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Rapporto Svimez 2014: un campanello d’allarme o l’ennesimo grido nel deserto?

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La notizia potrebbe passare inosservata o fare un po’ di clamore nella sola giornata in cui esce, per poi essere letteralmente risucchiata dalla maree di nuove informazioni che si inseguono quotidianamente.
Ma a leggere attentamente l’anticipazione dell’ultimo rapporto dello Svimez sull’economia del Mezzogiorno nel 2014, presentato ieri alla Camera dei Deputati, non si può che restare basiti.

Un rapporto che disegna ancora una volta l’immagine di un Paese diviso e diseguale, con un Nord sempre più lontano da un Sud letteralmente divorato dalla crisi, in preda alla disoccupazione e allo spopolamento, dove le incongruenze Nord/Sud sono diventate tali quasi da sembrare incolmabili.
Ma sono i numeri ad essere impressionanti: il divario Nord/Sud di Pil pro capite è tornato ai livelli di 10 anni fa, i consumi nel Mezzogiorno sono crollati in soli 5 anni del 13%, gli investimenti nell’industria segnano al Sud un -53%, gli iscritti all’università regrediscono ai numeri di 10 anni fa, viene sfondato il numero dei disoccupati che raggiunge il livello più basso dal 1977 di ben 6 milioni di disoccupati e, in soli cinque anni, si passa da 443 mila famiglie assolutamente povere a ben 1 milione e 14 mila nuclei familiari del tutto indigenti, con un aumento del 250%.

Numeri che fanno tremare le vene ai polsi se solo si pensa che questo comporta fondamentalmente tre cose: la ripresa dell’emigrazione, la diminuzione del numero dei figli e l’aumento astronomico della povertà. Tre conseguenze legate tra di loro in maniera indissolubile. Ritorniamo ai numeri e capiamo perché.

In dieci anni, dal 2001 al 2011 sono migrate dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord oltre 1 milione e mezzo di persone, di cui 188 mila laureati. Ed inoltre si fanno meno figli: il tasso di fecondità al Sud è arrivato a 1,34 figli per donna, ben distanti dai 2,1 necessari a garantire la stabilità demografica, e inferiore comunque all’1,48 del Centro-Nord. Nel 2013 al Sud si sono registrate solo 180 mila nascite, un livello che ci riporta al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia. Pericolo da cui il Centro-Nord finora appare immune: con i suoi 388 mila nuovi nati nel 2013 pare lontano dal suo minimo storico di 288 mila unità toccato nel 1987.
Il Sud sarà quindi interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili, destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando così a pesare per il 27% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%.
Per non parlare della spesa pubblica. Nel 2012 la spesa aggiuntiva per il Sud è scesa al 67,3% del totale nazionale, ben al di sotto della quota dell’80% fissata per la ripartizione delle risorse aggiuntive tra aree depresse del Centro-Nord e del Sud del Paese. Particolarmente preoccupanti i tagli agli investimenti in infrastrutture; se nel Centro-Nord si mantengono i livelli di spesa per opere pubbliche di 40 anni fa, al Sud oggi si spende 1/5 di quanto si faceva negli anni ’70.

Numeri che parlano chiaro e dicono in maniera lapalissiana che è da questi dati che bisogna ripartire, è da questi dati che non si potrà prescindere quando chicchessia vorrà davvero mettersi al servizio della nostra città, della regione, di una parte del Paese senza il quale l’intero sistema nazione è destinato a non camminare.

Dinanzi a questi numeri, o saremo capaci di profezia e coraggio per essere autentici costruttori di comunità rinnovate o rischieremo di restare spettatori inermi immobilizzati dalla paura.
Buona scelta.