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“Guardati dalla mia fame”, il nuovo libro di Luciana Castellina presentato ieri alla libreriaTavella

Un'opera, a metà tra il romanzo e saggio storico, che ci porta alla scoperta della guerra civile pugliese e del delitto delle sorelle Porro
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La Puglia nell’immediato dopoguerra, e la cronaca di una guerra  civile di cui i libri di storia non parlano: quella che si è combattuta tra braccianti e agrari dal 1943 al 1948. Cinque anni di morti ammazzati.

Un sud libero ma non liberato. Una Puglia, che a differenza del resto del Mezzogiorno, vive una situazione diversa: mentre le restanti regioni meridionali erano sotto la giurisdizione degli Alleati, la Puglia venne concessa a un farlocco e fantomatico regno d’Italia.

Questo è il periodo e la situazione storica, nel quale è ambientato il libro “Guardati dalla mia fame”, presentato ieri nella libreria Tavella, scritto Milena Agus e Luciana Castellina, attivista del PCI e fondatore de “Il Manifesto”, ospite dell’evento di ieri. Due sono le storie narrate, l’una contenente l’altra: una macrostoria, quella della voglia di libertà ed equità dei braccianti pugliesi, e una microstoria quelle delle sorelle Porro e del loro brutale assassinio, sineddoche di una rivolta esplosa con un’inarrestabile voglia di giustizia. Cambiamenti storici e rivoluzione individuali si sviluppano, avviluppandosi tra loro, in una tortuosa spirale che finirà per accartocciarsi su se stessa e implodere; una bramosa voglia di giustizia sociale, una storia violenta, per il suo esito.

Due parti distinte, contrapposte, una struttura che evidenzia maggiormente il contrasto tra la silenziosa dimora Porro e la piazza, tumultuosa e in agitazione.

È Milena Agus che ci fa entrare in casa Porro, inventando il personaggio di un’amica delle sorelle, ponendo così, di fronte ai nostri occhi, l’inconsapevolezza in cui le nobildonne erano immerse, ignare delle condizioni di miseria entro le quali i braccianti erano imprigionati; intente a passare le giornate nel “nulla”, dettando inutili liste della spesa e sgranando rosari, arroccate nella loro fede, in attesa di una salvezza non avvenuta.

Due sorelle vittime di un linciaggio, perpetrato il 7 marzo 1946, il giorno prima dell’attuale festa delle donne. Due donne uccise non per proprie colpe ma per ciò che rappresentavano, per essere esponenti, seppur passive, di un sistema agrario solito a sottomettere e sfruttare i poveri lavoratori; capri espiatori, quindi, di una rivolta e di una voglia di sovversione e concreta libertà, che non si ferma innanzi a nulla.

Un libro che ci fa riflettere sulle nostre origini. Episodi passati da soli settant’anni che sembrano ormai lontanissimi, ma che in realtà non lo sono affatto. Un’opera che ci dà modo di concepire la realtà storica di un periodo relativamente vicino.

Con queste parole si espresso Nuccio Iovene, presente alla presentazione di ieri con Nicola Fiorita.

Alla parte più intimista della Agus, caratterizzata da un discorso più narrativo, da elementi romanzeschi, e dalla sommessità del tono, che ben dipinge la ripetitività della vita delle sorelle Porro, si contrappone la sezione scritta da Luciana Castellina, con la sua piazza rumorosa e arrabbiata, e le ricostruzione storiche che prendono il posto dei ricami delle sorelle zitelle. La caduta del fascismo e l’avvento della pace si traducono per i braccianti in un’unica parola: terra. Le prime manifestazioni dei braccianti erano proprio mirate a questo, all’assegnazione delle terre, prendendo come punto di riferimento la gestione attuata dall’Unione Sovietica.
Una voglia di libertà concreta e non astratta, il desiderio di una ripartizione equa della ricchezza, per cancellare così anni e anni di angherie e d’ingiustizie sociali, avvicinandosi a quei valori originari del comunismo, che noi oggi stiamo pian piano perdendo di vista.

Questa furono le scintille che infiammavano il popolo in rivolta, queste e la fame. La fame che divorava tutti indistintamente; padri che inermi assistevano il dolore dei loro figli, incapaci di procurargli anche solo un pezzo di pane, madri vittime della fame e prime carnefici delle sorelle Porro. Furono, infatti, le donne le prime a lanciarsi contro le sorelle e il sistema del potere che rappresentavano.

«Una storia di guerra, tumulti e braccianti, sì, ma soprattutto è una storia di donne. Donne che subiscono.», il pensiero dell’autrice.

Vittime della fame le donne braccianti, vittime della condizione sociale le nobili donne. Eventi che tramutano gli oppressori di sempre in vittime e vedono i più umili divenire carnefici di sfruttatori che spesso hanno abusato del loro potere.

Un libro che non giudica, che non condanna, che non distingue buoni e cattivi, ma che vuole far luce su un capitolo di storia italiana spesso dimenticato, e condannare fermamente ogni forma di abuso di potere, rinnovando il significato dei concetti di giustizia sociale e uguaglianza.