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Intervista a Raimondo Cefaly, affermato pittore calabrese

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In questo articolo vorrei parlarvi del noto artista calabrese Raimondo Cefaly nato a Cortale il 19 aprile 1947 e discendente di illustri pittori (il bisnonno Andrea Cefaly e lo zio Andrea Cefaly junior), dalla cui eredità artistica ha saputo via via affrancarsi, conquistando una sua indipendenza creativa e divenendo, così, un Maestro d’arte unico nel suo genere.

Ho sempre ammirato le sue opere che trovo autentici capolavori, pertanto sono stata felicissima d’intervistarlo. E lui, uomo affabile e gentile –oltre che grande artista- è stato disponibilissimo ad incontrarmi. Mi ha condotta nella sua galleria privata e qui, tra le tempere e gli olii –sublime visione per gli occhi umani-, abbiamo ripercorso insieme le tappe salienti di più di mezzo secolo della sua produzione artistica.

Ecco com’è andata la nostra intervista.

Raimondo, tu discendi da un’importante famiglia di pittori, i Cefaly. Nella tua scelta di dipingere, quanto sei stato influenzato dalla vocazione familiare, dall’atmosfera che quotidianamente ti circondava e quanto, invece, da un itinerario personale?

Sono nato e cresciuto respirando un’aria d’arte. Ricordo nitidamente l’infanzia vissuta tra i quadri di mio zio Andrea. È stato lui a iniziarmi al mondo della pittura. Alla tenera età di cinque anni mi permise di dipingere nel suo studio. Mi dava come base un certo tipo di carta che si usava per avvolgere la pasta quando si vendeva a peso! Un giorno mi fece sedere davanti al cavalletto e io disegnai una grande casa rossa che vedevo dalla finestra. Questo fu il mio primo quadro. L’ambiente artistico familiare ha quindi certamente influito nel far emergere in me quell’istinto all’arte sin da piccolo, che poi –pian piano- sentivo sempre più nel sangue. Infatti, all’età di 12 anni mi iscrissi alla Scuola d’Arte di Salerno e, più tardi, al Liceo Artistico di Catanzaro. Negli anni successivi sono stati necessari tanti sacrifici, tanto lavoro e impegno per raggiungere una piena maturità artistica.

Vivere e crescere sotto le “ali” di uno zio così capace è stata più una fortuna o un peso grave?

Direi entrambe le cose. Lui mi ha fornito sin dall’inizio gli strumenti, mi ha insegnato i trucchi del mestiere. Da ragazzo lo osservavo attentamente quando si metteva a lavoro. Soprattutto cercavo di carpire come mescolava i colori. Mi incuriosiva molto e mi affascinava. Quando si hanno maestri così bravi s’impara presto a lavorare. In seguito è stata però una fatica giornaliera dover fare i conti con una parte dell’opinione pubblica che mi voleva ancorato alla sua lezione. Ricordo che un giorno –avrò avuto vent’anni- arrivai nel suo studio molto dispiaciuto e gli dissi che non avrei più dipinto. Mi avevano detto che “scopiazzavo” i suoi quadri. Lui però mi ha sempre incoraggiato, lasciandomi libero nella mia identità artistica e spingendomi a dare il meglio.

Oggi infatti, ma già da molto tempo, sei Maestro, con una tua visione originale della pittura. Una pittura che si è molto evoluta nel corso degli anni: confrontando le tue opere d’esordio con gli ultimi lavori ci troviamo davanti a una vera e propria evoluzione artistica. Cosa puoi dirmi a riguardo?

Penso sia fondamentale per chi dipinge, così come nel resto dell’arte, seguire il proprio istinto, la propria fantasia. Personalmente ciò mi ha portato ad evolvermi, ad andare alla ricerca di nuove sperimentazioni artistiche, anche per curiosità e forse pure perché un po’ stanco della mia “vecchia maniera” che non mi soddisfaceva più.  Si è trattato, però, di un’evoluzione graduale, di un percorso intrapreso molti anni fa, che poi mi ha condotto al risultato attuale.

Dall’inizio delle mie esperienze di pittore fino a circa 20 anni fa, lavoravo su un impressionismo figurativo leggibilissimo. A partire pressappoco dall’anno 2000 ho iniziato ad esplorare nuovi campi, avvicinandomi sempre più a un espressionismo astratto che oggi è integrale. I “soggetti prediletti” (i paesaggi, le maschere, le figure di donne, gli strumenti musicali -essendo io molto amante della musica) sono comunque rimasti e, in molte opere, sono ancora ben riconoscibili seppur realizzati, rispetto al passato, attraverso una netta semplificazione formale che mi piace chiamare sintesi. In altre invece la forma non è più distinguibile ma si potrebbe intravedere al di sotto, perché molto dipende dalla percezione dell’occhio umano.

