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Trame 4: La pioggia frena la partecipazione ma non i contenuti

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Ed arrivò la pioggia sul festival. Il maltempo ha fortemente inciso sulle presenze alla prima parte della seconda giornata di Trame. L’acqua proveniente dal cielo ha cambiato le location della manifestazioni. Non più il chiostro ma il Teatro Umberto, non più il cortile di Palazzo Nicotera ma la sua Sala Affrescata. Luoghi al chiuso che, nonostante siano di minor capienza rispetto ai piazzali all’aperto, sono risultati più che sufficienti a contenere il pubblico intervenuto ai diversi dibattiti pomeridiani. Smesso di piovere i lametini non sono mancati all’appuntamento con la “star” , il magistrato Nicola Gratteri.

“La mafia nel momento in cui non uccide lo fa per entrare in un cono d’ ombra necessario per concludere gli affari con la zona grigia” spiega Gian Carlo Caselli nel primo incontro di giornata dal titolo “La lunga battaglia dell’antimafia”.  Il magistrato illustra quali sono i motivi per cui il fenomeno mafioso ancora sopravvive “abbiamo a che fare con le mafie da due secoli, questo perché i mafiosi non sono soltanto ganster ma hanno anche interessi esterni, ovvero rapporti con pezzi consistenti dell’ economia, della politica, della magistratura. La zona grigia, quindi, è la spina dorsale del fenomeno mafioso. Finchè ci saranno queste relazioni esterne ci sarà la mafia”.Caselli sottolinea come quello delle criminalità organizzate “non è soltanto un problema di ordine pubblico ma è un sistema. La lotta a questo fenomeno deve essere al primo punto dell’agenda politica di ogni governo. Questo è un fenomeno che si può contrastare, basta volerlo, basta organizzarsi”. Intervistato da Andrea Purgatori, il magistrato spiega le diverse tipologie di antimafia necessarie per combattere tale tipo di criminalità “l’antimafia della repressione non può essere l unico strumento di lotta, ma essa deve essere accompagnata anche dall’antimafia della cultura e dall’antimafia sociale, quella dei diritti”. Per Caselli, infatti, il diritto alla casa, al lavoro, all’assistenza economica e sanitaria devono essere garantiti dallo Stato, poiché nel momento in cui viene meno questa garanzia ecco che interviene il boss di turno che fa passare tali diritti come favori chiedendo qualcosa in cambio.

“Mistero sulla morte di un medico” è stato un interessante incontro in cu si sono raccontate le vicende oscure che hanno avvolto la morte di Attilio Manca. Il fratello del medico, Gianluca, racconta i suoi dubbi “ringrazio il festival per avermi dato l’occasione di parlare di Attilio. Ogni opportunità, infatti, è utile per diffondere la verità che periodicamente viene insabbiata nelle aule giudiziarie”. I familiari del medico che curò Provenzano si accorsero sin da subito che non poteva trattarsi di suicidio, ma che Attilio era stato ucciso “non perché era mio fratello” afferma Gianluca “ma sono gli elementi giuridici che sono emersi in questi dieci anni che evidenziano come non si è davanti ad un caso di suicidio”.

Due i fattori valutati dai familiari su cui poggia tale convinzione. La prima è l’appartenenza territoriale, il contesto in cui i Manca sono vissuti “la nostra città, Barcellona Pozzo di Gotto, è un punto nevralgico dove confluiscono situazioni di natura mafiosa ed anche massonica. Città luogo di latitanti, qui si nascose Nitto Santapaola, città che ha offerto l’ urologo a Bernardo Provenzano”. Il secondo elemento è di carattere professionale, ovvero Attilio Manca nel suo campo era l’unico specializzato, dunque, è logico che un boss si affidi al miglior medico in circolazione, specie se è siciliano, specie se è di Barcellona Pozzo di Gotto. La teoria del suicidio non si regge in piedi in quanto Attilio era mancino ed il cocktail letale se lo sarebbe iniettato da solo con la mano destra, senza peraltro lasciare impronte digitali sulle siringhe utilizzate. I familiari del medico, inoltre, hanno ultimamente scoperto che non era stato mai realizzato l’esame tricologico sul cadavere del loro congiunto. Esame, inventato a questo punto, in base al quale, invece, Attilio Manca è stato dichiarato un tossico dipendente. “Non siamo arrabbiati, ma indignati” spiega Gianluca Manca “siamo cittadini intelligenti e razionali e chiediamo una giustizia intelligente e razionale. Parafrasando Pasolini, noi sappiamo e abbiamo le prove, ma non riusciamo a dimostrarle” denuncia il fratello del medico ucciso “cosi come vogliono chiudere la trattativa Stato-mafia, anche la verità sulla morte di Attilio Manca han deciso che non dovrà mai emergere”

