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Un sabato sottotono per la quarta edizione di Trame

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IL FESTIVAL

Trame e’ un festival strano. Un festival sui libri che si occupano di mafia organizzato in una città, come Lamezia Terme, in cui ci sono state durante l’anno operazioni importanti portate a termine dalle forze dell’ordine. Di questo, però’, ad un giorno dalla chiusura non se ne è parlato come, invece, aveva invitato a fare il sindaco Speranza nella conferenza stampa di presentazione della manifestazione. Una sorta di allergia del festival alla città che lo ospita,cercata di attenuare con la presenza di alcune testimonianze e di alcuni giornalisti della piana tra i moderatori. Il ragionamento non riguarda il singolo, ma il tessuto sociale politico ed economico di questa città, di Lamezia nel suo complesso. Si parla di valorizzare, coinvolgere, usufruire delle capacità, professionalità, di chi in questa città si impegna ogni giorno, anche nella cultura, a diffondere valori antimafia. Solo in quest’ottica si concepisce la mancanza della trattazione di alcuni argomenti come, nel suo piccolo, si spiega anche il mancato coinvolgimento di quei ragazzi che portano avanti i valori della legalità attraverso il fumetto. Giovani chiamati ad impegnarsi in altre realtà, di tutta la Calabria, ma non a Lamezia, nella loro città. Eppure a Trame si parla di antimafia a fumetti…Evidentemente si vuol far rimanere un festival calato dall’alto, che non vuole abbracciare la città. Conseguenza ne è che la stessa città risponde cosi come ha fatto nella quarta giornata, come del resto in tutte e quattro le edizioni. Una presenza che va a scemare, ed un motivo potrebbe essere  per via la ripetitività sia degli argomenti sia degli ospiti. Prova ne è quanto dice la scrittrice Rabia in uno degli ultimi dibattiti  “per chi ha seguito il festival in questi giorni forse risulteremo ridondanti e pleonastici”. Questi sono alcuni degli aspetti organizzativi della manifestazione che approfondiremo, però, a fine festival.

I CONTENUTI

La quarta giornata viene aperta dal dibattito sul come la Calabria viene raccontata. Filippo Veltri spiega ciò che lo ha spinto a scrivere insieme ad Aldo Varano alcune riflessioni sulla Calabria ed i calabresi “il libro è volutamente provocatorio. Ci siamo accorti che vi era una narrazione diseguale di questa terra, un racconto che non teneva in conto non tanto delle cose positive ma della complessità delle vicende calabresi, consegnando così all’esterno una visione della Calabria fondata su luoghi comuni o su frasi fatte”. Intervistato da Salvatore D’Elia, Veltri parte all’attacco sia di pezzi della Chiesa calabrese, rea in passato di aver tentennato nel pronunciare parole dure di condanna verso la ndrangheta, come di tutti quelli che fino ad ora hanno raccontato la Calabria accentuando dati e fati di per sé già gravi “anche una narrazione non precisa, non corrispondente a quanto accade nella realtà, incide negativamente sulla possibilità di sconfiggere definitivamente la ‘ndrangheta”. Una narrazione che, secondo lo scrittore, ha come problema centrale proprio la questione ‘ndrangheta. Veltri, infine, non risparmia dalle critiche né i politici né la cosiddetta società civile “i politici hanno agevolato a descrivere la Calabria come un mare magnum tutto nero in maniera tale che si potessero nascondere le loro nefandezze” mentre i cittadini vengono definiti dallo scrittore “ società incivile la cui fragilità ha fatto espandere quel che viene chiamata zona grigia, il vero problema della lotta alla ndrangheta”. Lo scrittore, dunque, lamenta la mancanza in Calabria di una forte indignazione da parte dei suoi abitanti, sottolineando come molte indagini negli ultimi anni hanno evidenziato la vacuità di una certa antimafia calabrese.

