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Pensieri rammemoranti raccontati direttamente da Edith Bruck

In diretta streaming dall’IIS Morelli-Colao di Vibo per gli studenti del Borrello Fiorentino di Lamezia
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E’ stata la diretta testimonianza di Edith Bruck che gli studenti del Borrello Fiorentino di Lamezia Terme hanno potuto ascoltare in diretta streaming con l’Istituto di Istruzione Superiore Morelli di Vibo Valentia, una testimonianza di quei drammatici “Pensieri rammemoranti” che si è voluto fermamente non dimenticare nelle scorse settimane con numerose iniziative che ancora, nonostante sia trascorso  circa un mese dal Giorno della Memoria e un po’ meno da quella del Ricordo, non si stanno fermando nella scuola sambiasina.

Un’ultima straordinaria opportunità è stata raccolta dalla Dirigente Scolastica prof.ssa Angela De Carlo che, a seguito dell’invito pervenuto dagli organizzatori dell’Istituto vibonese, si è tempestivamente attivata per predisporre il collegamento nelle classi e nei laboratori del Comprensivo. A partire dalle classi quarte Primaria tutti gli studenti hanno potuto seguire in diretta streaming l’intensa manifestazione nelle proprie classi e nei laboratori, mentre  presso l’Aula magna del Liceo Morelli erano le Prof.sse Marinella Gambino e Giovanna Di Cello in  rappresentanza della Dirigente Scolastica impossibilitata a parteciparvi.

Presso l’IIS Morelli-Colao di Vibo Valentia, la scrittrice e poetessa ungherese Edith Bruck, sopravvissuta ad Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen, a cui è andato il premio l’Operatore d’oro, ha raccontato la “banalità del male” che ha vissuto in prima persona.

Tale protagonista di incredibile spessore umano e culturale, ha dialogato con gli studenti di quello che lei stessa ha definito un “unicum”, pur fra i tanti altri orrori di cui è costellata la storia dell’umanità, rievocando i momenti più salienti e drammatici della sua odissea personale nei tre diversi lager, ricordando la marcia della morte dalla Polonia alla Germania, raccontando le difficoltà del reinserimento in società dopo il ritorno a casa. Ella si è soffermata molto  sulle ricadute esistenziali delle quali, ancor oggi,  si sente, in qualche modo prigioniera: “Auschwitz è per sempre” è la caustica frase che ha pronunciato, nel significare che da esso così diviene impossibile separarsi.

Tuttavia ha evidenziato che, benché abbia un prezzo di una grande sofferenza quotidiana, la scrittura assume il ruolo di custode della memoria.

E proprio in relazione a quest’ultimo aspetto, l’incontro è stata anche l’occasione per approfondire (in particolare, attraverso alcune riflessioni e domande da parte degli studenti, al termine di un loro percorso di lettura) la dimensione letteraria della Edith Bruck poetessa e scrittrice, nonché i suoi rapporti personali e artistici con personaggi del calibro di Primo Levi, Schlomo Venezia, Toni Modiano, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Elio Vittorini e altri grandissimi testimoni della storia culturale italiana, a riprova dell’intensa partecipazione della Bruck agli ultimi cinquant’anni di vita nel nostro Paese, che lei, ormai di fatto un’apolide, scelse come patria elettiva in virtù della sua capacità di accoglienza. Così come non nasconde il suo rapporto privilegiato con la lingua italiana per la sua opera letteraria, preferendola all’ungherese, quest’ultimo troppo personale e sofferto, troppo legato ai propri traumi interiori, laddove l’italiano assolve a una funzione quasi di protezione e di schermo.

Nel corso della mattinata, alla presenza di rappresentanti della polizia di Stato, è stato dato spazio alla cerimonia di posa di una pietra d’inciampo all’ingresso del Liceo in memoria delle vittime dell’Olocausto.

Una circostanza che ha destato in Edith Bruck particolare turbamento e commozione, a riprova di quella quotidiana sofferenza dei “salvati”, divenuti testimoni sia per i vivi e sia per i morti (oltre che per sé stessi), su cui più volte è tornato lo stesso Primo Levi. E alla centralità della memoria nella vita dei sopravvissuti ha dedicato forti riflessioni anche Edith, rievocando quanto di terribile, ma anche paradossalmente di buono ha tratto da quella indicibile esperienza. Il ricordo dei pochi agonizzanti in un capannone cosparso di cadaveri a Bergen-Belsen, svuotato con le proprie mani, che la pregavano di essere ricordati. L’orrore della separazione dalla madre, persa ad Auschwitz al momento della discesa dal treno. La nudità quasi quotidiana davanti ai soldati tedeschi senza provare vergogna, al contrario invece di quanto accaduto al cospetto degli americani al momento della liberazione perché, per la prima volta, poteva sentirsi nuda davanti a uomini, in virtù di una umanità comune. E, con tutto questo, l’impossibilità di provare odio (“Sono uscita dal lager migliore di come sono entrata”, “Ora mi è impossibile non sentire la sofferenza di qualunque persona del mondo come se fosse la mia”) e, proprio per questo, la cocente delusione e l’amarezza per l’imperversante ondata di nazionalismo, xenofobia, antisemitismo, degli ultimi tempi. Il ricordo di quella zona grigia di complicità e connivenze da parte di chi a suo modo collaborò, denunciò, partecipò alle violenze sommarie e ai crimini, spesso perfino senza aspettare i tedeschi, come accadde soprattutto fra i più poveri e in specie nell’Europa orientale -e la certezza che nessun Paese, ad eccezione della Germania, abbia fatto i conti con il proprio passato nazifascista, con le potenziali conseguenze di questa “rimozione” collettiva. Il trauma, per certi versi anche peggiore dei campi, del ritorno a casa; lo sradicamento; l’incomprensione; perfino da parte delle due sorelle che, a differenza degli altri familiari, si erano salvate grazie all’intervento di Giorgio Perlasca. La fame, la disperazione, e l’invito ad andare “dove l’avrebbero portata gli occhi”.

Ma, paradossalmente, accanto a tutto l’orrore, alcune luci di speranza perfino nell’inferno dei lager, come il cuoco a Dachau che, dopo sei mesi di internamento, vuole sapere il suo nome e le regala un pettinino; oppure la mano tesa del soldato tedesco che, nella neve, che l’aiuta a rialzarsi; insieme ad altri “colpi di fortuna” che nelle varie circostanze l’hanno tenuta in vita, magari facendo sì che un altro morisse al suo posto. La lezione del lager sull’importanza della vita e sul fatto che nessuna esistenza è indegna di essere vissuta; non esistono vite di serie A o di serie B, come talvolta di tende a far credere anche in certi slogan politici che mettono al primo posto i cittadini di uno Stato.

A chiusura dell’incontro, il Dirigente Scolastico ha conferito alla scrittrice il premio l’Operatore d’oro, in occasione della sua XIII edizione, per il suo impegno nel campo dei diritti umani e per la sua opera di trasmissione alle nuove generazioni di un messaggio di speranza e di vita, con al centro la dignità della persona al di là di ogni possibile settarismo, pregiudizio o appartenenza.