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Operazio Perseo, ascoltati altri testimoni

Cos'è accaduto nella nuova udienza di oggi
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Continua il processo scaturito dall’operazione Perseo presso il tribunale di Lamezia Terme, oggi in aula cinque testimoni.

Il primo testimone a sedersi sul banco è il brigadiere Leonardo Virdò. Il Pm chiede al brigadiere di ricostruire il tentato omicidio di Pasquale Gullo, avvenuto in zona Capizzaglie nel Febbraio del 2007. Virdò è intervenuto nell’immediatezza del fatto criminoso e si è occupato di isolare e circoscrivere la zona dell’agguato tentandone una prima ricostruzione:

Non è parso chiaro nell’immediatezza chi potesse essere l’obiettivo del tentato omicidio, si è potuto solo ipotizzare che fosse scappato in seguito ad un inseguimento.

Il secondo testimone, atteso anche nella precedente udienza è stato il Maresciallo dei Carabinieri Francesco Farina, che indaga sulla malavita lametina da anni, partendo dall’omicidio Ammendola, passando per l’operazione Medusa e infine Perseo.
Anche il Maresciallo Farina è chiamato a ricostruire il tentanto omicidio del 2007:

Il sopralluogo ha subito chiarito che l’unico ferito, Curcio Giuseppe, non fosse l’obiettivo principale dell’agguato, in base all’esame balistico si è potuto ipotizzare che il tentato omicidio fosse avvenuto in movimento, cioè apparve chiaro che ci fosse stato un inseguimento.

Un testimone dichiarò di aver visto due uomini con casco su una moto, solo indagini postume hanno potuto chiarire che l’obiettivo principale fosse Gullo Pasquale.

Il Maresciallo Farina è stato chiamato a testimoniare anche sulla posizione di Vincenzo Arcieri e Aldo Notarianni, dall’avvocato di quest’ultimi. Nel ricostruire le indagini il maresciallo mensiona le bolle di pagamento intercosse tra Notarianni e i titolari dell’azienda EdilChirico, a testimonianza di un rapporto tra i due che parrebbe a fini estorsivi.

Per quanto concerne la posizione di Arcieri, il maresciallo ricostruisce una legame tra la famiglia Arcieri e la cosca Giampà, legame più che decennale, testimoniato dal ritovamento di un giuramento di Antonio Arceri, padre di Vincenzo, nel quale si sottoscriveva all’affilizione mafiosa:

La famiglia Arcieri e la famiglia Cappello erano le famiglie cosidette della montagna, referenti della cosca Giampà.

Ci fu anche una riunione presso la casa di Aldo Notarianni, alla quale parteciparono non solo  esponenti della cosca Giampà, ma anche Stagni Antonio, referente del ndrangheta nel territorio lombardo, di fatti indagato nell’operazione Infinito.

Inoltre lo stesso Maresciallo chiarisce le vicende riguardanti una fuga di notizie durante le indagini ed un esposto del carabiniere Cappellano, nel quale sembrerebbero essere messe in discussione le modalità di indagini dell’unità operativa dei carabinieri e, in particolare, la gestione dei collaboratori di giustizia. Farina risponde solo dicendo che sia il carabiniere Cappellanno che il carabiniere Schiavo, coinvolto nella fuga di notizie, sono stati sollevati dai propri incarichi all’epoca dei fatti.

Il terzo testimone è il vice commissario della polizia Serratore, anche quest’ultimo è chiamato a deporre sul tentato omicidio Gullo.

Una microspia nell’autovettura di Pasquale Torcasio ha permesso di ricostruire l’agguato.

Quarto testimone è l’Ispettore Carito che ha indagato sui fatti cruenti compiuti dalle cosche lametine negli utlimi anni, quindi anche del tentato omicidio preso in esame oggi in aula:

Il mio lavoro è stato quello di cercare riscontri tra le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le evidenze scientifiche. Prima fra tutte il calibro della pistola utilizzata nell’agguato, calibro 9 mm, come difatti dichiarato dai collaboratori e la presenza di un negozio a pochi metri dall’agguato che avrebbe permesso di osservare la zona.

Anche le intercettazioni confermano la dinamica dell’accaduto, è lo stesso Gullo che racconta a Pasquale Torcasio di essere sfuggito al tentato omicidio.

Segue poi una dichiarazione spontanea di uno degli imputati Antonio De Vito:

Il tentato omicidio ai danni di Paquale Gullo è stato compiuto da Battista Cosentino e Saverio Cappello, il primo lavorava nel mio cantiere. I due hanno usato una vespa 125cc, e gli hanno messo fuoco sull’argine del fiume piazza.

Hanno utilizzato la stessa moto che qualche mese prima il Cosentino avrebbe cercato di vendermi, ma non ha potuto perchè nel passaggio di proprietà si è scoperto che fosse un veicolo clonato.

Gli altri testimoni sull’omicido con il consenso delle parti non vengono ascoltati.

La prossima seduta sarà il 25 Luglio, durante la quale si ascolterà il brigadiere Pezzella,oggi assente,  poi sarà la volta dei collaboratori di giustizia.