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Quando i disabili disturbano

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CoorDown, associazione che tutela e promuove i diritti delle persone con sindrome di Down, ha realizzato due anni fa un bellissimo video intitolato “Cara Mamma”, in cui persone affette da quella sindrome spiegano ad una futura ipotetica mamma perché anche loro hanno diritto a vivere.

In Francia il CSA, Conseil supérieur de l’audiovisuel, ha deciso di censurare quello spot, ritenendo che esso non possa essere «considerato come un messaggio d’interesse generale» e che la sua finalità possa «apparire ambigua e non suscitare un’adesione spontanea e consensuale», ma soprattutto che possa «disturbare la coscienza delle donne che, nel rispetto della legge, hanno fatto scelte diverse di vita personale». Ovvero che hanno abortito. Per questo è scattato il divieto di trasmettere il video nelle reti televisive francesi.

I responsabili di CoorDown hanno impugnato la decisione della CSA davanti al Consiglio di Stato, il quale si è semplicemente limitato a confermare la censura. Nella sentenza, pubblicata recentemente, i giudici hanno infatti ritenuto che la CSA non ha commesso nessun errore nel valutare che il video fosse «susceptible de troubler en conscience des femmes qui, dans le respect de la loi, avaient fait des choix de vie personnelle différents», cioè di turbare la coscienza di quelle donne che sono ricorse all’aborto per evitare la nascita di bimbi down.

Apprendendo questa notizia mi è tornato alla mente l’editoriale che scrissi per Avvenire il 5 gennaio 2012, a proposito del tentativo di rendere la Danimarca un Paese down-free.

Sono passati cinque anni ma le domande sono sempre le stesse che posi in quel editoriale.

Una società che non riconosce più Cristo è inevitabilmente destinata a reificare l’uomo, a considerarlo un prodotto, nell’unica prospettiva che può conoscere: quella consumistica.

Con l’inevitabile conseguenza della logica dello scarto.

 

fonte :Gianfranco Amato