“Si possono adoperare altri strumenti per raccontare il tema della mafia in maniera tale che raggiunga anche i più giovani”. Sono le parole dello scrittore Riccardo Guido in riferimento all’uso del fumetto quale canale di comunicazione per veicolare il messaggio di legalità verso gli adolescenti. “Parlare in modo semplice, spiegare cosa sono le mafie, andare a colpire i ragazzi quando ancora nessuno gli ha messo idee sbagliate in testa sulle mafie” spiega Guido “raccontare quale è la vera vita che fanno i mafiosi, perché sono alla continua ricerca di potere e soldi”.  Danilo Chirico, rappresentante dell’associazione DaSud, sottolinea come “Riccardo non si occupa di narrativa per bambini, è stato curioso riuscire a capire come è stato capace a raccontare una  mole di informazioni enormi in tema di mafia in uno spazio così ristretto e con un linguaggio diverso”. Chirico non cela le insidie che si nascondono quando ci si cimenta a raccontare la mafia, giacché mille possono essere le interpretazioni del fenomeno con il rischio di inciampare in qualche scivolone. “Quando si parla di mafia è necessario puntare a due obiettivi, rigore e capacità di arrivare lontano” afferma Chirico “il libro di Guido, Salvo e le mafie, li centra entrambi attraverso tre tecniche: l’utilizzo del punto di vista di un bambino, una storia complessa nella quale tutti si possono immedesimare, l’utilizzo di un linguaggio particolare” . L’esponente di  DaSud, infine, rimarca il ruolo importante del fumetto anche nella narrazione della mafia “ la conoscenza delle criminalità organizzate  deve essere di tutti. È necessario, quindi, poter arrivare a tutti,  anche ai bambini, ai giovani. Dove non arrivano i magistrati, i giornalisti, gli scrittori, dunque, possono arrivare i fumetti”. Obiettivo non centrato da questo dibattito.

Francesca Miscimarra  è una imprenditrice lametina che ha detto no al racket. Torna per la prima volta dopo otto anni nella sua città per raccontare la sua storia “non ho lasciato Lamezia Terme per paura, ma perché non avevamo più lavoro, non avevamo più commesse. È un gesto forte dire no, denunciare, venivamo visti come quelli che avevano fatto una cosa sbagliata, ma invece no, e’stata la cosa giusta. Ci vuole tanto coraggio e fiducia”. L’imprenditrice si commuove quando descrive lo stato d’animo di quel periodo “ loro ti distruggono psicologicamente, la mia famiglia si stava distruggendo, stavo perdendo mio padre. Sei soggiogata da queste persone, una pedina nelle loro mani, la tua vita e’ in loro possesso. La cosa giusta è rivolgersi alle forze dell’ordine per riprendersi la propria vita”. Miscimarra, in conclusione, lancia il suo messaggio di speranza e di lotta alla mafia “mi auguro di lavorare insieme a tutti voi per dare un futuro ai nostri figli. Non si è soli , tutti insieme ce la possiamo fare” . Altra capitana coraggiosa, questo il titolo dell’incontro, è Elena Ferraro di Castelvetrano, la quale racconta la reazione dei suoi concittadini al suo gesto di denuncia “la risposta della città è stata ambigua. Da una parte gli over 50 hanno avuto un gesto di ritrosia dall’altra, invece, i giovani li ho sentiti più vicini, soprattutto quelli delle scuole in cui ho fatto diversi incontri. Loro sanno che c’è la possibilità di dire di no”. Raffaella Ottaviano, infine, è una negoziante di Ercolano che ha detto di no non solo al racket ma anche alla protezione militare “non ho appositamente voluto la scorta, un segnale per la mia città per far capire che se se siamo uniti siamo una forza.”

