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Il tuffo in una stanza

L'esordio del giovane artista lametino Mario Vitale alla regia cinematografica
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Il Tuffo è la storia di un uomo che decide di divenire attraverso il suo sogno

Siamo davanti a una pellicola intensa, senza una sola inquadratura di troppo, proiettati dentro una stanza con tre presenze, che si scrutano e parlano come se il mondo di sempre fosse tutto racchiuso in quella sala d’attesa, tra la moquette che resiste al tempo e il tempo che non esiste più.
È il buio in sala a ricordarti che Il Tuffo è un cortometraggio, perché poi arrivano le luci a svelarti che in meno di mezz’ora ti è stata raccontata la vita o il suo contrario, la rinascita o il preludio, mentre ancora ti chiedevi se Corso, il protagonista nerd e abbottonato teneramente interpretato da Achille Iera, potesse rivelare un epilogo in vero stile felliniano.
Ma nell’opera prima del giovane lametino Mario Vitale, con alle spalle un bel po’ di videoclip musicali e nel curriculum una voce come assistente alla regia di Carlo Carlei nella serie “Il Giudice Meschino”, qui dunque al suo esordio nella regia cinematografica con un cortometraggio indipendente interamente autoprodotto dalla Bunker Film di sua proprietà, in un’opera prima, dicevamo, non si possono  mettere subito in conto i maestri e i rimandi, quanto invece i sogni e le speranze.
Eppure, considerando Il tuffo un chiaro esempio di film da camera, interamente girato in una stanza, non si può fare a meno di scorgere Vitale attingere a piene mani in uno scomparto cinematografico di Bergman; così come nell’equilibrio tra ambientazione e protagonisti, non si può non rilevare che la regia e la sceneggiatura spingono Corso a incrociare le vita degli altri, per vivere la sua in un pretestuoso scambio di opinioni al limite della filosofia, come succedeva ai tempi della Nouvelle Vague.


Lungo la scena comunque i toni non si alzano mai, tutte e tre le figure sono come accomodate in una dimensione smorzata dai dubbi che inchiodano il protagonista ad una realtà di passaggio, per un’esperienza forse più importante ancora di quella che parole e immagini trasmettono. Una sorta di aurora dove le parole si scuotono dal peso di ogni utile rivelazione, perché allo spettatore sia consentita solo un’accennata percezione. Qui viene fuori l’intelligenza sentimentale di questo regista, il suo invito ad attraversare un fitto paesaggio di stimoli visivi e di parole vive, grazie anche alla collaborazione nella sceneggiatura di Marco Cavaliere, giovane lametino scrittore di racconti che s’inseriscono nello stesso serbatoio di soluzioni esistenziali.
Il Tuffo è la storia di un uomo che forse decide di divenire attraverso il suo sogno, con l’incoscienza di accettare conseguenze pericolose, di buttarsi senza paura in un mondo che sebbene non conosce sembri attirare ogni suo respiro, che sebbene non conosce forse ha intravisto chiudendo gli occhi ancora prima di tuffarsi; e parlando di questo film il “forse” è d’obbligo, perché Vitale non spiega un accidente, ci trasporta dentro un dialogo di poetica follia tra uomini che attendono di entrare o di uscire, è incomprensibile, perché è l’attesa che conta prima del tuffo, la preparazione in vista di un passaggio o del suolo.
E Corso ha paura, nello sguardo e nelle pose, e l’uomo di cui fa conoscenza in quella sala d’attesa lo incalza, il veterano interpretato con compostezza da Dario Natale la sa lunga per esperienza, perché lui s’è immerso nel sogno, quante volte l’ha fatto, e racconta di luoghi esplorati col ghigno beffardo del sopravvissuto: alla ricerca di una dedica alla vita, Corso ottiene poesia da quei consigli.


E poi c’è l’altro, il dandy silenzioso, un cerimonioso Michelangelo Mercuri per raccontare lo sdegno per l’umile Corso senza proferire parola, che ascolta quelle stilettate esistenzialiste come se poco gli importasse della realtà, impettito nel muto egocentrismo che non si nutre di attualità, un dandy ricercato forse per inevitabile contrappeso alla noia di giorni sempre uguali. E ancora il personaggio interpretato da Stefania De Cola, passo e tacco da hostess e vocazione da infermiera, che accoglie Corso e lo accompagna nell’atrio kafkiano.
Ogni scelta di questo film appare rigorosamente meditata, mai banale, ogni minima sequenza congegnata come fosse un dipinto. Mario Vitale sa di lavorare in un ambito che è insieme visivo e letterario, che si tratta di creare emozioni, che certe immagini interiori (la consapevolezza di sé, il coraggio di esprimere la propria vita) non sono specificità esclusive del linguaggio cinematografico. E si comprende allora la scelta di affiancarsi alla sceneggiatura con la profondità e la semplicità della scrittura di Cavaliere, rivelando un sussurrato rimando ad alcuni modelli del cinema italiano contemporaneo (Paolo Sorrentino per i primi piani e lo sguardo sulle parole).
Realizzare un film con questo linguaggio cinematografico, scrivere il cinema badando alla stesura affinché l’informazione non sia mai nuda, mai prevedibile, mai banale, per non filmare la vita così com’è ma per come potrebbe essere senza mostrarla, realizzare un film così, anche nella sua brevità, ci trasporta dentro la follia di un uomo che vuole cambiare, che vuole sistemare la vita a modo suo. Così come fanno i bambini coi balocchi, gli uomini con i sogni, i registi con i tuffi nel buio delle sale.

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