccontare di gente che non ha voce in capitolo”.
E il fatto che sia emigrato da così tanti anni gli permette comunque di raccontare come si deve la Calabria? “Racconto con l’occhio della distanza, riesco così con naturalezza a raccontare la complessità di questa terra”, risponde, garantendo infine un attestato di assoluta compartecipazione dei sensi: “Non c’è niente di meglio che il pane appena sfornato con i fichi freschi appena raccolti”. Dalla sua terra alle sue pagine.

Foto di Ennio Stranieri