Non solo lo stile è cambiato, ma anche l’uso dei colori. Sei passato, cioè, da tonalità più tenui a colori brillanti, esplosivi ….

L’uso del colore dipende molto dallo stato d’animo del momento. Ma già da un po’ di tempo prediligo colori vivissimi, ovvero quelli mediterranei della nostra terra che ottengo a partire dai colori base che poi diluisco col bianco. Sono sempre alla ricerca di nuove tonalità, cerco di creare nuove gamme di colori e non uso mai quelli puri nelle mie tele. Difatti consumo enormi quantità di bianco per realizzarle.

Una delle mie ultime passioni sono, inoltre, le chine in bianco e nero dove gioco sempre molto sull’astratto e sulla scomposizione figurativa.

Come “prende vita” un quadro?

Premetto che dormo pochissimo e spesso mi capita di elaborare un quadro nei miei pensieri durante la notte. Ma poi quando ti trovi davanti alla tela l’immagine si forma seguendo l’istinto primario, senza intermediazioni di alcun tipo. In un attimo l’impulso passa dal cervello alla superficie bianca ed ecco che il quadro prende forma davanti ai tuoi occhi.

Quanto tempo ti occorre per realizzare un’opera astratta, diciamo di medie dimensioni?

65 anni !

Intendi dire -come accennavamo prima- che la tua produzione attuale è il frutto di tanta esperienza e di un lungo percorso artistico?

Certamente! Che io impieghi dieci minuti, un’ora o qualche giornata, quello che produco oggi è il risultato e la sintesi di un lungo viaggio iniziato oltre mezzo secolo addietro.

Tu hai anche viaggiato molto. Hai realizzato mostre in tutto il mondo. Non solo in Italia, ma anche all’estero: New York, Buffalo, Virginia, Canada, Tenerife, Sion, Parigi, giusto per citarne alcune. Pensi di aver trovato, in terra straniera, un interesse diverso nei confronti della tua arte, rispetto all’Italia?

La mia prima mostra la realizzai alla Galleria Il Pentagono di Lamezia Terme nel 1967. Avevo 20 anni ed ero felicissimo. Poi seguirono altre esposizioni in Italia, mentre all’estero la mia prima Personale la feci nel 1980 a Buffalo (USA) alla “The Sisti Gallerie”. Da lì fu un susseguirsi di mostre in giro per il mondo. Questo mi ha fatto constatare un’evidenza, tra l’altro più volte espressami: i galleristi, i collezionisti e il pubblico straniero in genere, sono molto attratti dai colori vivissimi delle mie tele che richiamano i colori mediterranei della nostra terra.

Sei anche un “donatore”. Dal 2014 il patrimonio artistico della Provincia di CZ si arricchisce grazie alla donazione di una tua collezione di tele (ben 20) destinata ad essere collocata in esposizione permanente presso le sale dell’Istituto “ex-Stella” una volta terminati i lavori di restauro. Come nasce l’idea di donarla a un’amministrazione pubblica?

Penso sia doveroso per un artista lasciare qualcosa di sé e della propria arte alla propria terra. E non si è trattato di un’iniziativa isolata, infatti, sto già pensando a nuove donazioni per altri comuni.

Che altro deve fare un artista?

Deve essere attento osservatore della natura, penetrarla e indagarla con sguardo profondo, così da riuscire a cogliere quell’essenza nascosta del mondo che l’occhio profano non riesce a percepire.

Ultima domanda. Che consiglio daresti ai giovani artisti che stanno muovendo i loro primi passi nel mondo dell’arte?

Consiglio loro di seguire sempre e solo l’istinto personale, senza cercare di compiacere gli altri. Dico questo perché spesso succede che chi vuole fare della propria arte un mestiere, tende a mettere da parte la propria identità artistica per andare incontro ai gusti di un potenziale pubblico. Questo non solo comporta uno scadimento dell’arte stessa, ma non conduce da nessuna parte, anzi, crea solo false illusioni. Bisogna essere liberi e inseguire solamente se stessi.

Posso ritenermi sazia e pienamente soddisfatta! Grazie mille per la tua disponibilità e per questo bellissimo viaggio nella tua arte!

Biografia di Raimondo Cefaly

Raimondo Cefaly nasce a Cortale (CZ) il 19 aprile 1947. Figlio di Francesco Cefaly e Angela Bilotta, l’artista discende da una famiglia nobile (i Cefaly) che ha dato lustro alla Calabria attraverso l’arte di pittori eccelsi quali Andrea Cefaly Senior (1827-1907) e Andrea Cefaly Junior (1901-1986), rispettivamente bisnonno e zio di Raimondo, dai quali egli ereditò l’amore per l’arte.

