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Un’altra storia (d’Italia) è possibile

la rivista “L’Alfiere” celebra il suo centesimo numero, In difesa del Sud, della verità storica e della dignità dei popoli delle Due Sicilie”.
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Sabato 14 giugno, a Napoli, la rivista “L’Alfiere” celebra il suo centesimo numero, nel segno – si legge sull’invito – “della tradizione e nella linea di Silvio Vitale – In difesa del Sud, della verità storica e della dignità dei popoli delle Due Sicilie”.

Le ragioni per questa “celebrazione” ci sono tutte. A più di cinquant’anni dalla sua nascita (1960)  e malgrado una  pausa di ventiquattro anni (1975-1989)  la rivista ha mantenuto incorrotte le scelte  delle origini, perfino rafforzandole.

Fondata  e diretta da Silvio Vitale,  esemplare figura di politico  e di intellettuale di orientamento tradizionalista,  che – nel dare alle stampe il primo numero de  “l’Alfiere”, proprio nell’anno del centenario garibaldino  – si richiamava   “alle  tradizioni più degne del popolo cui apparteniamo” e ad una Napoli e ad un Meridione “vanto e decoro di un’Italia migliore”, la rivista, ora diretta dal figlio Edoardo,  continua ad essere la bandiera dell’identità tradizionalista meridionale. Un’identità con cui è doveroso confrontarsi, nel “quadro più alto – come scriveva Silvio Vitale –  della storia generale, tanto da includere il problema finale dell’apporto autonomo della comunità particolare nel concetto della altre comunità e del tutto”.

Non è solo un problema dei “meridionali”. Non è questione di Nord o di Sud, di Savoia o di Borboni. È innanzitutto  problema di verità storica, con  cui tutta la comunità nazionale deve misurarsi.
Ricordando il fondatore de “l’Alfiere”, in occasione della sua scomparsa, nel 2005, Fausto Gianfranceschi scriveva “… una nazione non è forte e veramente unita  se non ha il coraggio di contemplare tutte le pagine della sua storia, anche le meno belle; e la conquista, la colonizzazione, lo sfruttamento successivo del Mezzogiorno non è stata una bella pagina. Più grave ancora è che da allora si perpetui la divisione tra gli italiani: ancora oggi l’aggettivo ‘borbonico’ ha un che d’infamante”.

Facendo parlare i fatti, scavando letteralmente tra episodi e vicende poco e male conosciute, riportando alla ribalta figure dimenticate di una nobile Tradizione,  rivendicando insomma una Storia, “l’Alfiere” continua ad aprire  varchi illuminanti  nel muro dell’incomprensione Nord-Sud.

Chi, come il sottoscritto, pur essendo nato nella terra di Mazzini, di Mameli e di Garibaldi, ha avuto la ventura di incrociare un docente come Tommaso Pedio, i libri “eretici” di Carlo Alianello e le rigorose analisi della rivista  “l’Alfiere”, non può non essersi sentito coinvolto dalla necessità di condividere, tra tante  storie “altre”,  rese marginali dalla vulgata corrente, il dramma della “conquista del Sud”, corollario indispensabile nella comprensione dei percorsi tutt’altro che lineari e delle contraddizioni che hanno portato all’unità d’Italia. E da lì partire per una diversa interpretazione  dello stesso Risorgimento.

Non è solo un problema territoriale. L’ideale risorgimentale d’impronta piemontese, sostanzialmente laicista, positivista e moralistico (l’Italia buona impegnata a salvare quella “barbara” e ignorante: storia vecchia che si ripete…) ha escluso ed esclude strati consistenti della nostra cultura nazionale.
I “particolarismi” sono fattori costitutivi della nostra identità nazionale, anche se abbiamo dimostrato  sul campo, quello della politica, della cultura e perfino bellico, di sapere  superare ed integrare umori guelfi e ghibellini, nostalgie comunali ed orgoglio per le antiche monarchie meridionali (di Napoli e Palermo), insorgenze antigiacobine e carboneria.

Con questa realtà dobbiamo  continuare a fare i conti. Magari per scoprire un meridione più moderno e meno “cafone” di quanto non ci ha trasmesso certa storiografia patriottarda, con la prima ferrovia italiana, le moderne industrie,  la più grande flotta del Mediterraneo e la sua vitalissima cultura, il Meridione insomma de “L’Alfiere”, a cui va la nostra grata attenzione. Per ciò che ha “prodotto” nei suoi cento numeri  e – ne siamo certi  – per ciò che continuerà a produrre.