“Abbiamo superato la cultura negazionista del fenomeno mafioso di cui credo conosciamo molto, non tutto, ma molto”. Ad affermarlo è Francesco Forgione all’interno del dibattito dal titolo “Mappa del crimine. Volume secondo”. Per l’ex presidente della Commissione Antimafia “ sappiamo quale è la natura dei rapporti con l’economia e con la politica, quello che dovremmo conoscere meglio, invece, è la natura di quella parte della politica e dell’economia che interagiscono con il mondo della criminalità organizzata”. A proseguire su questo filone di pensiero è il magistrato Vincenzo Macrì “dopo 150 anni di dura repressione ancora parliamo di mafie e di situazione di emergenza, c’è qualcosa che sfugge, non conosciamo ancora l’elisir di lunga vita delle organizzazioni mafiose”. Per il magistrato il motivo per cui si son vinte tante battaglie ma non la guerra definitiva risiede nel rapporto tra Stato e criminalità organizzata “non è più la mafia che cerca di intrufolarsi nell’apparato pubblico, ma è lo Stato che cerca la malavita organizzata perché ha la necessità di accedere a dei servizi illegali. Questo è il motivo per cui ad oggi le mafie sono invincibili”. Macrì passa successivamente a descrivere il percorso seguito dalla ndrangheta per insediarsi nel nord di Italia: dalla stagione dei sequestri degli anni 70, utili per acquisire denaro e poter entrare sul mercato degli stupefacenti, agli ultimi anni in cui la mafia è divenuta forza imprenditoriale.

“Sono tanti i motivi per cui le mafie, che hanno numerose risorse umane e finanziarie, cercano il consenso sociale, uno su tutti la protezioni dei latitanti”. Lo spiega Alfredo Mantovano nel dibattito avente tema “Perché la mafia piace a tanti”. Mantovano spiega come “su 10 dei latitanti arrestati negli ultimi anni 9 erano a casa loro. Restano lì perché sono consci di poter contare non solo sul complice o sul gregario, ma anche su quelle persone non affiliate che patteggiano più per loro che per lo Stato e ne garantiscono, dunque, la latitanza”. Forti critiche poi vengono sollevate alla fiction “Il Capo dei Capi” rea di aver esaltato il ruolo dei mafiosi, nonché all’ultima produzione televisiva “Gomorra”, colpevole di non trasmettere nessun segno di speranza. “ In quelle aree che solo pochi anni fa sembravano irrimediabilmente perse” sostiene Mantovano “in realtà oggi mostrano dei segnali di reazione che vanno raccolti e coltivati. Non è vero che non c’è più nulla da fare”. Domenico Airoma, autore di un libro sul consenso sociale delle mafie, si sposta dalla fiction alla musica “per capire il forte radicamento delle mafie si possono analizzare alcuni cantanti neomelodici. Ad esempio, Lisa Castaldi che in una sua hit elogia il camorrista come uomo pieno di qualità, dicendo, invece, peste e corna di polizia, pentiti e magistrati. Castaldi a Napoli vende milioni di copie, segno del fascino provocato dalla figura del camorrista”. Airoma spiega anche il perché ciò avviene “ per molte persone, il boss in qualche modo è la figura più vicina a loro, più di quanto lo siano i diversi soggetti istituzionali. Le persone hanno delle esigenze, pongono domande a cui lo Stato dovrebbe dare delle risposte, ma in assenze di queste la gente si rivolge al malavitoso di turno”. Il magistrato Domenico Prestinenzi solleva, invece, forti critiche all’azione dello stato in materia di confisca dei beni “il sistema si e dimostrato inadeguato, e lo è anche oggi che è stata realizzata l’Agenzia dei beni confiscati”. Il problema è culturale per il magistrato che racconta alcune testimonianze nei processi in cui le persone tranquillamente affermavano che per risolvere i loro problemi, o per vedere rispettati i propri diritti, non dovevano rivolgersi al potere pubblico ma a quello del malavitoso che controllava l’intero territorio. “La società civile” conclude Prestinenzi “si è adeguata allo schema di condotta mafiosa”