La sua predisposizione artistica si sviluppa molto presto quando lo zio Andrea (allievo prediletto del Casorati) gli consente di dipingere nel suo studio sin dalla tenera età di 5 anni. Dal 1959 al 1965 frequenta la Scuola d’Arte di Salerno. Nel 1967 realizza la sua prima mostra alla Galleria “Il Pentagono” di Lamezia Terme, cui ne seguiranno altre in Italia. Nel 1978 consegue il diploma presso il Liceo Artistico di Catanzaro. Nell’anno successivo tiene la prima Personale all’estero, più precisamente a Buffalo (USA) alla “The Sisti Gallerie”. Da qui sarà un susseguirsi di esposizioni in giro per il mondo: Italia, Svizzera, Francia, America, ecc. La più recente si svolge nel marzo del 2017 a Udine, incentrata sulla tematica dell’astratto, ultima sperimentazione artistica di Raimondo, a cui egli giunge dopo un lungo viaggio iniziato oltre mezzo secolo addietro e nel corso del quale si arricchisce delle più importanti esperienze della storia dell’arte.

La prima fase creativa passa, infatti, attraverso la lezione e la quotidiana frequentazione dello zio Andrea (che inventò uno stile nuovo e personale d’impressionismo), e risente della “maniera” di alcuni dei più grandi maestri impressionisti del ‘900, anche se Raimondo dimostra sin da subito la sua originale personalità e la sua indipendenza artistica. A tal proposito, Paolo Rizzi scrive: «è una qualità tecnica che gli deriva anche dal discendere da una famiglia d’artisti; e certo risente, quasi nevroticamente, delle frenesie di una pittura di tocco che potrebbe risalire a Boldini o De Pisis, e magari a Spazzapan. Ma tutto ciò gli resta a mezz’aria quando traccia col pennello i suoi velocissimi barlumi di luce-colore. La cultura viene superata dall’istinto. Ed è l’istinto che guida la sua mano verso un’interpretazione del mondo che, alla fine, è tutta sua». E ancora Saverio Strati sottolinea: «La sua opera, benché ricalchi per molti aspetti, specie negli anni giovanili, le orme di don Andrea, ha uno scatto suo nel disegno, nella nitidezza dei colori e nella vasta scelta dei soggetti. Tanto per fare un esempio, nei paesaggi è manifesta in modo inconfondibile la sua indipendenza. Stupendi sono i paesaggi sotto la neve che danno un senso d’immenso e di mistero». È questo infatti il periodo in cui predominano i dolci paesaggi estivi e invernali, le nature morte, i vasi di fiori nei colori tenui dei maestri impressionisti, le maschere e i ritratti.

Gli anni intorno al 2000 segnano, però, l’inizio di una svolta creativa, la fine di una cultura e di una “vecchia mentalità”. Raimondo comincia ad esplorare nuovi campi esprimendo la sua pittura con un’esplosione di colori e avvicinandosi sempre più ad un espressionismo astratto che oggi è diventato integrale. La sua tecnica attuale, di chiara matrice espressionistica, ha anche tratti informali, con qualche richiamo al dripping. In molte opere, i “soggetti prediletti” (i paesaggi, le figure, le maschere, ecc.)  sono ancora riconoscibili, ma realizzati attraverso una netta semplificazione formale; in altri casi invece la forma non è più distinguibile, ma non si perde del tutto, anzi compare e scompare lasciandosi intravedere al di sotto in quel farsi e disfarsi di movimenti colorati. Si possono riscontrare richiami a grandi pittori come Pollock, Kandinsky o Mirò, ma rimane inconfondibile nella sua unicità il tratto originale della mano dell’artista.

Così come originali sono le chine in bianco e nero realizzate su carta -anch’esse recente sperimentazione di Raimondo- che richiamano a prima vista i quadri di Picasso, ma che poi, a ben guardare, hanno un imprinting del tutto unico nel disegno e nella composizione dei soggetti (le figure di donne, le maschere, le chitarre, ecc.). Insomma un’arte autentica e assolutamente personale perché nasce dall’impulso di un artista che altri non sa essere se non se stesso.

Numerosi i premi e i riconoscimenti ricevuti. Le sue opere sono sparse per il mondo.

Di lui hanno scritto, tra gli altri: Saverio Strati, Paolo Rizzi, Mario Bernardi, Raffaele De Grada, Silvio Loffredo, Andrea La Porta, Romano Piccichè, Gianni Schiavon.

È stato inserito in importanti manuali di storia dell’arte, tra cui: “Avanguardie artistiche”, “Arte Moderna” di G. Mondadori, “Annuario d’arte moderna”, “La Calabria nell’arte”, “Enciclopedia d’arte di Calabria ‘800-‘900”, ecc.

Rai1 gli ha dedicato un Servizio nella trasmissione “Speciale Calabria TG Uno 7” di Enzo Biagi, Rai3 nella trasmissione “Primissima” di Vittorio Lamattina e Italia 5 Stelle.

Mariagrazia Saraceno