“La scomunica della ‘ndrangheta da parte di Papa Francesco è un gesto molto importante, tanto quanto il messaggio di Papa Giovanni Paolo II a Palermo”. Ad affermarlo è John Dickie, scrittore, che individua nel 1992 l’anno cruciale in cui si è avuto un cambiamento storico nella lotta alle mafie “il messaggio di Papa Wojtyla è un momento storico soprattutto in considerazione della forte religiosità che caratterizza gli esponenti della mafia. La chiesa, infatti, in special modo a livello locale, è colpevole per la mancata presa di distanza dalle mafie”. Anni 90 che, per lo scrittore, sono stati fondamentali per il modo in cui è cambiata la lotta alla criminalità organizzata “senza gli strumenti predisposti da Falcone, come la DDA ed il coordinamento nazionale, si rischiava di perdere un enorme conoscenza sulle mafie acquisite dai poliziotti sul territorio. È dal 92 in poi che l’Italia inizia a costruire professionalità sulla lotta alla mafia, a basare la propria battaglia a partire dalle conoscenze passate”. Parole dure contro la chiesa vengono pronunciate anche dal magistrato Creazzo, in forze fino a pochi giorni fa in quel di Palmi “la scomunica di oggi del Papa è un messaggio forte anche internamente alla chiesa stessa. Essa, infatti, toglie l’ alibi a chi, operando come pastore, si ostina a pensare gli ndranghetisti come singole pecorelle smarrite da recuperare e non concepire,invece, la ndrangheta come fenomeno sociale che agisce come una cappa sulla società”. Il magistrato ricorda il documento di denuncia fatto dalla Conferenza Episcopale calabrese nel 2007 ma ne evidenzia gli scarsi risultati concreti “non sono mancati, infatti, i sacerdoti che son venuti  senza nessuna remora  a testimoniare la buona condotta di alcuni boss mafiosi”. Creazzo mette in luce il ritardo ventennale che vi è in Calabria rispetto alla Sicilia per quel che riguarda la lotta alla criminalità organizzata “tra i messaggi dei due Papi è passato un ventennio e non è un caso. La ndrangheta, infatti, non ha abbracciato la filosofia stragista dei corleonesi ed ha approfittato dei riflettori puntati sulla Sicilia in seguito alle stragi per crescere sottotraccia”. Il magistrato, poi, individua due momenti cruciali, corrispondenti a due delitti, in cui dapprima l’Italia e poi il resto del mondo ha avuto contezza della pericolosità della ndrangheta, ovvero l’omicidio Fortugno e la strage di Duisburg “in realtà non c’è una vera e propria presa di coscienza da parte dei cittadini, della gente. Se realmente ci sarebbe” conclude Creazzo “ la ndrangheta non esisterebbe più”

Stefano Piedimonte, autore del romanzo “Voglio solo ammazzarti”, parla con un occhio ironico della mafia “le denunce si fanno al commissariato non nei romanzi. Non mi ritengo uno scrittore anticamorra, poiché ciò significherebbe che esistono degli scrittori pro camorra. Quando scrivo, scrivo e basta, senza l’intenzione di mandare alcun messaggio sociale. È logico che la mia scrittura è ispirata alla realtà che vivo, con cui mi confronto ogni giorno nella città di Napoli. Fa piacere che gli studenti abbiano preso questo romanzo come punto di riferimento per comprendere di avere meno paura di taluni soggetti”. Lo scrittore, poi, fa un paragone tra il successo dei concorrenti del Grande Fratello e quello dei mafiosi “in entrambi casi è un successo effimero, che dura pochi mesi. I concorrenti del reality show dopo alcune settimane finiscono nel dimenticatoio e tornano a fare la vita di prima. I mafiosi dopo i primi sfarzi finiscono uccisi, in carcere oppure chiusi in un bunker”. Anche Antonio Manetti, regista del film Song’ e Napule, è concorde nel dire che la denuncia non deve essere ricercata quando si realizza una opera culturale “il film è frutto della fantasia mia e di mio fratello. Certo ci ispiriamo alla realtà che conosciamo e che, quindi, cerchiamo di mettere quanto più possibile nelle opere cinematografiche che realizziamo”.

  • ieri sera durante le testimonianze delle “tre capitane coraggiose” ho visto un pubblico molto attento e coinvolto!!!

  • 🙂 …Antonello JOVANE…. 🙂 Giovani Giornalisti Scrutano….. 😉