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Turchia: prosegue la repressione, chiusa anche Wikipedia

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Da sabato 29 aprile la Turchia ha bloccato l’accesso a Wikipedia, l’enciclopedia on-line più cliccata al mondo, per contenuti che «presentano il Paese come sostenitore del terrore e ne danneggiano l’immagine».

Secondo l’Autorità turca delle comunicazioni (BTK), il noto portale avrebbe infatti messo in atto una “campagna diffamatoria” contro la Turchia, sostenendo in alcuni suoi articoli l’esistenza di legami tra il governo di Ankara e i gruppi terroristici attivi nel Paese. Le autorità turche hanno dichiarato di essersi messe precedentemente in contatto con i gestori del sito, di aver richiesto la rimozione dei contenuti incriminati e di aver quindi proceduto al blocco totale del sito una volta ricevuto il rifiuto.

D’altronde, in un Stato in cui l’informazione è sotto il totale controllo del governo – dalle emittenti televisive, alla carta stampata, al web -, non è certo la prima volta che si spengono reti reputate ostili. Già nel 2008 era stato bloccato Youtube (poi sbloccato nel 2010) per alcuni presunti video nei quali «si insultava» la figura del padre fondatore della Turchia moderna, Mustafà Kemal Ataturk. Per non parlare poi di altri social network come Facebook, Twitter, WhatsApp, puntualmente rallentati o oscurati durante notiziari ed eventi politici che avvengono nel Paese. Si conta che da maggio 2016 ad oggi, in Turchia, siano stati chiusi ben 111mila siti.

Fatti gravissimi che testimoniano come la libertà d’espressione sia sempre più imbrigliata e soffocata e tutta l’informazione veicolata nella stessa direzione, quella scelta dal Presidente Erdogan. L’impressione è che i media, i social ed internet più in generale, siano diventati potenti strumenti usati dal Sultano per orientare l’opinione pubblica e diffondere le notizie a proprio piacimento.  Non può essere infatti un caso se nella campagna elettorale per il referendum del 16 aprile – in cui è risultato vincitore -, il leader turco è stato ovunque su qualsiasi mezzo di informazione, mentre i suoi oppositori hanno avuto possibilità limitate di fare campagna elettorale. La deriva dittatoriale è quindi sempre più evidente, specie dopo la vittoria del sì, con il potere di Erdogan che potrebbe diventare pressoché illimitato, portando così a compimento quella che è la sua agenda politica, un controllo autoritario sulla Turchia.

Il web non è difatti la sola vittima dell’ultima repressione del regime. In questi giorni Erdogan ha anche ripreso la feroce “caccia” contro i presunti affiliati “all’organizzazione Gülen”, accusati del fallito colpo di Stato di luglio 2016. Nell’ultima settimana, 2.638 persone sono state arrestate a seguito di una maxi operazione condotta con l’ausilio di più di 71mila agenti nelle 81 provincie della Turchia. Gli ultimi arrestati si aggiungono alle decine di migliaia di turchi incarcerati da quando il Presidente ha dato avvio alla repressione post-golpe. Un fenomeno che ha assunto proporzioni tali da far sorgere molti dubbi sul fatto che tutte le persone coinvolte abbiano realmente avuto un ruolo nella rete di Fethullah Gülen (la presunta mente del colpo di Stato) e che fa pensare che lo “stato d’emergenza” (o “lotta al terrorismo”, come dir si voglia) sia piuttosto utilizzato dal Premier come pretesto per far fuori tutti i suoi nemici e chiunque possa mettere a nudo la sua retorica.

Effettivamente le retate hanno coinvolto diversi ambiti della società: poliziotti, magistrati, avvocati, insegnanti, giornalisti, attivisti per i diritti umani, considerati «affiliati o connessi ad organizzazioni terroristiche che, secondo il Consiglio di sicurezza nazionale, si impegnano in attività contro la Sicurezza dello Stato».

Le parole chiave sono sempre «sicurezza nazionale» e «terrorismo», ma in Turchia è un terrorista chiunque dia fastidio al potere.

Secondo gli esperti, le persone fra arrestate e fermate in questo momento sono circa 150mila. Un bilancio che cresce ulteriormente se a questi numeri si aggiungono i fermi in seguito agli scontri tra manifestanti e autorità durante la protesta del primo maggio, che ammontano a circa 160.

Cifre decisamente allarmanti, che mostrano la gravità della situazione in un Paese che sta assumendo sempre più i connotati di una dittatura, con arresti praticamente all’ordine del giorno e dove si finisce in galera per una frase sospetta o un tweet, senza un’accusa precisa e senza limiti temporali.

Lo stesso Gabriele Del Grande, il reporter italiano arrestato al confine con la Siria e rilasciato dopo 15 giorni, disse inizialmente di non conoscere i motivi del fermo –poi si seppe che era stato accusato da Ankara di «parlare con terroristi»-, sottolineando che dietro le sbarre della Turchia restano altri 174 giornalisti imprigionati dopo il tentativo del colpo di Stato.

Difatti, in quest’atmosfera di estrema tensione, sono soprattutto i giornalisti a pagare il prezzo più alto. Perseguitati e minacciati, in una condizione di costante censura da parte del governo, molti dei reporter detenuti rischiano pene pesantissime, persino l’ergastolo.

Fortunatamente di fronte a tutto ciò si stanno muovendo in tanti, anche negli ultimi giorni e in particolare il 3 maggio, in occasione della Giornata mondiale sulla libertà di stampa, che ha visto gruppi di attivisti e associazioni mobilitarsi in loro sostegno.

Il segretario generale di Amnesty International, Salil Shetty, ha dichiarato: «Oggi i nostri pensieri vanno a tutti i giornalisti in carcere, a quelli che subiscono minacce e rappresaglie, ma soprattutto a quelli della Turchia, dove la libertà d’espressione viene brutalmente imbavagliata. Chiediamo alle autorità di Ankara di rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti i giornalisti che sono in carcere solo per aver fatto il loro lavoro».

Ma Erdogan sembra essere sordo ai richiami e dopo l’ambigua vittoria della riforma costituzionale si prepara ad altre due tappe referendarie: quella sulla permanenza della Turchia come Paese candidato alla UE e quella più preoccupante sulla reintroduzione della pena di morte, tema scottante anche per la stabilità dei rapporti in politica estera.