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Papa Francesco a Genova, sempre più vicino alla gente, reclama lavoro e nuovi stili di vita.

Dal quotidiano cattolico “Avvenire” una prima sintesi delle risposte ad una serie di interrogativi posti-
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Il Papa “ sta facendo danni” perché ha un parlare così schietto e veritiero? L’interrogativo lo giriamo soprattutto  a certi ambienti che usano la frase riportata  perché non fanno comodo le sollecitazioni che nel papato di Francesco ( ma anche in san Giovanni Paolo II) sono come un fiume in piena e come fatto da Papa Francesco proprio in queste ultime ore durante la sua visita a Genova, tra i lavoratori, emblema centrale sui temi del lavoro e della disoccupazione.

Desumiamo, allora, dal quotidiano cattolico “ Avvenire” i passaggi significativi che tale quotidiano, in versione online,  sintetizza dalle risposte date dal Papa mentre è ancora tra i lavoratori a Genova; passaggi che non piaceranno a quanti affermano che “ questo Papa sta facendo danni” .

Da “ Avvenire” :

Al clero: «No al prete statico, chiuso alle sorprese di Dio»

L’incontro in cattedrale, con i vescovi della Liguria, clero, seminaristi e religiosi e rappresentanti di altre religioni, si apre con un momento di silenzio e preghiera. «Vi invito a pregare insieme per i nostri fratelli copti egiziani, che sono stati uccisi perché non volevano rinnegare la fede» ha esordito il Papa ricordando il massacro di ieri in Egitto e invitando tutti presenti a recitare un’Ave Maria. È poi cominciato il dialogo con i presenti, sempre in forma di 4 domande alle quali il Papa ha risposto.

Lo stile del prete? Quello di Gesù, fra la gente

Alla domanda di un viceparroco, Francesco risponde: «Più imitiamo lo stile di Gesù, più faremo bene il nostro lavoro». Ma qual era lo stile di Gesù? «Sempre in cammino, in mezzo alla folla». «La maggior parte del tempo la passava sulla strada. Poi la sera si nascondeva per pregare». «Gesù era esposto alla dispersione, come tutti quelli che camminano. Non dobbiamo avere paura del movimento e della dispersione del nostro tempo. La paura più grande è quella di una vita statica, del prete che ha tutto ben risolto, in ordine, strutturato: gli orari, aperture». «Al prete statico chiederò: ma non ti viene voglia di passare con Signore un po’ più tempo? Quel parroco è un buon imprenditore, ma vive da cristiano?». «Gesù sempre è stato un uomo aperto alle sorprese di Dio. L’incontro col Padre è l’incontro con le persone». «Tutto si deve vivere in questa chiave dell’incontro, non c’è una formalità troppo rigida che impedisca l’incontro. Nella preghiera tu puoi stare un’ora davanti al tabernacolo ma pregando senza incontrare il Signore, come un pappagallo. Così perdi il tuo tempo. Con la gente è lo stesso». «Noi preti sappiamo quanto soffre la gente quando viene a chiedere qualcosa e diciamo “sì, sì ma non ho tempo”». Talvolta la gente è «stufante», ma il prete deve «lasciarsi stancare dalla gente, non difendere troppo la propria tranquillità». «Incontrare la gente è una croce? Quanti drammi devi vedere, e questo stanca l’anima». Una delle cose che non piacciono al Papa è «quando il sacerdote parla troppo di se stesso: non è un uomo dell’incontro, al massimo dello specchio, ha bisogno di riempire il vuoto del cuore parlando di sé». «Il prete che ha una vita di incontro col Signore e con la gente, finendo la giornata strappato, san Luigi Orione diceva “come uno straccio”, sa ascoltare, è uomo di orecchio, si lascia stancare dalla gente, è come Gesù». Una cosa che non aiuta è la «debolezza nella diocesanità». «Nella sua vita Gesù mai si è legato alle strutture, sempre si legava ai rapporti. Se un sacerdote vede che la sua vita è troppo legata alle strutture, non va bene questo». «Ho sentito un uomo di Dio che diceva: nella Chiesa si deve vivere quel tetto minimo di strutture per il massimo di vita e mai il contrario. Senza rapporti con Dio e con il prossimo, niente ha senso nella vita di un prete. Farai carriera, ma il cuore rimarrà vuoto». «Questi criteri sono antichi? Così è la vita. Sono i vecchi criteri della Chiesa che sono moderni, ultramoderni».